Sul "Corriere della Sera" del 19 agosto scorso Sergio Quinzio, saggista di finissima ispirazione religiosa, notava come ai nostri giorni si stia assistendo "a un cambiamento di ruolo degli eserciti". Nessun compiacimento, però, nell'osservazione, anzi perplessità e scetticismo. Come mai?
Negli antichi imperi classici - ricorda Quinzio - gli eserciti erano solo strumenti per "conquistare e dominare": il loro ruolo era, insomma, esplicito e senza infingimenti. Gli eserciti "moderni", invece, sembra che combattano sempre "per ragioni nobilissine, per instaurare la vera e definitiva pace"... Insomma, dalle crociate in poi, assistiamo ad uno sforzo costante per rivestire con giustificazioni ideologiche il fatto, che però non cessa di esserci, della guerra e del dominio. Adesso, poi, prosegue Quinzio, si comincia forse ad eccedere: da qualche decennio in qua, si combattono (e sono - sono state - tantissime!) solo guerre di "liberazione", "disinteressate", ingaggiate "all'esclusivo scopo di beneficare il prossimo": esempio specifico, la guerra nel Golfo contro l'Iraq, nella quale "la cruenza della guerra" è stata dispiegata, pare, col "solo scopo di salvare vite umane". Sembra proprio, prosegue Quinzio con non velata ironia, che tutto sia pronto perché il Ministero della Guerra possa finalmente, c
onservando tutte le prerogative e gli obiettivi che ha oggi, assumere l'ossimorico nome di "Ministero della Pace"...
Perché questo avviene? Secondo Quinzio (forse semplifico un po'il suo ragionamento) ormai "siamo costretti a far sempre finta che le cose stiano come sappiamo che non stanno". Insomma,ignoriamo la guerra anche nel nome, e magari accendiamo ceri alla nonviolenza stravolgendo le cose per farle apparire il contrario di quel che sono: mentre, questa è la sconsolata conclusione di Quinzio, la realtà resta quella che è e che ben conosciamo.
Il testo di Quinzio si è in qualche modo intrecciato con un altro, apparso sempre sul "Corriere della Sera" il 15 agosto, a firma di Angelo Panebianco. Secondo Panebianco (e anche quì colgo solo un aspetto del suo intervento, certamente più complesso), le guerre non si fanno per ragioni "umanitarie". Mai. "Mai uno Stato...è entrato in guerra...esclusivamente per ragioni umanitarie". Ciò non è accaduto - nonostante le deprecazioni del Papa e del mondo cattolico - nella guerra del Golfo (ancora! Quanto *ambigua* dunque è stata questa guerra)nè ciò accadrà, nonostante l'universale indignazione delle coscienze, nemmeno nell'ex-Jugoslavia; dove un eventuale intervento degli Stati occidentali, se mai vi sarà, obbedirà solo a "ragioni politiche", le ragioni politiche degli "Stati", ai quali - e ai cui interessi utilitaristici - appartiene in definitiva l'ultima parola nel decidere o no di scatenare la guerra.
I due interventi mi hanno stimolato ad appuntare alcune, certo insufficienti, osservazioni che spero siano comunque utili - in questa conferenza in particolare - ad avviare una discussione di comune interesse.
Sia il polemista cattolico che il politologo laico hanno in comune - mi pare di poter avvertire - una certa diffidenza nei confronti della "parola", la parola che viene pronunciata, *storicamente pronunciata* a dare spiegazione, ragione e giustificazione degli atti che compiamo, tutti, anche gli Stati. L'uomo di fede- Quinzio - sa che le parole che vengono pronunciate a rivestire i fatti sono, se non opus Diaboli, quanto meno altamente inquinate dalla natura stessa dell'uomo, per cui il saggio, colui che ha per guida la fede, deve stare attento a non cadere nel tranello e a restituire i fatti, sottratti alla perversa mistificazione, alla loro immutabile realtà. A sua volta, il politologo laico ritiene di essere in grado, solo con la rigorosa applicazione delle norme, delle regole, delle leggi della moderna e assodata *scienza politologica* di scoprire, sotto il velo di Maya delle labili affermazioni e giustificazioni, la ferrea struttura individuata dalla sua scienza: "Mai uno Stato...è entrato in guerra...e
sclusivamente per ragioni umanitarie..." (dove solo l'avverbio - "esclusivamente" - lascia uno spiraglio aperto ad alleggerire il giudizio, chissamai...).
C'è qualcosa in questo ragionare che a me, inveterato storicista, non convince: io penso invece, storicamente e storicisticamente, che gli uomini (e gli Stati) debbano essere giudicati *a partire* dalle loro parole. Le parole identificano i fatti; sono cioè, nella storia, realtà (il che non esclude, anzi richiede l'esame critico dei complessi intrecci di cui sempre la storia è fatta: ma non in base ad una norma fissa, ideale e ferrea, sia quella suggerita dalla fede che quella imposta dalla presunta legge scientifica). Dunque, se oggi si ritiene necessario, o almeno opportuno, mutare il nome della guerra in pace, e se qualcuno - magari il Papa, che qualche esperienza, o almeno fiuto, in certe cose dovrebbe averlo - condanna gli interventi armati, ciò accade perché le ragioni *umanitarie* sono entrate prepotentemente nell'arena del dibattito e della politica mondiale e nessuno può oggi ignorarle. Le ragioni umanitarie trovano nell'ONU, tra l'altro, la sede che le rende, in definitiva, politiche.
Proprio il caso della guerra del Golfo di due anni fa ce lo insegna. Nemmeno la potentissima America (leader indiscusso di un mondo ormai unipolare) ha potuto fare a meno della copertura, dell'avallo ONU, e ha dovuto giustificare la propria iniziativa definendola "operazione di polizia internazionale" promossa sotto i colori dell'ONU, appunto. Naturalmente, anche senza essere politologi, sappiamo bene come l'iniziativa americana obbedisse ad una serie di motivazioni assai complesse sulle quali ha gravato anche, e fortemente,l'utilitaristica difesa degli *interessi* nazionali e statali, ma è essenziale avvertire che essa ha dovuto assoggettarsi alla cruna d'ago del benestare ONU. Dunque, questa copertura è importante; essa dimostra con evidenza come *ormai* nel mondo si sia aperto uno scontro politico ( che sfugge al politologo) tra la vecchia Ragion di Stato, la ragione dello Stato/Potenza, e le ragioni di un diverso modo di essere dell'equilibrio mondiale, che trovano nella Dichiarazione dei Diritti dell'U
omo un fondamento indistruttibile e nell'ONU un baluardo - esile, fragile, inadeguato, inefficiente, ecc. - che non *può* essere più scavalcato impunemente. E' questa la novità politica degli ultimi decenni, e non a caso è oggi possibile (come fa ad es. Duverger) parlare propriamente di un *diritto/dovere* di ingerenza negli affari degli altri Stati in nome dei Diritti dell'uomo, dei diritti umanitari/umanistici: un diritto/dovere che secondo la scienza politologica è una eresia in termini e certamente solo venti anni fa tale sarebbe stato per tutti. Se l'Occidente interverrà in Serbia è perché costretta da questa novità, non per "curare" i propri interessi, visto che essi sono non univoci e che comunque già sono stati lesi da un pezzo...
In definitiva, sembra a me ormai evidente che, con l'ingresso nella storia dei Diritti dell'Uomo quale metro di misura delle democrazie e comunque dei governi, la guerra - intesa come il conflitto nel quale ciascuna delle due parti contendenti invoca a sé il sacro diritto/dovere a condurre quella che essa così definisce "guerra giusta"- è impossibile, perché inconcepibile; lo Stato non si configura più, oggi, come l'ottocentesco "soggetto" della storia e della politica mosso da esclusive e imperscrutabili ragioni di interesse elevate a valori, sempre teso a rivendicare per sé quel privilegio della Sovranità assoluta che certo ha caratterizzato la nascita dello Stato nella sua forma moderna. La guerra mette in moto non solo i "diritti" dei due contendenti, ma anche altri diritti: persino i diritti di coloro che, in nome dei Diritti dell'Uomo, rifiutano principi fino a ieri sacri nella logica dello Stato, quale ad es. il principio della autodeterminazione, e invocano l'*ingerenza* negli affari altrui.
Molto altro si potrebbe, e dovrebbe, aggiungere, specialmente in una conferenza in cui si discute di partito radicale e dunque anche (penso) delle sue teorie, tra le quali spicca con sempre maggior evidenza proprio la teoria dell'*ingerenza*; ma penso di aver già abusato - per adesso - della pazienza dei lettori, ai quali chiedo pertanto scusa.
Angiolo Bandinelli
N.B. Sergio Quinzio sostiene che negli Imperi classici la logica della conquista era solo logica di "dominio", ignara di impacci ideologici. Però l'Impero Romano rivestì quella logica con una complessa ed altissima rete ideologica di giustificazione e di esaltazione di una propria missione storica ("Tu regere imperio populos, romane, memento"..."Parcere subiectis et debellare superbos", etc...[cito a memoria, scusatemi]) fino ad erigere la più colossale fictio etico-giuridica forse mai vista nella storia: quella, non dimentichiamolo, che ha vichianamente dato origine e fondazione a leggi e costumi, a prassi e a teorie etico-politiche senza le quali l'Occidente stesso non avrebbe [letteralmente] nome. Tutta apparenza?. Ma lo stesso S. Paolo seppe avvalersi in modo geniale del diritto concessogli dal suo essere cittadino romano, tanto che vi sono storici [penso a Sante Mazzarino, ad es.] i quali affermano che solo grazie a questa sua operazione intellettuale il cristianesimo ha potuto penetrare nella fortezza
dell'universalismo imperiale romano, da una parte vivificandone l'impulso interiore, dall'altra impossessandosene fino a divenire esso stesso religione di *diritto* universale...
N.B.2. Questi ragionamenti varranno anche se, come sembra ormai certo, gli USA, attaccheranno - oggi, domani? - Saddam Hussein al di fuori dell'avallo ONU. Anche in questo caso, e paradossalmente, la nuova realtà della politica inter/sovranazionale sarà rispettata. Gli USA sostengono infatti di voler garantire, con la loro azione, proprio i Diritti dell'Uomo che la ritrosia e le incertezze dell'ONU metterebbero invece a rischio: Saddam è la reincarnazione del *Male assoluto* che il declino del comunismo aveva allontanato dalla terra e dalla storia e di cui invece tanto ha bisogno Bush per poter ancora assegnare al suo paese il ruolo di Potenza egemone, e garante della pace, per molte ragioni da tempo offuscato. Se riuscirà ad accreditare questa sua tesi, Bush uscirà vincitore sia sul piano esterno che su quello interno; qualora invece essa non dovesse essere avallata dal *consensus gentium* si giungerà presto ad una crisi di equilibri e di valori di portata mondiale e si aprirà la ricerca di un nuovo modell
o globale di stabilità mondiale: nel quale i diritti della Sovranità assoluta degli Stati troveranno ancor meno posto di oggi.