a proposito della scontata reazione politica alla strage
(nuova) di Palermo. Lo Stato ha perso, è una guerra, bisogna
rispondere adeguatamente, pena di morte, sospensione delle
garanzie costituzionali, bla, bla, bla, bla, bla...
L'intervista al segretario PSDI Vizzini, trasmessa su radio
radicale, è un esempio eclatante di una mentalità e un
orientamento politici sempre più, e a maggior ragione nel
caso di Vizzini, socialconfusi.
Una per una, con attenzione e puntigliosità ha infilato le
classiche "perle" del macchiavellico "l'importante è il
risultato", del "il territorio è sequestrato dalla mafia,
quindi bisogna liberarlo, ovviamente con i carri armati e i
presìdi dell'esercito".
E una sola voce, anzi, una "sottovoce", quella del Partito
Radicale che ripropone il metodo come strumento, testimo-
nianza di un pensiero con cui io concordo, ma con il limite
appunto della testimonianza, senza capacità operativa e
senza quel seguito che una voce stentorea procura e provoca.
Ovvie le ragioni di un altro punto segnato a favore di Cosa
Nostra, ovvie le connivenze che non possono tollerare la
modifica di un sistema che ha garantito la governabilità di
quelle disgraziate terre, ovvie le voci che chiedono, impon-
gono, esigono lo stato di guerra, più funzionale al potere
mafioso che allo stesso Stato, non contropoteri, ma le due
facce della stessa medaglia, il potere, appunto.
Il potere che può stare dovunque purchè non nelle mani del
cittadino.
Perchè non ci si chiede che cosa lo Stato ha portato in
Sicilia ? Forse giustizia, lavoro, eguaglianza e rispetto
delle regole ? Io credo che lo Stato ha portato carabinieri,
accordi con la mafia, soprusi come e peggio di prima, io
credo che la gente in Sicilia ritenga lo Stato uguale o
peggiore di una qualsiasi famiglia mafiosa, uguale perchè
con lo stesso uso arrogante del potere, peggiore perchè non
rispetta nemmeno le regole che si dà.
Allora "liberare" la Sicilia con i carri armati equivale, in
termini morali e concreti, a sostituire un potere con un
altro, con l'alibi di una "legittimità" che è sbandierata
sempre e comunque, in ogni conflitto, noi ammazziamo solo
per motivi buoni, quando sono buoni stà a noi giudicare.
Coloro che giocano o fanno attività sportiva sanno bene che
un punto perduto non si recupera più, che non è possibile
superare i propri limiti e che se ora si parla di "misure
eccezionali" i casi sono due, o non si è fatto finora quel
che si poteva, o le misure eccezionali non sono altro che
palliativi, inutili paletti alle libertà democratiche, che
non fermeranno comunque gli schiacciasassi del potere.
In entrambi i casi la legittimità dell'azione non c'è, io
credo più alla seconda ipotesi, la prima ne viene compresa.
Per questo io rispetto l'impegno di persone come Falcone,
come Borsellino, perfino come Carlo Alberto Dalla Chiesa,
rispetto il loro senso dello Stato, tragiche figure che non
meritavano l'insulto che lo Stato ha loro rivolto: l'abban-
dono, non nel senso delle misure tecniche, nel senso del
progetto di una reale politica di democraticizzazione, del
far crescere nella gente la coscienza di avere un reale
potere, dell'evitare l'esercizio e l'abuso della delega, la
fogna in cui ingrassano i sorci (mi scusino gli animalisti)
della partitocrazia.
Per questo io chiedo, esigo, in qualità di cittadino di
questa istituzione chiamata Italia, un mutamento di rotta
radicale, dove radicale è aggettivo e sostantivo, dove il
"diritto" è l'arma e il consenso, la convinzione, la parte-
cipazione è l'esito.
john