Di seguito la lettera che il deputatp sloveno Ivan Mesicek ha scritto in risposta ad un ex iscritto radicale francese che dissente dalla posizione del PR sulla ex-Jugoslavia. Maribor, 13 maggio 1992.
IL SOGNO DI DUSAN SULL'IMPERO GRANDE SERBO
il vero retroscena storico della catastrofi jugoslava
Lettera aperta al signor Albert Loch,
Egregio signore,
sono rimasto sorpreso dalla Sua lettera del 2 gennaio 1992, a Marco Pannella, dove lei lo informa che non vuole più essere membro del Partito Radicale. Io, come membro del Parlamento sloveno mi sono iscritto a questa organizzazione politica internazionale, forse per le stesse ragioni per cui lei lo ha abbandonato, per questo ritengo che queste ragioni possano essere interessanti per lei ma anche a qualcun altro. Lei rimprovera al Partito Radicale di aver appoggiato Tudjman senza riserve; lui, Tudjman, che sarebbe il leader del gruppo politico ultranazista e fascista in Croazia ed il continuatore del tradimento politico del collaborazionista tedesco Ante Pavelic...
Da dove provengono questi malintesi?
La comprensione obiettiva del sindrome jugoslava si può capire tornando al vero retroscena storico. In breve: dall'ottocento in poi, dopo l'espulsione dei Turchi dai Balcani, i politici serbi sviluppavano la strategia politica della Grande Serbia, secondo la quale loro, come "popolo prescelto" e quello più numeroso sul territorio degli Slavi del Sud, sono prescelti dal destino per costituire, da Celovec (Klagenfurt) fino al Mar Nero, la loro Grande Serbia. I politici della Grande Serbia, nell'800 si indentificavano con gli italiani, cioè con Garibaldi che aveva unito la penisola appenninica in uno stato nuovo ed unico. Ma non prendevano in considerazione le differenze obiettive: che in Italia si erano unite le province, ma di un popolo solo, mentre sul territorio jugoslavo vivevano popoli diversi. Quando si sveglia la coscienza nazionale di un popolo e quando questo realizza la propria tradizione culturale, diventa troppo tardi per distruggere il senso nazionale, tranne se il "grande vicino" si decide allo s
terminio. I politici di Belgrado hanno tentato di risolvere i problemi, creatisi dalla situazione plurinazionale, con l'ideologia, secondo la quale tutti gli appartenenti al territorio balcanico erano primariamente Serbi, fuorché gli Albanesi "colonizzati", e che in seguito avevano tradito le loro origini ed hanno cominciato a chiamarsi Croati, Montenegrini, Macedoni, Mussulmani, Sloveni... In quel caso l'unità era realizzabile solo accettando la nuova nazionalità - quella jugoslava, entro la quale la Serbia avrebbe difeso il suo "ruolo decisivo". Quest'idea si è mostrata come utopia politica. I generali serbi ed il loro esercito erano vissuti come liberatori e difensori dell'aggressione esterna. Il prezzo di questa "difesa" era l'accettazione della federazione. Questa era la realtà della Jugoslavia di Tito. Chi non era d'accordo con questo progetto veniva dichiarato "ustascia", e veniva cancellato dalla faccia della terra.
Questo rappresenta la fonte della tragedia jugoslava: da quando è stata creata la Jugoslavia, prima quella del 1918, più tardi quella del 1945 la politica della Grande Serbia realizzava con severità la propria tattica. Si diceva: »Parla il serbo perché ti capisca tutto il mondo!
I popoli sottomessi avevano due possibilità: di accettare il dominio di Belgrado e di lasciarsi economicamente distruggere ed assimilare come nazione, o di strapparsi dall' "abbraccio fraterno" e di vivere nello spirito di partecipazione equa, come vicini uguali. Come esempio: io, come professore di slavistica, mi sono trovato faccia a faccia con la richiesta di accettare nei nostri programmi di insegnamento le cosiddette "vele comuni"; questo praticamente significava il decreto di Belgrado per cancellare dai programmi di insegnamento i poeti e gli scrittori sloveni e la reintroduzione, al posto loro, dei nomi noti e meno noti di scrittori serbi. Gli Sloveni l'hanno categoricamente rifiutato. Abbiamo capito che nell'ambito dello stato federale non abbiamo più prospettive; che questa "vitaccia" ci avrebbe portato alla catastrofi economica e all'annientamento culturale. Questo per noi avrebbe significato la tragedia totale, perché durante l'impero austriaco, durato 1000 anni, siamo diventati un popolo europeo,
non inferiori ad altri Europei.
I Croati - come il secondo maggior popolo sul territorio jugoslavo - hanno detto il primo NO, quando durante la seconda guerra mondiale gli egemonici serbi volevano realizzare i confini del proprio stato sul territorio croato. Già in quel momento la politica della Grande Serbia si era rivelata come espansione nazifascista, perché la sostanza del fascismo comprende l'occupazione dei territori altrui. La Croazia ha risposto alla aggressione con l'isurrezione: gli ustascia. (Ustati vuol dire insorgere, alzarsi, ndt.) E' ovvio che non approvo le violenze degli ustascia croati sulla gente serba sul territorio croato e nemmeno lo Stato indipendente croato (NDH) di Ante Pavelic, che aveva concordato un patto con Hitler. Tale comportamento dei Croati era la conseguenza alla minaccia da parte degli espansionisti serbi!
Tutto quello che segue ha la propria fonte negli scenari della Grande Serbia.
La Slovenia, con la proclamazione dell'indipendenza è stata il modello e la spinta per le altre repubbliche non serbe. Anche se questo non era nelle nostre intenzioni: noi credevamo nella confederazione jugoslava, ma senza di noi. Ma, se il nostro problema non fosse stato uguale a quello delle altre repubbliche, sarebbe immaginabile, secondo lei, che queste avrebbero seguito il nostro esempio? La risposta di Belgrado era la seguente: continua a comportarsi come un sultano turco: chiunque non si vuole sottomettere alla politica della Grande Serbia, deve essere ucciso, mentre il suo stato deve essere distrutto. Quelli che credevano che i Serbi in Croazia sono veramente minacciati, adesso possono vedere cosa sta facendo l'armata serba insieme con i cetnici in Bosnia, la quale non è stata mai minacciata da nessun "ustascia".
Con la stessa logica di Milosevic e i suoi vertici politico-generaleschi, ogni popolo un po' più grande o ogni stato potrebbe andare a liberare la propria gente, cioè le minoranze sui territori stranieri. Tale avventurismo significherebbe la lotta di tutti contro tutti - con la conclusione finale di una strage mondiale.
Qual'è il ruolo di Tudjman in questo gioco politico?
Tudjman, come l'ex generale di Tito, non ha ancora cambiato il suo modo comunista di pensare, e come leader dello stato croato ha fatto dei passi non molto fortunati in relazione con i Serbi che vivono in Croazia, nei quali ha provocato la paura e la sfiducia. Questa paura ha le sue radici negli anni del terrore ustascia contro il popolo serbo. Sempre paga la gente che non è colpevole per niente. Milosevic ha saputo usufruire molto bene di questi passi poco tattici di Tudjman.
Il Partito Radicale Transnazionale non ha alzato la sua voce per piacere al presidente croato, che prima o poi se ne andrà dalla scena politica, ma per l'indipendenza e la sovranità della Croazia, Slovenia ed altre repubbliche jugoslave. Con questo ha anche appoggiato la volontà democratica del mondo, che crede che sia possibile vivere in un mondo costituito di nazioni eque, senza egemonia dei forti sui deboli. Per questo l'aggressione serba deve essere fermata, se no, in futuro, ogni stato potrà occupare qualsiasi altro stato più piccolo - e i Kuwait si ripetaranno.
Se la politica mondiale, in questo momento, riconoscesse la terza Jugoslavia - come federazione di Serbia e Monte Negro, prima che l'esercito federale si ritiri dai territori occupati, questo significherebbe la legalizzazione della politica fascista in tutta l'Europa e nel mondo. Sin dal principio sapevamo che la politica di Milosevic non si sarebbe feramta nella sua aggressione, fino a che i suoi generali non si sentiranno tanti "Schwazkopf". E' vergognoso che l'Europa e il mondo stiano aspettando tanto per prendere questa decisione, ed in questo modo rendono possibile il massacro di migliaia di persone. La Serbia è caduta nel peccato e non ha saputo rinunciare alla sfida - e se non sarà cacciata entro i propri confini statali, continuerà con il forte arsenale dell'ex esercito federale a minacciare la pace sui territori della ex Jugoslavia, ed indirettamente anche la pace in Europa e nel mondo.
Quando il popolo serbo si renderà conto dove lo sta portando la politica di Belgrado e quale sia il prezzo che la Serbia deve pagare fuori dai suoi confini, sarà possibile definire le condizioni di cooperazione tra gli stati indipendenti che si trovano sul territorio della ex Jugoslavia.
Il vero ruolo del Partito Radicale Transnazionale sta nell' impegno per rendere possibile questo tipo di convivenza.
Ivan Mesicek