UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI SIENA
CONSORZIO UNIVERSITA' A DISTANZA
MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
MINISTERO DELL'UNIVERSITA' E DELLA RICERCA SCIENTIFICA
R.A.I.
OLIVETTI
Convegno: "MULTIMEDIALITA' E TELEDIDATTICA NEL SISTEMA EDUCATIVO ITALIANO"
Siena, 15 settembre 1992 - h.15,30. Aula Magna del Rettorato
Relatori: Carlo DE BENEDETTI, Presidente e Amm.re Delegato OLIVETTI; Umberto ECO, Ordinario di Semiotica Università di Bologna; Sandro FONTANA, Ministro dell'Università e della Ric. Scientifica; Alfonso GRAZIANI, Presidente del Consorzio Università a distanza; Giuseppe MATULLI, Sottosegretario di Stato alla Pubblica Istruzione; Daniele MOSCA, Direttore Generale OLIVETTI Pubblica Amm.ne; Moreno PERICCIOLI, Assessore Regionale al Lavoro, Formazione Professionale e Sistema Informativo; Pietro VECCHIONE, Direttore Dip.to Scuola Educazione R.A.I.
Umberto Eco: SCIENZA DELLA COMUNICAZIONE E MULTIMEDIALITA'
RETTORE BERLINGUER:»Dopo aver ringraziato il Sottosegretario Matulli per avere aperto anche alla tematica scolastica più generale i discorsi e le questioni che abbiamo posto prima per l'università, vorrei pregare il prof.Umberto Eco di intervenire. Lo abbiamo chiamato a questo convegno perché egli ha già sperimentato un prodotto multimediale all'interno di un altro progetto nel quale l'uso delle tecnologie è finalizzato a scrivere una storia quanto meno degli ultimi secoli di questa civiltà.
Non c'è bisogno di motivare altro, salvo dire una cosa che mi sta a cuore: Umberto Eco è uno dei più grandi intellettuali italiani ed è insieme uno studioso, un docente, uno scienziato e credo che anche in questa simbiosi di due aspetti dell'attività del pensiero, si manifesti la ragione di una straordinaria disponibilità al moderno e alle tecnologie .
ECO:»Una ventina di minuti per fare alcuni accenni a due problemi apparentemente separati, ma che in questa sede senese si riuniscono; uno è la presentazione che si è fatta questa mattina all'interno della tematica di questo convegno di un prodotto didattico multimediale, con la nascita di un laboratorio nella Facoltà di Lettere. L'altro è il fatto che a Siena è già iniziato, è stato già avviato il corso in scienze della comunicazione, in quanto Siena è stata una delle prime tre università in Italia ad averle e attualmente c'è una grande rincorsa e iscrizione presso il Ministero da parte di tante altre università, mentre la Commissione ministeriale alla quale avevo partecipato raccomandava al ministro di tenere conto delle situazioni territoriali e di non creare eccessive sovrapposizioni.
Quindi viene spontaneo che io mi ponga oggi il seguente problema: se la multimedialità adattata alla didattica ha il futuro che quest'oggi, a questo tavolo, è stato prospettato, esiste un modo, in una università o in tutte le università che hanno un corso di scienze in comunicazione, di preparare anche futuri operatori a questo tipo di lavoro. In sala c'è l'amico Gianni Degli Antoni che alla Statale di Milano, Dipartimento d'informatica, prepara gente a lavorare sull'editoria multimediale, ma nel futuro qui prospettato il diffondersi della pratica sarà tale che si chiederà ad altre università o ad altri tipi di dipartimento o di istituzione come si formano degli esperti della multimedialità, già una espressione che è una "contradiction in adjecto", come si fa ad essere esperti di un qualcosa che mette in opera una molteplicità di tecniche comunicative.
Si può essere asperti di hardware atto ad uso multimediale, ma come creare degli esperti che possano un giorno invece produrre del soft multimediale? Anche perché i modelli soft si realizzano in materie diverse. Una delle grandi acquisizioni in fondo di grandi discipline contemporanee, l'avere compreso che lo stesso modello, rappresentabile, non so, da un grafo, da un diagramma di flusso può realizzarsi nel codice immunologico come nella struttura di una rappresentazione teatrale, non è una citazione paradossale, c'è un immunologo italiano che lavora negli Stati Uniti, che si chiama Celada, che aha scritto un bel saggio, per interpretare in termini di modello teatrale il comportamento dei linfociti e, proprio per questo, gli immunologi, anni fa, qui in Toscana (a Lucca) avevano organizzato un incontro tra tutti gli immunologi del mondo e i semiotici per studiare come potevano essere dei modelli comunicativi che si adattassero anche al comportamento dei linfociti. Pensate a modelli catastrofici che posso
no adattarsi sia a descrivere un processo di digestione o del prendere sonno che ad una rivolta nelle carceri.
Capite, quindi, come si crea un esperto di modelli che talora sono così astratti da potersi realizzare in materie diverse, tanto più che la caratteristica di questi modelli è che si sviluppano man mano che si sviluppano anche le possibilità dello "hard", le possibilità di questi modelli "soft". Tutti sappiamo quanto l'invenzione del chip abbia fatto nascere nuovi modelli soft, senza il chip non potevano nascere quei modelli di reti neurali, che attualmente si applicano al comportamento di un cervello o anche a descrivere dei fenomeni di omeostasi sociale.
Quindi, come si educa qualcuno a gestire dei modelli comunicativi ancora ignoti, dato che dipendono da uno sviluppo tecnologico di cui non si può ancora dire.
Questa mattina, venendo in treno, pensavo: se dovessi fare un CDROM, uno di questi programmi di didattica come quello mostrato questa mattina per l'insegnamento dell'esperanto. Mi sono posto questo problema perché sto facendo da alcuni anni una ricerca sulle lingue perfette, devo finire il libro e questa estate ho dovuto studiarmi l'esperanto, ho preso una piccola grammatica di Bruno Migliorini, molto ben fatta e in una settimana ho capito l'esperanto. Badate, non è che io sappia parlare l'esperanto né che forse sappia leggerlo correntemente, ma avendo una preparazione di tipo filosofico e poi linguistico, ho capito la struttura grammaticale dell'esperanto, ho capito perché mentre tutti i linguaggi artificiali cercano di escludere le flessioni, l'esperanto introduce l'accusativo per delle ragioni molto precise che sono anche in grado di spiegare in una lezione a scuola. Voglio dire, l'avere un certo tipo di preparazione mi permette di capire la struttura della grammatica di una lingua che tuttavia non s
o parlare.
Per fare questo dischetto di insegnamento dell'esperanto, dovrei riuscire a disegnare la struttura soggiacente. Ora, quando alcuni bravissimi dipendenti dell'ing. De Benedetti, nel '53, mi hanno mandato prima all'università e poi a casa il primo computer M20 e ho avuto tra le mani il manuale, badate il manuale Olivetti che come il manuale IBM e come il manuale di qualsiasi ditta produttrice è totalmente illeggibile - perché quelli che fanno il manuale sanno tutto sullo "hard" ma non sanno niente sulla psicologia della lettura e dell'apprendimento e dovrebbero fare non solo dei corsi di ingegneria, ma dei corsi di scienze della comunicazione - ovvero i manuali dovrebbero farli degli esperti in scienze delle comunicazioni, aiutati dagli ingegneri che hanno costruito il computer, invece sono fatti da ingegneri che dialogano tra di loro, strizzandosi l'occhio nei punti difficili e dilungandosi inutilmente nei punti intuitivamente facili. Ma, non sapendo niente di programmazione in Basic, in Pascal ecc., vis
to che un po' di logica sillogistica aristotelica medievale, un po' di logica storica la sapevo, ho capito il meccanismo di un diagramma di flusso in mezza giornata.
Per fare uno di questi dischetti dovrei pormi dei problemi di psicologia del colore, non sono uno psicologo del colore, ma una certa attività di analisi delle comunicazioni di massa, della pubblicità, delle trasmissioni televisive mi ha insegnato intanto cose elementari che tutti sappiamo, se devo leggere un testo molto lungo, scrivere in giallo su un fondo rosso rende la cosa faticosa, mentre in smeraldo su un fondo blu cupo la cosa può andare meglio, ma se devo attivare l'attenzione in un angolo sul nuovo segnale dovrò usare il rosso e così via.
Un dischetto che deve raccontare una lingua, come quello di stamattina racconta delle storie, cioè la Storia con la S maiuscola, deve avere delle strutture cinematografico-narrative, deve avere un montaggio, e io non sono un regista, ma certamente mi sono bastate alcune letture giovanili di Einstein (nota del trascrittore: probabilmente Eisenstein) o Bela Balash o Sadul per capire le grammatiche elementari del montaggio e del controcampo. Cosa voglio dire con questo? Potri in qualche modo, con l'appoggio poi di un tecnico dello "hard" e forse di un tecnico del "soft", in poco tempo, sapere collaborare a montare un dischetto sull'apprendimento dell'esperanto, non conoscendo nulla di una serie di materie specifiche, ma avendo ricevuto in una facoltà di filosofia e poi praticando studi semiotici, una forma mentis che mi rende adatto a capire la struttura astratta di alcuni problemi e sapere trasporre modelli da materia in materia.
Potri addirittura arrivare a capire, semplicemente perché ho letto l'articolo di Sipsers su La Repubblica di stamattina che, di fronte a certi problemi, mi trovo a dover risolvere la questione di un verso che non so risolvere, neanche i matematici sanno risolvere, quindi decidere di fermarmi perché più in là il programma non potrà andare.
Penso, quindi, che si possa preparare degli operatori nel mondo della multimedialità non necessariamente educandoli a tecniche specifiche, ma a modalità di ragionamento. Questo non vuol dire che tra le materie essi non debbano prendere alcune tecniche specifiche, quello che voglio dire è che, esistendo dieci tecniche specifiche, talora basta prenderne bene una per capire alcuni funzionamenti generali. Voglio dire che chi abbia imparato l'inglese bene, per esempio analizzando la lingua inglese, attraverso una grammatica generativo-trasformazionale, capisce la meccanica generale di varie lingue, poi impara facilmente dopo il francese; se invece l'ha imparata male, semplicemente mandando a memoria termini o imparando frasi fatte non sarà affatto pronto ad imparare il francese.
L'esperimento fatto questa mattina, come accennavo, ha messo al lavoro il medievista, che ha lavorato molto sulle retoriche medievali, uno studioso di storia della filosofia del '600, ma orientato verso Bacone, un altro collaboratore che ha una formazione di base eminentemente logico-formale e solo uno che ha dato la tesi su argomenti computeristici. Però quattro persone venute da formazioni così diverse, tuttavia, come vedete tutte formazioni che in qualche modo allenano a una cera capacita' di individuazione, di strutture e modelli comunicativi, hanno potuto interagire poi coi tecnici della Olivetti per costruire e inventando loro stessi strutture astratte che poi caso mai altri hanno realizzato, hanno fatto sì che la ferraglia realizzasse, strutture astratte, attraverso un apprendimento successivo.
Vorrei prendere come modello di questo studente che un corso di scienza delle comunicazioni dovrebbe creare, un mestiere molto strano e chiaramente sto facendo una metafora, la grafica, e pensare a un grande grafico italiano, che è Bruno Munari. Io ho lavorato molto con Bruno Munari, il quale sapeva cambiare l'impostazione della pagina a seconda che si trattava di un problema scientifico, di un problema letterario. Quando si è trattato in una storia delle invenzioni di costruire una serie di pagine intorno all'energia atomica, ha spiegato che bisognava rappresentare la fissione nucleare, non la fusione, ma il primo procedimento di fissione che era venuto con Fermi e dategli alcune nozioni elementari da parte dello scienziato che era lì su come funzionase la fissione nucleare, Bruno Munari ha immediatamente inventato un modello di impaginazione in cui, a differenza delle pagine seguenti, una specie di fumetto astratto continuava a piè di pagina che mostrava il moltiplicarsi della fissione nucleare, ma si
ccome bisognava raccontare come si era arrivati a questo processo, attraverso una catena di eventi storici, rispetto a cui c'era persino la persecuzione antisemita di Hitler che aveva spinto una serie di scienziati in America, nella parte superiore della pagina, lo stesso procedimento di moltiplicazione che nella parte inferiore è data attraverso un modello atomico, nella parte superiore era data attraverso una sequenza di fotografie che mostravano come attraverso alcuni eventi si era arrivati ad altri eventi.
Allora, cos'è un grafico? E' qualcuno che riesce a mettere in pagina, dopo una comprensione preliminare del problema e dopo il ricorso a tutte le specializzazioni del caso, con estrema sensibilità e in modo estremamente adeguato all'argomento, qualsiasi o tutti gli argomenti.
La metafora funziona fino a un certo punto, ma credo che un corso delle comunicazioni che deve comunicare una serie amplissima di conoscenze, molte delle quali non sappiamo ancora quali saranno, deve però essere in grado di concepire fondamentalmente un grafico delle idee. Mi pare uno slogan per il corso a venire e per l'editoria multimediale. Grazie .
L'EUROPA NASCE A BABELE
Intervista di Jean-Noel Schifano a Umberto Eco.
Copyright Le Monde, La Stampa (30 settembre 1992)
Sabato prossimo Umberto Eco inaugurerà una serie di lezioni al Collége de France. Fra i temi anche la nascente Europa: quali speranze? quali rischi? e quale lingua? Lo scrittore risponde in questa intervista.
La ricerca di una lingua perfetta nella storia della cultura europea è il tema che lei ha scelto per la sua lezione inaugurale al Collège de France. Non è una gargantuesca utopia ricalcata su una ricerca del Graal?
»Lei ha detto: "utopia", "gargantuesca" e "ricerca del Graal": è una ricerea del Graal; è un'utopia: è gargantuesca perché in tre anni di lavoro su questo argomento mi sono reso conto di quanto sia enorme il numero di persone che, come Descartes, Mersenne, Bacone, si sono occupate di questo problema. Gargantuesco e rabelesiano come Idea di progetto bizzarro, delirante. Per abbracciare davvero tutto, dieci saggi dovrebbero lavorare vent'anni per fare quaranta volumi... Man mano che procedo, anch'io, che sono collezionista di libri antichi, scopro testi del tutto sconosciuti o che sono stati menzionati, poniamo, una volta da Leibniz, un'altra da un altro tale: una quantità .
E che cosa significa questo per l'Europa che non ha smesso di lacerarsi sognando di unirsi?
»Vuol dire che la storia dell'Europa, attraversata da spaccature, guerre, divisioni, tentativi di ristabilire lo Stato, è costantemente accompagnata da questa ricerca punteggiata da possibili sommovimenti polltici. Per esempio: Postel. Postel sogna la riscoperta dell'ebreo originale perfetto per permettere la concordia universale religiosa e politica sotto il re di Francia. E ben si vede qui l'elemento nazionalista, l'elemento concordatario della pace universale fino a Nicolas de Cues per mettere d'accordo gli ebrei, i musulmani e i cristiani.
I membri di Rosacroce cercano una lingua magica il che va ad intrecciarsi con la lingua degli uccelli, la lingua naturale di Jacob Bohme; ma, sotto, c'è la pace universale, che è la pace tra cattolici e protestanti. Sotto la Convenzione, c'è la lingua perfetta repubblicana di Delormel per la concordia laica dell'llluminismo: questo tema attraversa sempre la storia europea. E' un'utopia perché non c'è lingua perfetta, e tutta la ricerea è affascinante .
Una ricerca del Graal, dunque, votata alla sconfitta?
»Sì. E' un Graal perché è una ricerca impossibile. Certo, ed è l'altro tema che mi interessa, questa ricerca in ognuno dei suoi episodi, fallisce ma produce ciò che gli inglesi chiamano "effetti collaterali"; la lingua di Lullo fallisce come lingua della concordia religiosa, ma fa nascere tutte le combinazioni, fino al computer. La lingua di Wilkins fallisce come lingua universale ma produce tutte le nuove classificazioni delle scienze naturali. La lingua di Leibniz fallisce, ma produce la logica formale contemporanea... .
Rimane quindi sempre una piccola eredità...
»In ogni attività quotidiana oggi, che facciamo dell'algebra o che giochiamo con il calcolatore, approfittiamo effettivamente di certe eredità della ricerca di una lingua perfetta. E per un linguista, uno studioso di semantica è ancora più affascinante, indagando le ragioni per le quali le lingue perfette non hanno funzionato, scoprire perché le lingue naturali sono come sono .
Una lingua per tutti sarebbe una unificazione. Per lei una è un ideale?
»No. Anche se si può pensare che un giorno il Parlamento europeo opti per il francese, o l'inglese, o l'esperanto, sarebbe sempre una lingua ausiliaria utile per alcune cose ma non per il resto della vita... Ogni ricerea di lingua perfetta partiva sempre dalla descrizione dei difetti della lingua naturale .
Se lei persegue questo progetto, se si pone questo problema, non è in fin dei conti perché in Italia si nasce con due lingue: quella ufficiale standardizzata, la toscana, e la lingua della propria regione?
»Sì, la lingua di Dante nasce come risposta alla ricerca di una lingua perfetta. All'inizio Dante discute soltanto sulla lingua di Adamo, su quali sono le sue caratteristiche, poi prende questa decisione davvero meravigliosa: la lingua perfetta sarà la sua, quella che inventa per il suo uso poetico e che, in seguito, diventa lingua nazionale. La nascita della lingua italiana, dunque, appare davvero come effetto di una grande ricerca sulla lingua perfetta... .
Ed è diventata artificialmente nazionale...
»Se vogliamo, l'italiano soffre di essere nato dal progetto di una lingua perfetta. L'inglese, al contrario, nasceva imperfetto e, in seguito, la gente ragionava per conto suo, faceva evolvere la lingua. Da qui, in Italia, tutte le lamentele sugli uomini politici che parlano una lingua incomprensibile... L'italiano è stato ed e rimasto una lingua da laboratorio. Cercando una lingua perfetta Dante inventa il suo italiano; poiché l'ltalia non è unificata in quanto nazione, l'italiano non diventa mai la lingua parlata da tutti, ma rimane soltanto la lingua degli scrittori. Ed è così che ancor oggi parliamo la lingua degli scrittori senza che essa si sia evoluta. Non c'è stato quel passaggio fra la lingua di Chaucer, la lingua di Shakespeare, la lingua di Jean de Meung, la lingua di Rabelais, la lingua di Scarron e la lingua di Hugo. Tant'è che Manzoni parlava ancora l'italiano di Dante .
E secondo lei e un bene o un male?
»E' un male! L'italiano ha avuto la sua unificazione standard con la televisione. Non dimentichiamo che, non più di un centinaio d'anni fa, Vittorio Emanuele, che unificava l'Italia, dopo la battaglia di San Martino disse ai suoi ufficiali: "Aujourd'hui, nous avons donné aux Autrichens une belle raclée" (oggi abbiamo dato agli austriaci una bella batosta, ndt). E lo disse in francese. Perché parlava francese con la moglie e con i suoi ufficiali; in dialetto con i suoi soldati. E in italiano, forse, con Garibaldi... .
In Francia, in Inghilterra, in America, si assiste a un impoverimento del linguaggio.
»L'impoverimento del linguaggio ha diverse facce. Io sono fra quanti pensano che una lingua, essendo un organismo vivente riesce sempre ad arricchirsi e a sopravvivere, a resistere a ogni "imbarbarimento", a produrre poesie, ecc. E' evidente che a New York, dove si trovano portoricani, indiani, pakistani, ecc., tutte queste persone impongono al resto della comunità un linguaggio semplice, di due o tremila parole, dalle costruzioni facili. E' senz'altro un fenomeno che avviene negli Stati Uniti, non direi che avvenga già in Europa. Non sono di quelli che si scandalizzano quando le nuove generazioni parlano il loro gergo standard, perché la lingua è così forte da aver sempre la meglio.
Resta quella che i sociolinguisti hanno chiamato la divisione sociale dei linguaggi. Evidentemente, un professore d'università ha una lingua più ricca di un taxista; Richelieu aveva una lingua più ricca di quella dei suoi contadini. La divisione sociale del linguaggio è sempre esistita. E poi questo non implica il concetto di impoverimento arricchimento: l'inglese è senza dubbio la lingua più ricca lessicalmente e, per la divisione sociale dei linguaggi, il taxista di New York non conosce che una piccolissima parte di questo lessico. Ma la ricchezza della lingua inglese non è in discussione: sopravvive attraverso la letteratura. Penso quindi che nessuna rivoluzione tecnologica possa tradire una lingua. E' una paura troppo forte tra i francesi .
L'Italia molteplici lingue e ricerca d'unità non è una sorta di microcosmo dell'Europa attuale?
»Direi di no perché l'Italia ha la sua lingua, e questo è tutto. Al contrario, I'Europa, nella mia storia, cerca una lingua unificata. Senza raggiungerla. Ancora vent'anni fa si era inclini a pensare che quattro o cinque lingue fondamentali potevano bastare ai popoli europei. E quel che noi vediamo, dopo il crollo dell'impero sovietico, è una moltiplicazione di lingue regionali: nell'ex Jugoslavia, nell'ex Unione Sovietica... Ma ciò darà forza anche alle altre lingue minoritarie, il basco, il catalano, il bretone... .
Ma è un bene, non un male!
»Certo. L'Europa deve dunque trovare una unità politica al di sopra di questo grande frazionamento linguistico, ben più grande che nel 1950. Rispetto a questo, il problema della lingua universale diventa secondario. Ciò può servire a decidere quale lingua veicolo utilizzare: l'inglese, lo spagnolo o l'esperanto. Sarà un problema tecnico da risolvere. Ma il problema dell'Europa è di andare verso il polilinguismo; si devono porre le nostre speranze in una Europa poliglotta. Il problema dell'Europa è trovare una unità politica attraverso il poliglottismo... Anche se si decide che al Parlamento europeo si parli l'esperanto e che negli aeroporti si parli l'esperanto. Ma la vera unità dell'Europa è questo poliglottismo...
»In Italia il problema non è lo stesso perché l'Italia, con la sua diversità di dialetti, di tradizioni ha edificato in un italiano standard la sua lingua nazionale.L'Italia non è la Jugoslavia, i Paesi baltici. Nessuno pensa neppure le leghe separatiste - che si debba parlare il milanese a Milano. Le differenze linguistiche sono tutto sommato, ridotte... L'Italia ha divisioni economiche, ha divisioni etniche coperte in apparenza dal fatto che questo italiano standard, lingua nazionale, nessuno vuole abbandonarlo. L'Europa no. L'Europa deve prendere a modello non l'ltalia, ma la Svizzera. Cioè una comunità polilinguistica.