A monte.Stabilito che nessuno tra i citati (gli ottimi Quinzio e Panebianco) e neppure il nostro Bandinelli cerca di fare della "storia teorica" come si fa della "fisica teorica", voglio dire che trovo le premesse della discussione abbastanza fragili, mentre le conclusioni politiche, in paricolare quelle di Quinzio, mi paiono animate da buone intenzioni ma poco chiare quanto ad obiettivi.
Non possiamo scoprire oggi che la guerra - come la politica - origina da un conflitto di interessi reali.
Certo lo studio della storia militare potrebbe renderci la vita difficile raccontandoci di sultani musulmani - menzione al merito a chi ne conosce il nome... - che hanno condotto spedizioni all'unico scopo di distruggere idoli eretici, per poi rientrare vittoriosi e soddisfatti entro i propri confini, senza razziare nemmeno uno spillo od occupare un centimetro quadrato di territorio nemico.
Si tratterebbe di un'eccezione solo apparente, perché il motivo politico di un'azione del genere non dovrebbe sfuggirci.
Allora ha ragione Bandinelli quando ricorda che i popoli antichi e i romani innanzitutto facevano i salti mortali per dare una copertura ideologica alla propria politica di espansione.
Il cosiddetto "Iustum Bellum" - invenzione romana...- poteva solo avere una conclusione vittoriosa, perché gli dei sono dalla parte dei giusti, e solo a questi essi concedono di vincere.
Certo la guerra non è considerata un'ordalia perché i romani, saggiamente, credono nella "Fortuna Virile", quella che uno costruisce con le proprie forze e con il proprio impegno. Ma sanno anche rivelarsi superstiziosi e attenti ad ogni segno divino, fino a ricercare con sacrifici persino la benevolenza delle divinità delle città che si apprestano ad assalire, per rassicurarle che non ce l'hanno con loro ma con gli abitanti. D'altra parte è opinione di Cicerone che i successi delle armi romane siano da attribuire alla natura pia del popolo, e non alla ferocia disciplinata dei legionari.
Potrei continuare. Ma non lo faccio - mi costa, ah se mi costa...- perché arrivo al punto. Se la guerra è sempre nel fondo una "disputa" di interessi, ciò non toglie che per essere affrontata debba avere un "consenso", il più possibile largo e convinto: chiunque fa la guerra con la prospettiva di rimanerci ha da sempre avuto le sue "buone ragioni" preferendo sapere di essere dalla parte della ragione, piuttosto che da quella del torto.
E le "ragioni" della guerra sono tanto più sofisticate quanto più sofisticata è la società che affronta la guerra. Storicamente - posso a richiesta portare un po' di esempi - sono state le più diverse: non siamo in grado di determinare quali saranno domani le "ragioni" per le quali affronteremo un conflitto: cosa ci sembrerà giusto a sufficienza per accettare di morirci e di far morire (NdA: niente accuse di storicismo per l'opinione che segue quindi...).
La dinamica complessa tra conflitto e radici del consenso è talvolta ben individuabile, e talaltra più confusa e dai contorni incerti, ma è lì dov'è una guerra.
La mia opinione è che nel mondo si stia aprendo un solco tra società che sono sufficientemente primitive (e povere) per trovare un sufficiente consenso per una guerra con motivi semplici - la tribù, l'etnia, la rapina - e società evolute ed egoiste (e ricche) che non riusciranno a trovare questi stessi stimoli e lo stesso consenso e reagiranno solo quando è assolutamente necessario.
Certo è che nell'opinione pubblica dell'Italia di oggi le ragioni da Ataman cosacco della leadership serba non paiono convincenti, ma nel contempo non si può dire che sollevino un'onda "interventista" le condizioni tragiche e disumane delle popolazioni bosniache.
Non voglio fare a sproposito accuse di egoismo e di particolarismo, ma certo è che per fare una guerra contro un altro stato dovremmo essere ben convinti tanto che la cosa "ci convenga" quanto che la cosa "sia giusta": visto in questi termini è facile sostenere che i costi di una guerra si faranno sempre più insopportabili.
E fin ora - purtroppo per i morti innocenti - molte guerre si combattono per interessi che ci toccano ben poco e che non riescono a motivare a sufficienza i rischi di un intervento armato.
Intervenire nella ex-Jugoslavia con "energia" richiederebbe uno sforzo qualitativamente non minore a quello impiegato nel Golfo contro Saddam: ma in condizioni molto peggiori di quelle, se non sotto il profilo logistico, sicuramente sotto quelli strategico, operazionale e, ultimo ma non meno importante, sotto il profilo politico.