(Rapporto ISPI sul sistema internazionale)ORDINE MONDIALE? FANTASIE
IL CAOS DELLA FRAMMENTAZIONE E' LA REGOLA PRESENTE
Da "Il Corriere della Sera", 23 LUGLIO 1992
Milano- Il nuovo ordine internazionale? Una pia illusione. Il governo mondiale? Un fallimento annunciato. L'unipolarismo? Una finzione ideologica. Con la fine della guerra fredda tutto si è verificato tranne che l'ingresso in un'era di pace universale. E quanti hanno sentenziato sulla fine della storia, a cominciare dall'ormai famigerato Francis Fukuyama, hanno soltanto dato prova della loro ingenuità.
Sono le tesi di fondo presentate ieri dall'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) sullo "stato di salute" del sistema internazionale dopo la fine dell'ordine bipolare. Un rapporto che, per mole e livello di analisi, è il primo del genere ad essere sfornato da un "think tank" italiano. Circostanza non casuale, ha fatto notare il direttore del comitato scientifico Piero Ostellino: ormai l'Italia, fuori dalle gabbie della guerra fredda, può ritrovare una sua dimensione autonoma di media potenza; così come è possibile ricominciare a "pensare in proprio" sui grandi temi internazionali.
Il rapporto dell'ISPI mette l'accento sullo "shock della frammentazione" che stiamo vivendo in questi anni, caratterizzati da nascite e estinzioni di Stati in numero mai visto prima. Un grande rimescolamento che mette in crisi gli approcci e i linguaggi tradizionali: e l'incapacità di comprendere il nuovo con gli strumenti concettuali della tradizione si traduce nell'impotenza della diplomazia ad affrontare le crisi più acute del dopo guerra fredda. La tragedia Jugoslava è lì a testimoniarlo.
Lo studio dell'ISPI vuole essere proprio il tentativo di abbracciare con un unico sguardo le grandi trasformazioni avvenute nel corso degli ultimi tre anni, mettendo in connessione tendenze apparentemente opposte: quella all'integrazione (Europa di Maastricht e simili) con quella alla frammentazione (URSS, Jugoslavia). Ciò che le accomuna è la crisi della centralità dello Stato, che si trova ad essere aggredito "dall'alto" e "dal basso". Ma se lo Stato non è più il luogo privilegiato della politica, allora non vale più nemmeno un approccio centrato sulle relazioni inter-statali: ecco perchè le istituzioni internazionali sono impotenti di fronte a crisi, come quella jugoslava, dove emergono come nuovi attori le nazionalità e le etnie, al di sotto e al di sopra dei confini esistenti.
Ma per riportare l'ordine è inutile sperare in un "gendarme internazionale", come gli Stati Uniti cercano di accreditarsi. L'America non dispone infatti dei mezzi necessari per far fronte alla "domanda di sicurezza" che proviene dal "grande disordine mondiale".
Il massimo di questo disordine lo si riscontra proprio lì dove la contrapposizione bipolare aveva toccato il culmine, congelando ogni altro conflitto: in Europa. La fine della guerra fredda riaprirà la competizione fra gli Stati e processi di integrazione dati per scontati, come quello euro-occidentale, potranno tornare in questione. Lo stesso concetto di Europa subirà ridefinizioni: fino a che punto ne fanno parte gli Stati Uniti? E Paesi come la Moldavia sono dentro o fuori?
Mentre il "processo a cascata" di frammentazione è ancora in corso si intravedono però i segni di nuove aggregazioni: proprio in Europa la Germania ridiventa polo di attrazione, specialmente per l'Europa centro-orientale. E il problema del futuro del nostro continente torna ad essere quello che già ha alimentato tutte le tensioni dell'ultimo secolo: la superiorità tedesca sugli agli Stati euro-occidentali.
Luigi Ippolito