ASSEMBLEA ANNUALE, MILANO 18 OTTOBRE 1992RELAZIONE DI GIORGIO INZANI
PREMESSA - MILANO CLOACA MUNDI?
La mia relazione sarà nello stesso tempo molto astratta e con le radici nella terra. Le cose fatte dall'Associazione negli ultimi 12 mesi a Milano vi sono state elencate da Salvatore e Gabriella. E' servito davvero a qualcosa tutto ciò, oppure ci siamo dati buona coscienza a pessimo mercato? In questa Milano, ex "capitale morale" oggi cloaca mundi. (Ma qualcuno di noi dovrebbe cercare di approfondire un aspetto messo costantemente in ombra: quanto abbia contribuito il denaro del proibizionismo circolante sulla nostra piazza a determinare questa nemesi storica di un partito dominante).
Da Milano è partito il colpo più micidiale (ma non scrivo, prudentemente, mortale) al sistema di potere partitocratico. Se, quindi, un anno fa ponevo il quesito "esistenziale": »Che senso ha essere radicali alle soglie del 2000? , oggi mi trovo a porre una domanda tragica: »Ha ancora senso - e se sì, quale - parlare di politica a partire da Milano? . Tragica perché se alla prima domanda i 400 eletti di 30 Paesi diversi, appartenenti a 70 diversi partiti una risposta l'hanno data, la risposta alla seconda rischia di mandare in cenere tutte le loro buone speranze.
1. LA DOMANDA
Pannella ha posto (ci ha posto) recentemente un interrogativo: »Come mai viviamo in un tempo, nel quale, sempre più, il sapere, la coscienza che si ha di un determinato problema, non provoca mai comportamenti coerenti, conseguenti? . E' una domanda che esplicita quello che, per noi radicali, è diventato un leit-motiv da almeno quattro anni, per cui dimentichiamo anche che una risposta - in termini teorici ed operativi - l'abbiamo trovata senza neppure rendercene conto. Oppure preferite che dica - per secondare una fronda interna, o per giustificare a posteriori un gruppo consistente di dirigenti radicali che ha preso, nel frattempo, altre strade - che dice, appunto: »Lui ha pensato la soluzione e ce l'ha imposta . A tutti i costi? Nemmeno la tortura riuscirebbe a farmelo ammettere.
Il leitmotiv è: il divorzio sempre più insanabile fra scienza e coscienza, fra sapere e potere. La soluzione tentata è: il partito transnazionale e transpartito, e cioè la costruzione di una internazionale federalista, nonviolenta, democratica, ecologista, laica, ecc...
Chi mi conosce sa che, almeno a partire dall'83, ho contribuito personalmente, (per la parte che mi compete e cioè per 1/2000) presentando mozioni congressuali, alla formulazione di quella ipotesi di lavoro, arrivando, nell'87, a presentare una mozione che chiedeva un investimento di tutte le forze del partito su quel progetto, rinunciando alle elezioni politiche.
2. LE DOMANDE
Ecco perché, anche oggi, non voglio rinunciare (e la tentazione è molto forte) a tenere acceso, magari con la mia singola molecola di ossigeno, il salveminiano fiammiferino della ragione, cercando di dare una risposta a quell'interrogativo. Mi dispiace di doverlo fare attraverso C.G.Jung. Dico: mi dispiace, perché non ho trovato molte possibilità reali di confronto - nel partito - da quando ho cominciato a dire e a scrivere - cercando di svilupparle - di alcune geniali intuizioni junghiane che io trovavo pertinenti. In totale solitudine. E quindi le cose che vi dirò oggi, rischiano di assumere da un lato un aspetto maniacale, dall'altro un aspetto inflattivo e ridondante. Mi scuso in anticipo e vi prometto tre anni di silenzio (se saremo ancora a raccontarcela).
Una delle massime di von Bulow è stata ripresa e sviluppata da Pannella nel seguente modo: »La politica è l'arte di creare il possibile contro il probabile .
Jung, in campo psicologico, aveva formulato un concetto analogo, scrivendo: »Non rientra forse nella vera arte del vivere attrarre nel regno del possibile, al di là di ogni ragione e di ogni accomodamento, anche il cosiddetto irragionevole e tutto ciò che "non quadra"? . Parecchie pagine prima, lui aveva cominciato un ragionamento molto problematico a partire dalla seguente metafora: »La coscienza, per estesa che sia, è e rimane il cerchio minore racchiuso in quello maggiore costituito dall'inconscio, l'isola circondata dall'oceano: e al pari del mare l'inconscio genera una quantità infinita e sempre rinnovata di esseri viventi, con una ricchezza inesauribile . Il ragionamento proseguiva poi con tutta una serie di interrogativi messi in movimento dalla seguente - solo in apparenza banale - osservazione: »Che ciascuno abbia naturalmente "le sue difficoltà e i suoi problemi" è cosa a cui si è tanto avvezzi che la si accetta semplicemente come un fatto banale, senza rendersi conto di ciò che queste difficolt
à significano, prese alla radice.
»Perché siamo incapaci di accontentarci?
»Perché non siamo ragionevoli?
»Perché non si fa esclusivamente il bene, e si è sempre costretti a cedere un angolo anche al male?
»Perché ora diciamo troppo, ora troppo poco?
»Perché si compiono sciocchezze che, con un po' di riflessione, si potrebbero evitare facilmente?
»E anzi, che cos'è che ci attraversa continuamente la strada e paralizza le nostre migliori intenzioni?
»Perché esistono uomini che non notano tutto questo, o che non sono neppure in grado di ammettere che le cose stanno veramente così?
»Perché, infine, questo gregge di uomini, quando sia ammassato insieme, provoca la follia storica degli ultimi trenta anni? (Ndr: siamo nel 1945)
»Perché non è già riuscito a Pitagora, 2400 anni fa, di fondare definitivamente il regno della saggezza o al cristianesimo di erigere il regno di Dio in terra?
3. VAI AVANTI TE...
Fin qui le domande. Vorrei far notare, prima di esporre molto sommariamente le risposte da lui formulate, che Jung le formulava all'età di 70 anni, all'indomani di una grave malattia, durante la quale rimase tra la vita e la morte per lungo tempo. Ecco il perché della semplicità e della essenzialità nella formulazione dei problemi e delle risposte. Infatti prosegue: »Ma la Chiesa ha la dottrina del demonio, un principio del male che si ama immaginare con le zampe di caprone, le corna e la coda, un essere metà uomo e metà bestia (...). Quest'immagine è assai calzante, e caratterizza con precisione l'aspetto grottesco-enigmatico dell'inconscio ancora intatto, che permane perciò nella sua condizione primitiva di selvatichezza indomita. (...) Se l'inconscio fosse - come molti pretendono che sia - esclusivamente nefasto, esclusivamente cattivo, la situazione sarebbe semplice, e la via da seguire chiara: si faccia il bene e si eviti il male. Ma che cosa è "bene" e cosa è "male"? L'inconscio non è unicamente una fo
rza naturale cieca e malvagia, ma anche la sorgente dei beni più alti; esso è non soltanto tenebroso, ma anche luminoso, non soltanto animalesco, semi-umano e demoniaco, ma anche sovrumano, spirituale e "divino" (nel senso che gli antichi davano a questo termine).
Dopo questo primo passo, necessario per sgombrare il campo da numerosi equivoci, egli conclude un lungo ed articolato ragionamento in questo modo: »Che cos'è più basilare del riconoscere: Sono questo, io? Qui emerge una unità che pure è, o era, una pluralità. Non più l'Io di prima, con le sue finzioni ed i suoi arrangiamenti artificiosi, ma un altro Io "collettivo", che per questo motivo è meglio definire SELBST. Non più una scelta di appropriate finzioni, ma una serie di fatti, nudi e crudi, che tutti insieme formano la croce che ognuno deve portare, oppure il destino che ciascuno incarna . Per non banalizzare troppo il discorso fin qui svolto devo dare una definizione di questo concetto che ho appena introdotto.
4. SE' (Selbst)
In quanto concetto empirico denomino il Sé come il volume complessivo di tutti i fenomeni psichici nell'uomo. Esso rappresenta l'unità e la totalità della personalità considerata nel suo insieme. In quanto però quest'ultima a causa della sua componente inconscia può essere conscia solo in parte, il concetto del Sé è, propriamente parlando, potenzialmente empirico e quindi è, allo stesso titolo, un postulato. In altri termini, esso abbraccia ciò che è oggetto d'esperienza e ciò che non lo è, ossia ciò che ancora non è rientrato nell'ambito dell'esperienza. Il Sé non è un'idea filosofica, giacché non contiene l'affermazione di una sua propria esistenza, cioè non si ipostatizza. Da un punto di vista intellettuale esso possiede solo il valore di una ipotesi. Per contro, i suoi simboli empirici possiedono assai spesso una notevole numinosità', vale a dire un originario valore affettivo, rivelandosi in tal modo una rappresentazione archetipica, che si differenzia da altre rappresentazioni di tal genere in quanto o
ccupa una posizione centrale in modo conforme all'importanza del suo contenuto e della sua numinosità. (Jung)
5. LA SINCRONICITA'
Due eventi, alla fine dell'Aprile scorso, si sono realizzati contemporaneamente. Il primo ha avuto qualche secondo di menzione dai tg e qualche riga sui quotidiani, il secondo ha avuto le prime pagine dei giornali e decine di minuti dei tg. Sto parlando del congresso radicale e della rivolta di Los Angeles.
Nel primo caso, alcune centinaia di individui discutevano sul come e sul quando dare vita e concretezza al partito della nonviolenza; nel secondo caso, folle inferocite e guardie inferocite recitavano l'ossessivo gioco della violenza, la cui epitome era concretizzata nel saccheggio di pannolini e carta igienica. E' questa la sincronicità. E' un altro di quei concetti junghiani che dobbiamo imparare a conoscere, a maneggiare.
»La Sincronicità è la risultante di due fattori:
»1) un'immagine inconscia che si presenta direttamente (letteralmente) o indirettamente (simboleggiata o accennata alla coscienza come sogno, idea improvvisa, presentimento);
»2) un dato di fatto obiettivo che coincide con questo contenuto.
»La Sincronicità è relatività di spazio e tempo condizionata psichicamente.
»Eventi sincronistici si basano sulla contemporaneità' di due stati psichici diversi. Uno è lo stato normale, probabile (cioè sufficientemente spiegabile in senso causale), l'altro è lo stato non deducibile dal primo per via causale, ossia l'evento critico .
Passando in rassegna gli esperimenti ESP (extra sensory perceptions) condotti da Rhine, negli Usa, con migliaia di soggetti, Jung osserva: »Un'esperienza ricorrente in questi esperimenti sta nel fatto che, dopo la prima volta (la prima prova) il numero dei "centri" azzeccati incomincia a diminuire e quindi i risultati diventano negativi. Ma se, per un qualunque motivo esteriore o interiore, l'interesse del soggetto all'esperimento si ridesta, il numero dei centri tornano a salire. La mancanza di interesse e la noia fungono da ostacolo; la partecipazione, l'aspettazione positiva, la speranza e la fede nell'ESP migliorano i risultati e sembrano perciò le vere condizioni per la loro riuscita in generale. Negli esperimenti di Rhine spazio e tempo assumono un comportamento in certo modo "elastico" nei confronti della psiche, visto che in apparenza possono essere ridotti a piacere .
6. DALLA RIVOLTA ALLA RIVOLUZIONE
Per riprendere il discorso da un punto di vista politico, utilizzando questa nuova categoria concettuale che ho appena introdotto, esaminiamo spassionatamente e freddamente (uso con molta circospezione questi due termini, perché quando si avanzano tali ipotesi o si rischia di coprirsi di ridicolo oppure di essere accusati di delirio di onnipotenza...), due serie di eventi:
a) 4000 individui che sborsano 250.000 lire annue, 200 deputati di trenta paesi diversi; alcune centinaia degli stessi si riuniscono in Congresso dal 30 aprile al 3 maggio per discutere: sull'abolizione della pena di morte entro il 2000, sull'antiproibizionismo, sul federalismo. Questa accozzaglia di diversità naviga unificata dal simbolo di Gandhi verso la grandiosa (ma per il momento solo inconscia) idea della concretizzazione di una effettiva organizzazione della nonviolenza come risposta precisa al riemergere dei demoni del secolo;
b) in California, a pochi giorni di distanza dal ripristino della pena di morte, una giuria di bianchi assolve poliziotti bianchi rei di aver pestato a sangue un nero. Scoppia la rivolta, 66 morti.
Non c'è nessun nesso tra i due eventi. Ma sincronicità sì. E si potrebbero evidenziare una serie di catene di eventi legati ai contenuti di quel Congresso e a quanto accadeva fuori di esso (per es. la discussione-elaborazione dei temi: federalismo-democrazia-nonviolenza e l'apertura del baratro bosniaco).
Ma allora bisogna cominciare a rispondere a una domanda: Chi pensiamo di essere noi - forse semidei? - per ritenerci depositari delle soluzioni ai problemi che attanagliano l'umanità? Io posso cominciare a rispondere che magari (o certamente) siamo la feccia dell'umanità uniti da un'idea fissa: se non si vuole essere travolti (se l'umanità non vorrà essere travolta) da una serie infinita di rivolte (nazionaliste, corporative, rivoluzioniste, ecc...) bisogna lavorare sodo per offrire almeno qualche chanche all'unica rivoluzione oggi in grado di salvare la civiltà: la rivoluzione nonviolenta gandhiana.
7. E' UNA VECCHIA STORIA
Ma poi per noi radicali, che saremo feccia, che siamo, per ciò stesso, abituati ad essere guardati da tutti (da tutti: è questa la verità. Una verità al 99%) dall'alto in basso, c'è il rischio concreto di perdere di vista una vecchia verità che è la base di una vecchia storia. Ma che può ritrovare nuova linfa (così come accadde nel sussulto d'orgoglio dell'86) nel concetto di sincronicità. Ha sempre funzionato, all'interno del Partito radicale, un principio - che io chiamerò per semplificare: legge Pannella - che recita: anche la stronzata più enorme deve essere portata fino in fondo dalla persona che la propugna. In termini neutri si può parlare di precisa assunzione della propria responsabilità. In termini sincronistici di aspettazione positiva, partecipazione, speranza, eccetera. Alla luce di ciò voglio citare alcuni filoni di lotta e di nomi. In modo molto sommario e sicuramente impreciso. Il nome di Pannella va letto sempre tra le righe.
- Obiezione di coscienza;
(immagine inconscia): Strik-Lievers, Taschera, Cicciomessere, Pinna
(dato di fatto): marce e marciatori antimilitaristi
- Affermazione di coscienza:
(i.i.): Dupuis, Dentamaro, Ghersina, Ottoni, ecc...
(d.d.f.): 0000000000000000000000000
- Divorzio:
(i.i.): Mellini, Fortuna, redazione di ABC
(d.d.f.): divorzisti, anticlericali, cornuti
- Aborto:
(i.i.): Tassinari, Faccio, Bonino, Spadaccia
(d.d.f.): femministe, abortiste
- Sterminio per fame:
(i.i.): Bonino, Negri G., Di Lascia, B.Guissou, Ouattara
(d.d.f.): cattolici, volontari
- Giustizia giusta:
(i.i.): Aglietta, Tortora, Vesce, T.Negri, D'Elia, Andraous
(d.d.f.): movimenti carcerari di dissociazione, collettivi omogenei
- Transnazionale:
(i.i.): Bertè, Pietrosanti, Busdachin, Ottoni, Lensi, Stango, Dupuis
(d.d.f.): refusnik, obiettori russi, zingari, croati.
La vecchia verità che sta alla base di una vecchia storia è la seguente: noi radicali, più di altri (e questo non ce lo perdonerà nessuno) abbiamo dato sbocchi rivoluzionari a situazioni e movimenti ribelli. Per dirla in parole mie: il Partito radicale, in quanto partito di carità (»carità è lasciare a ciascuno le redini della propria esistenza , P.Doni) è partito di sincronicità.
8. IN STERCORE INVENITUR
Questo paragrafo ha il compito di tirare le fila di un discorso iniziato forse fin troppo prudentemente e portato avanti poi in modo rozzo e sbrigativo. Mancano infatti, e volutamente, una serie di passaggi, perché devo dare per scontate cose già dette e ribadite precedentemente.
Non sarà un paragrafo molto limpido, perché la materia che tratto è essa stessa immersa in un ambito ricco di ambiguità, equivoci, paure, pudori, malintesi. Sto riferendomi a quello che, per semplificare, può essere definito il "fronte carcerario", nel momento della sua specifica scelta di adesione al Partito radicale o ai club Pannella. Si tratta di un fatto importante anche se sconcertante, o dobbiamo ritenerlo fatto marginale (e, per certi aspetti, deviante e emarginante)?
Qui vi porto tutta intera la mia soggettività, per cui vi devo confessare molto pacatamente - ma senza nessuna ingenuità - che, al di là degli aspetti tremendi della vita o sub-vita carceraria, io mi trovo più gratificato, più a mio agio nel dialogo coi detenuti (presunti mafiosi o ex terroristi o semplici - si fa per dire - delinquenti comuni) che con la gente "normale".
E poiché non mi ritengo un depravato cerco di darmene una spiegazione, cerco di capire perché, pur tra mille e mille difficoltà, proporzionalmente contribuiscono 100-1000 volte di più, alla costruzione del partito transnazionale, i detenuti italiani che tutta la popolazione italiana presa nel suo insieme (con la salutare eccezione di quelli che Miriam definisce "radicali cronici"). E la risposta che io formulo è molto semplice - purché si comprenda che non è né moralista né rivoluzionista -: essendo vissuta, questa gente, chi delinquendo (i colpevoli) chi subendo il marchio carcerario (gli incolpevoli, che, non dimentichiamolo, secondo stime ufficiali rappresentano il 50% dei detenuti), sotto il dominio del »potere universale del male e comprendendo appieno il compito misterioso che esso ha nel liberare l'uomo dalla sofferenza e dalle tenebre (Goethe secondo Jung), essa sente in modo urgente e pressante la necessità e il vincolo della certezza del diritto e quindi di regole certe e uguali per tutti, la n
ecessità cioè di quella che Pasolini individuava come "nuova obbedienza a leggi future e migliori".
E chi, più del Partito radicale, questo partito del diritto alla vita e della vita del diritto, incarna, in questo scorcio di fine secolo, questa esigenza primaria? Certo, bisogna avere la consapevolezza che, come lucidamente sottolineava Jung: »In questa difficile ricerca si impara a prendere il vero, il buono e il bello dove lo si può trovare. Esso non è sempre dove lo si cerca: spesso giace nel lordume o è custodito da draghi. "In stercore invenitur" (è nello sterco che lo si trova) dice una massima alchimistica; e non per questo ciò che si trova è meno prezioso. Ma il vero, il buono e il bello non trasfigurano alcun lordume e non diminuiscono il male, come del resto male e lordura non intaccano i doni di Dio. Ma il contrasto è penoso, e il paradosso sconvolgente.
9. DANNATI...
Se quanto ho detto fino a questo punto ha un qualche senso cercherò di concludere sciogliendo alcuni nodi, anche se mi rendo conto che è più facile rimanere ingarbugliati.
Al quesito di Pannella posto all'inizio (coscienza-comportamento) do una risposta molto concisa seguita subito da una specificazione. La risposta è che le coscienze sono travolte dagli archetipi dell'inconscio collettivo. La specificazione è che viviamo tempi nei quali un'accelerazione spaventosa dei mutamenti socio-politici (dovuta a un'irruzione nell'inconscio collettivo) esige da noi - se non ci si rassegna a divenire relitti storici - una consapevole capacità di comprensione delle forze archetipe impulsive che stanno alla base di questi tremendi movimenti psicologici di massa. E' quello che ho cercato di spiegare nei paragrafi precedenti. Ma ci sono conseguenze precise che non devono essere sottovalutate se vogliamo davvero creare un supporto militante adeguato ai 400 deputati di trenta paesi che oggi "sono" il Partito radicale.
Per esempio, lo slogan "Democratici di tutto il mondo..." al di là del suo valore intrinseco, ha un effettivo richiamo verso l'esterno? O non appartiene a un capitolo chiuso delle partitocrazie occidentali in simmetria a quanto avvenuto ad Est per il comunismo o il socialismo?
Certo, noi dobbiamo sicuramente tenere fermo il punto, in Italia soprattutto, che il Partito radicale sia "una prima forma di unità democratica per la democrazia", ma capire che, di questi tempi, si tratta forse di una consapevolezza elitaria. Bisogna di nuovo ritornare a spiazzare gli avversari (che oggi magari vestono la casacca anonima dei conformisti dell'anticonformismo antipartitocratico o antiproibizionista) con un appello esplicito del genere: DANNATI - tolleranti o caritatevoli - di tutto il mondo. Unitevi.
Torneremo di nuovo ad essere oltraggiati, ma non ci saranno più equivoci. Perché noi siamo quelli che coscientemente vogliono reintrodurre il "male" nella società, perché è questo l'unico modo per controllarlo, essendo miseramente falliti tutti i tentativi moralisti di sconfiggerlo (pena di morte, nazionalismi, proibizionismi).
E se ho deciso di utilizzare come paragrafo ultimo e conclusivo il documento base del Collettivo Verde del carcere di Voghera, non è solo come riconoscimento dovuto all'importante lavoro che queste persone stanno conducendo da anni, ma perché in questo documento apparentemente "altro" c'è - come mi suggeriva Andraous - un'indicazione politica chiara sul come fuoriuscire dalla partitocrazia in modo nonviolento. Onore a loro, dunque!
10. DANNATI DI TUTTO IL MONDO...
Collettivo Verde
Casa Circondariale di Voghera
DOCUMENTO BASE
Premessa: il "COLLETTIVO VERDE" del carcere di Voghera è
costituito da un gruppo di detenuti, i quali, dopo lunga
riflessione e sincera autocritica, sono venuti alla determinazione
di intraprendere un nuovo orientamento esistenziale. E' denominato
"VERDE" per sottolineare che l'iniziativa deve essere: "PACIFICA",
"LEALE", e "CARICA DI SPERANZE".
Il "Collettivo Verde" è aperto a tutti i detenuti o a gruppi di
detenuti anche di altre carceri, i quali, pur restando autonomi
nel loro ambito, potranno mantenere col gruppo di Voghera un
collegamento di collaborazione per un proficuo scambio di
esperienze ed iniziative positive, senza peraltro coinvolgere
responsabilità reciproche.
Si può aderire al "COLLETTIVO" avanzando regolare richiesta o se
ne possono far sorgere altri in sintonia col nostro, a condizioni
che vengano date serie e valide garanzie di condividere ed
accettare gli "SCOPI", le "FINALITA'", e i "MODI" del "COLLETTIVO
VERDE" di Voghera riportate nel seguente schema.
1) TRASFORMARE E MIGLIORARE IL "PRESENTE CARCERARIO"
A) MODALITA'
- Cercando un dialogo costruttivo e positivo con tutte le
componenti carcerarie.
- Tenere come punto di riferimento le Autorità centrali e
periferiche.
- Abbandonare le conflittualità.
B) OBIETTIVI
- Ridurre al minimo gli effetti negativi della detenzione
mediante il lavoro, la scuola e l'istruzione.
- Cercare contatti con la società esterna.
- Superare il passato con assunzione di responsabilità
soggettiva e collettiva.
- Osservanza e applicazione integrale della Legge
Penitenziaria.
C) IMPEGNI
- Ricercare nel lavoro e nelle attività personali e collettive
una risposta alle attese ed alle richieste della società.
2) TRASFORMARE E MIGLIORARE LA PROPRIA ESISTENZA
A) RIESAME DEL PASSATO, SPEZZANDO OGNI LEGAME CON GRUPPI,
ASSOCIAZIONI, ORGANIZZAZIONI CHE PRATICANO CONDOTTE
CRIMINOGENE.
B) MUTAMENTO INTERIORE, RECUPERANDO LA PROPRIA PERSONALITA'
C) NUOVA CONDOTTA SOCIALE, ACCETTANDO NORME DI CIVILE CONVIVENZA
E ADEGUAMENTO ALLE ESIGENZE DELLA COLLETTIVITA'.
(Andraous Vincenzo, Lattanzio Daniele, Lattanzio Davide, SulasRoberto, Dorini Italo, Zambotti Stefano, Tucci Santo, Rossi Antonio, Di Russo Claudio, Russo Andrea, Rivellini Franco.)
Voghera, 25 luglio 1989.