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Conferenza Partito radicale
Fischetti John - 20 luglio 1992
Alcune considerazioni...

a proposito della scontata reazione politica alla strage

(nuova) di Palermo. Lo Stato ha perso, è una guerra, bisogna

rispondere adeguatamente, pena di morte, sospensione delle

garanzie costituzionali, bla, bla, bla, bla, bla...

L'intervista al segretario PSDI Vizzini, trasmessa su radio

radicale, è un esempio eclatante di una mentalità e un

orientamento politici sempre più, e a maggior ragione nel

caso di Vizzini, socialconfusi.

Una per una, con attenzione e puntigliosità ha infilato le

classiche "perle" del macchiavellico "l'importante è il

risultato", del "il territorio è sequestrato dalla mafia,

quindi bisogna liberarlo, ovviamente con i carri armati e i

presìdi dell'esercito".

E una sola voce, anzi, una "sottovoce", quella del Partito

Radicale che ripropone il metodo come strumento, testimo-

nianza di un pensiero con cui io concordo, ma con il limite

appunto della testimonianza, senza capacità operativa e

senza quel seguito che una voce stentorea procura e provoca.

Ovvie le ragioni di un altro punto segnato a favore di Cosa

Nostra, ovvie le connivenze che non possono tollerare la

modifica di un sistema che ha garantito la governabilità di

quelle disgraziate terre, ovvie le voci che chiedono, impon-

gono, esigono lo stato di guerra, più funzionale al potere

mafioso che allo stesso Stato, non contropoteri, ma le due

facce della stessa medaglia, il potere, appunto.

Il potere che può stare dovunque purchè non nelle mani del

cittadino.

Perchè non ci si chiede che cosa lo Stato ha portato in

Sicilia ? Forse giustizia, lavoro, eguaglianza e rispetto

delle regole ? Io credo che lo Stato ha portato carabinieri,

accordi con la mafia, soprusi come e peggio di prima, io

credo che la gente in Sicilia ritenga lo Stato uguale o

peggiore di una qualsiasi famiglia mafiosa, uguale perchè

con lo stesso uso arrogante del potere, peggiore perchè non

rispetta nemmeno le regole che si dà.

Allora "liberare" la Sicilia con i carri armati equivale, in

termini morali e concreti, a sostituire un potere con un

altro, con l'alibi di una "legittimità" che è sbandierata

sempre e comunque, in ogni conflitto, noi ammazziamo solo

per motivi buoni, quando sono buoni stà a noi giudicare.

Coloro che giocano o fanno attività sportiva sanno bene che

un punto perduto non si recupera più, che non è possibile

superare i propri limiti e che se ora si parla di "misure

eccezionali" i casi sono due, o non si è fatto finora quel

che si poteva, o le misure eccezionali non sono altro che

palliativi, inutili paletti alle libertà democratiche, che

non fermeranno comunque gli schiacciasassi del potere.

In entrambi i casi la legittimità dell'azione non c'è, io

credo più alla seconda ipotesi, la prima ne viene compresa.

Per questo io rispetto l'impegno di persone come Falcone,

come Borsellino, perfino come Carlo Alberto Dalla Chiesa,

rispetto il loro senso dello Stato, tragiche figure che non

meritavano l'insulto che lo Stato ha loro rivolto: l'abban-

dono, non nel senso delle misure tecniche, nel senso del

progetto di una reale politica di democraticizzazione, del

far crescere nella gente la coscienza di avere un reale

potere, dell'evitare l'esercizio e l'abuso della delega, la

fogna in cui ingrassano i sorci (mi scusino gli animalisti)

della partitocrazia.

Per questo io chiedo, esigo, in qualità di cittadino di

questa istituzione chiamata Italia, un mutamento di rotta

radicale, dove radicale è aggettivo e sostantivo, dove il

"diritto" è l'arma e il consenso, la convinzione, la parte-

cipazione è l'esito.

john

 
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