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Partito Radicale Giorgio - 23 settembre 1992
CHE FARE DOPO IL SI FRANCESE
Che fare dopo il si francese a Mastricht?

di Andrea Chiti Batelli,

federalista e presidente della "Esperanto" Radikala Asocio.

La risicatissima vittoria "europea" del 20 settembre scorso in Francia rivela ancora una volta, tutte le difficoltà del processo di unificazione continentale: i Francesi non hanno ancora scelto tra l'Europa sovranazionale di Jean Monnet e quella "delle patrie" (leggi: "degli Stati") del generale de Gaulle. E tale profonda divisione è viva anche in altri Paesi, come in Gran Bretagna (dove gli anti-sovranazionali sono sicuramente la maggioranza) e in Germania, dove la crescente potenza economica ha fatto aumentare anche una sorta di gaullismo tedesco, a cui i successori di Kohl difficilmente potranno opporsi in modo valido: sicchè anche per questo il tempo lavora contro l'Europa.

Per tutte queste ragioni si sentono da più parti voci di desistenza, di ripiegamento, di cedimento: comunque, si dice, il trattato di Maastricht andrà profondamente rivisto e modificato, specie dopo la crisi dello SME. Ma non si dice come (e si sottintende: ulteriormente annaquato e diluito, nei contenuti come nello scadenzario previsto).

A ciò i federalisti dovrebbero contrapporre un'altra strategia, diversa nei contenuti e nelle procedure.

Il primo, e più radicale cambiamento è quello dei contenuti.

Il "Corriere della Sera" dell'8.10.1991, ha pubblicato l'essenziale di un importante studio di tre soloni D.O.C. della politologia e della scienza economica: Timothy Garton ASH, docente presso il St. Anthony College di Oxford; Michael MERTENS, della Cancelleria federale di Bonn; Dominique MOISI, Direttore dell'Istituto Francese di Relazioni Internazionali. Soffermandosi sulla situazione dell'Europa orientale i tre illustri studiosi scrivono tra l'altro: »La Polonia, la Cecoslovacchia, l'Ungheria non saranno certo nelle condizioni economiche che consentano loro di sostenere il contraccolpo economico dell'entrata nella CEE nell'anno 2000. C'è bisogno, dunque, di una loro piena appartenenza politica immediatamente, affiancata da lunghi periodi di transizione economica .

Questo suggerimento, se adeguatamente sviluppato e generalizzato, consente di capovolgere la logica di Maastricht. Ciò che occorre è una Unione politica europea subito, con poteri adeguati per organizzare e attuare una politica estera, difensiva e anche economica comuni: con l'intesa però che, quanto a quest'ultimo punto, vi sarà un periodo transitorio - variabile per ogni Paese e decisa al momento opportuno dal Governo federale europeo - durante il quale i singoli Stati non ancora pronti per l'Unione (oggi anche l'Italia è tra questi) continueranno ad avere moneta e politica economica proprie, ma decise e gestite da detto Governo federale. Sarà quest'ultimo a stabilire e mettere in opera le varie misure di risanamento, in tutti i campi, indispensabili, in ciascun Stato, a far convergere le singole economie, fino a consentire la piena integrazione anche economica, dei meno "virtuosi", in un momento che potrà variare per ciascuno di essi. Misure indispensabili, dicevo, ma che, essendo impopolari, possono

ben più difficilmente essere prese dai Governi nazionali interessati (col rischio costante, per di più, di una loro reversibilità)1.

Se il sistema politico federale previsto per inquadrare tale piena unificazione economica e monetaria sarà ispirato ai principi democratici (un Parlamento eletto, legiferante; un Governo di legislatura, fornito di ampi poteri e sottratto al voto di fiducia parlamentare; una Corte di Giustizia), verranno superate tutte le obiezioni - non poche delle quali fondate - di coloro che si battono contro Maastricht dichiarando »non siamo contro l'Europa, ma per un'altra Europa : giacchè saranno così eliminati i difetti tecnocratici, settoriali, verticistici che si denunziano più o meno in buona fede, nell'Europa attuale; e saranno pertanto lasciati allo scoperto gli anti-europei irriducibili - nazionalisti di estrema destra e estrema sinistra - che fino ad ora si sono mimetizzati dietro quei pretesti.

Restano le procedure: e poichè su di esse ho avuto occasione di soffermarmi di recente in Comuni d'Europa del febbraio 1992, le riassumerò in due parole.

Occorre che la redazione della Costituzione dell'Unione politica sopra suggerita sia affidata al Parlamento Europeo che sarà eletto nel 1994. Tale Assemblea ha però troppo scarsa eco nell'opinione pubblica, e l'elezione relativa suscita troppo scarso interesse - per non dire nullo - perchè si possa sperare che una tale proposta possa avere effetto maggiore del "piano Spinelli" approvato da detta Assemblea nel 1984.

Occorre dunque che vi sia un mandato esplicito al Parlamento Europeo da parte dei 12 Governi, o della maggioranza favorevole di essi, prima di quelle elezioni, in modo che queste abbiano, presso l'opinione pubblica, il significato costituente che si è detto. Ed occorre un impegno altrettanto esplicito di detti Governi a sottoporre il progetto di Costituzione elaborato dal Parlamento Europeo (o da quelli, dei suoi rappresentanti, appartenenti agli Stati che avranno aderito) a referendum, o secondo le procedure costituzionali, di ciascun Stato, a voto parlamentare, senza passare per una conferenza diplomatica che affosserebbe tutto. E un impegno, eprtanto, a fare entrare in vigore immediatamente tale Costituzione, una volta approvata dalla maggioranza dei Dodici (con l'intesa che gli altri resteranno membri della CEE, nella quale la nuova Unione siederà come membro unico).

Questa è, secondo me, la "linea" europea da sostenere e su cui impegnarsi. Il loro successo dipenderà dal grado di consapevolezza europea che si riuscirà a suscitare nell'élite politica, economica, culturale dei vari Paesi, e dal grado di solidarietà, di spirito di comune appartenenza che si riuscirà a sviluppare nell'opinione pubblica. Un'impresa non impossibile, ma certamente ardua: come prova l'indifferenza con cui l'Europa assiste al dramma iugoslavo e, più in generale si disinteressa dei problemi dell'Europa orientale.

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1) Mi sia consentita una piccola civetteria bibliografica. Molto più modestamente dei tre autori inglese francese e tedesco sopra citati, la loro proposta - piena unione politica subito; unione economica graduale, decisa per ogni Paese dalle autorità federali - è stata da me prospettata già quindici anni addietro, nel mio lungo contributo che conclude il vol. di atti, edito dal Movimento Europeo, L'Unione economica e il problema della moneta europea, Milano, Franco Angeli 1978 (pp. 528-557), e un capitolo del mio vol. Liberali e laici di fronte all'Europa, Manduria, Lacaita 1979 (pp. 115-139). Non credo che nessuno ne abbia mai letto un rigo: ma proprio per questo, spero, mi si perdonerà l'autocitazione.

 
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