Con la candidtatura di Albert Gore alla vicepresidenza i temiecologici entrano nella corsa alla Casa Bianca. Forse è ora che anche
in Italia i verdi si riciclino in gruppi più grandi.
(da la nuova Ecologia)
articolo di Gianni Riotta
Con la candidatura d Albert Gore, 44 anni del Tennessee, alla
vicepresidenza del Partito Democratico, i temi ecologici entrano per
la prima volta nella storia americana, nella corsa al la Casa Bianca.
Certo, il Presidente George Bush s'era presentato, nel 1988 candidato
per i repubblicani come "l'uomo dell'ambiente": era però la question
Terra usata ancora come fondale per uno spot televisivo, belle
montagne del Parco di Yellowstone e predicozzi sulla salvaguardia
ecologica.
Albert Gore è invece un vero studioso. Ha pubblicato un libro. "La
terra in bilico" che, fatto straordinario per l'opera di un senatore,
ha dominato le classifiche della saggistica per qualche settimana. E'
andato al vertice d Rio De Janeiro, discutendo con serietà e
incontrandosi con le organizzazioni di base, con i leader locali,
diventando presto l'interlocutore arnericano centrale. Bush ha invece
scelto, delle tre strade che aveva davanti, la peggiore: poteva andare
a Rio, classificarsi come il Presidente dell'ambiente, firmare gli
accordi che gli si paravano davanti e poi, magari, disattenderli una
volta tornato a Washington. Poteva altresì nor partecipare alla
kermesse brasiliana, denunciandola come un Carnevale senza costrutto e
sperare di abbindolare l'elettorato di destra. E' invece andato, ma
senza siglare il trattato sulle biodiversità, stizzendo l'ala
conservatrice della coalizione exreaganiana e regalando il trma verde
ai democratici.
Grazie ad Al Gore la tutela dell'ambiente diventa così da fenomeno di
base, marginale a tratti, con connotai
estremistici, alternativi, tema accettato, perbene, da Palazzo. Il
che, ovviamente, offre delle opportunità e presenta dei rischi. Per il
movimento verde organizzato, in America come in Europa, che le forze
politiche tradizionali si "verdizzino" significa la perdita di una
specificità, nata con le lontane vittorie in Germania. A che servono
partitini, gruppi e simboli, quando un politico di razza pura come
Gore si presenta da verde? D'altra parte l'entrata a pieno titolo nei
temi di parata, con il lavoro, l'economia, la difesa ecc., significa
che la battaglia per sensibilizzare l'opinione pubblica, aperta
trent'anni fa da sparute minoranze, è vinta. Oggi si gioca sul campo
centrale, la partita si fa sena, non è più da serie C: e i pro-
fessionisti non hanno tenerezze per i dilettanti.
In America il rischio è minore, perché la base, "grassroots", radicata
come l'erba, vive ai margini della politica ufficiale e la alimenta di
idee, uomini e metodi. Più complicata la questione in Europa, dove i
Verdi amauo la presenza militante a sé, e peggio ancora in Italia,
dove la leadership verde s'è sempre distinta per comportamenti poco
innovativi, e dove l'attaccamento alle denominazioni di origine
controllata che portano in parlamento è difeso con gelosia.
Che fare allora? In Italia, sperare che la transizione dall'assetto
atblale alle future istituzioni non sia catastrofica e dunque che i
Verdi possano riciclarsi, sia detto senza battuta, in gruppi più ampi
di loro, con il compito di agitare i temi cari a questa rivista. Per
l'Europa, poi, si potrebbe pensare a movimenti transnazionali - e
Marco Pannella, come sempre sni generis, ha giocato d'anticipo - che
usino i tavoli verdi di Parigi, Strasburgo e Bruxelles per partite nonanguste, sfidando per esempio l'egoismo dei contadini francesi con le
loro assurde tariffe. In America invece, custodire il nucleo di
comunità dei diversi, perché si tratta di scelte di vita, avanzi per
concimare, baracca in campagna, niente automobile o televisione, ma
restando a livello dei Gore e della loro capacità di apprendimento
intellettuale. E' possibile? Domanda da capovolgere: è impossibile
fare altrinnenti.