C'è a mio avviso una diffusa e confusa attenzione, in settori insospettabili, verso i problemi del transnazionale. Penso ai settori detti culturali, e in particolare penso a un Duverger (di cui da tempo seguo i ragionamenti sull'Europa; oggi, intanto, segnalo un interessante testo di Derrida, raccolto sulla "Repubblica" dell'8 giugno. La cosa mi pare importante, anche se non saprei come riuscire a far emergere, in tutta la loro potenzialità, questi che sono destinati ad essere solo spunti e accenni, senza conseguenze e magari pronti ad essere dimenticati in mancanza di collegamenti.
L'osservazione di Derrida è contenuta in una lunga intervista concessa a Fabio Gambaro. Jacques Derrida è un filosofo francese che va per la maggiore, e che ha suscitato grosse polemiche: recentemente, in Inghilterra, l'Università di Cambridge gli ha in un primo tempo rifiutato la laurea honoris causa, suscitanto un vespaio. A me è un po' antipatico, ma io non faccio testo.
Veniamo all'intervista:
"Domanda: Come reagisce di fronte alle divisioni e alle nuove frontiere che nascono in Europa, spesso producendo guerre e intolleranze?.
"Risposta: Si tratta di situazioni assai complicate. Naturalmente bisogna condannare chiunque pensi di risolvere il problema dell'altro (culturale, linguistico, nazionale, ecc.) attraverso l'espulsione, il rifiuto o l'eliminazione fisica. Mi sembra però che le tragedie a cui stiamo assistendo rivelino la progressiva decostruzione, e non solo in senso speculativo, dei concetti che hanno dominato la storia d'Europa fino ad oggi - concetti come Stato, nazione, lingua, appartenenza culturale, rapporto tra Stato e nazione, ecc. Perfino il concetto di diritto internazionale è sempre più problematico: è un concetto fondamentale a cui non si può certo rinunciare, ma che va ripensato e riformulato. Le cose infatti stanno cambiando. Ad esempio, poco a poco stiamo accettando l'idea del DIRITTO D'INGERENZA PER RAGIONI UMANITARIE..."
Interessante, no?