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Conferenza Partito radicale
Partito Radicale Alessandra - 4 novembre 1992
Da DER SPIEGEL - WILLY BRANDT

(Spero possa essere un documento utile e una lettura interessante per quanti si collegano con questa conferenza.)

Questo il servizio pubblicato su Der Spiegel del 12 ottobre scorso,

sul Cancelliere tedesco Willy Brandt.

Willy Brandt

nacque il 18 dicembre 1913 come Herbert Frahm a Lubecca. Figlio naturale di una commessa di una cooperativa di consumo, crebbe presso il nonno, che era venuto come garzone dal Meclemburgo. Già a 16 anni s'impegnò nell'SPD (il partito socialdemocratico tedesco), nel 1933 emigrò in Norvegia e fu privato della cittadinanza tedesca dai nazisti.

Dal 1957 al 1966 Brandt su borgomastro in carica di Berlino, nel 1964 il partito lo elesse alla presidenza come successore di Erich Ollenhauer. Nel 1966 divenne ministro degli esteri nel governo Kiesinger, nel 1969 divenne cancelliere della coalizione liberal-socialista. Egli promise di osare "più democrazia", ma nel 1972 si fece anche forte con il "decreto sugli estremisti".

L'azione principale della vita di Brandt fu la politica della Germania e la politica per l'Est (Ostpolitik). Con i trattati di Mosca e di Varsavia nel 1970 la repubblica federale riconobbe le conseguenze della seconda guerra mondiale. Nel 1971 Brandt ricevette il premio Nobel per la pace.

Il Cancelliere si ritirò fiaccato, dopo dispute interne al partito, dopo che nella cancelleria fu scoperta la spia Günter Guillaume. Nel 1983 Brandt condusse l'SPD a un voto spettacolare contro la doppia decisione NATO.

Dopo una stolta disputa circa la giornalista greca senza partito Margarita Mathiopoulos, da lui proposta come portavoce-stampa, si ritirò nel 1987 dalla presidenza della SPD.

Nell'ottobre 1991 Brandt fu sottoposto a una operazione per un cancro all'intestino. Non stette più bene; a maggio fu operato di nuovo. Willy Brandt è morto giovedì scorso, a 78 anni, nella sua casa a Unkel sul Reno.

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UN PERSONAGGIO SCOMODO

di Rudolf Augstein

Alla fine di agosto del 1948, durante il blocco di Berlino, appena caricato su un bombardiere che portava uva passa come fossi stato un pacco a due gambe, incontrai un uomo di bell'aspetto, che portava un'uniforme a me sconosciuta. Si diceva che fosse un Tedesco-Norvegese e che fosse addetto stampa della missione militare norvegese a Berlino. Facemmo la conoscenza reciproca e scambiammo un paio di parole insignificanti. Parlava tedesco non diversamente che 40 anni più tardi, lentamente e con un accento a me familiare del Nord del nostro Paese.

Meno di un anno dopo, la repubblica federale non era ancora stata fondata, incontrai di nuovo lo stesso uomo in occasione di una visita al consiglio parlamentare a Bonn.

Questa volta era in borghese e nel frattempo era diventato rappresentante di Berlino del consiglio direttivo della SPD. Marion Bieber, sostituta di Michael Thomas nella conmmissione di controllo dei mezzi di comunicazione del governo di occupazione britannico, indicò questo signore in borghese e disse: "Questo un giorno diventerà cancelliere federale". Era Willy Brandt.

L'audace profezia di Marion Bieber era allora sprovvista di qualsiasi fondamento. Perché anche se il primo gabinetto Adenauer anziché appoggiarsi su un'alleanza borghese, si fosse appoggiato su una grande coalizione della CDU con la SPD, per Willy Brandt ci sarebbe stato poco da fare. Nella SPD aveva ancora la parola Kurt Schumacher, ed egli certamente non avrebbe delegato per il gabinetto nessuno dei politici berlinesi - Ernst Reuter, Louise Schröder, Otto Suhr -, e ancor meno quel Willy Brandt, ancora del tutto sconosciuto, che era solo preceduto dall'assurda fama di avere violentato le suore in Spagna e di avere sparato sui Tedeschi in Norvegia.

Quando il mio collega Hans Detlev Becker ed io andammo a far visita a Willy Brandt nel 1957, per avere un colloquio con lui, questi era già borgomastro in carica di Berlino. Spesso guardava sospettosamente verso una tenda, dietro la quale si nascondeva uno scaffale a parete e alla fine, quando il colloquio fu concluso, l'ospitalità si prese i suoi diritti.

Allora egli aveva già una reputazione internazionale, perché nell'anno precedente, come presidente della camera dei deputati di Berlino, aveva fermato la moltitudine che, per protesta contro la repressione della sollevazione popolare ungherese, era affluita impetuosamente alla Porta di Brandeburgo e voleva irrompere nel settore orientale. Il 13 agosto 1961, nel giorno della costruzione del muro, egli diede nuovo lustro a questa immagine.

Franz Josef Strauss, il suo avversario bavarese, era invero dell'opinione che Brandt avrebbe potuto appartenere propriamente anche ai cristiano-democratici. Solo a fatica ci si può immaginare una cosa del genere a proposito di un ex combattente di Spagna, che durante la guerra civile apparteneva agli utopisti sociali marxisti-rivoluzionari che si situavano a sinistra dei comunisti. Si è condotto, in situazioni critiche, così come si comporta un politico nato.

A volte era colpito da una cecità addirittura paralizzante. Quanto spesso gli ho dovuto mettere avanti negli anni sessanta che una crescita dei voti del 3-4 percento per i socialdemocratici in una elezione del Bundestag (la camera federale dei deputati) era un successo formidabile. Egli vedeva sempre solo la campagna contro gli emigranti.

Faceva fatica ad accettare la linea di Herbert Wehner, che dal 1959 dirigeva la SPD in modo opportunistico, per abilitarla a governare. Mal volentieri divenne nel 1966 ministro degli esteri nella Grande Coalizione, sotto quel Kurt Georg Kiesinger, che era gravato del proprio passato. Wehner, col quale, nonostante la comunanza scandinava, solo a fatica andava d'accordo, dovette metterlo in carica. Nel 1969 egli ha ribaltato la situazione e ha riposto nell'armadio Wehner, quando questi voleva continuare la Grande Coalizione.

"Che significa qui piccolo?" ostentò alla televisione, appena fatto cancelliere, quando un reporter voleva sapere da lui se la coalizione con un FPD gravemente ridotto non fosse troppo piccola. Era la sua ora, quando si poneva al di là di obiezioni senz'altro fondate. "Un uomo col passato di Willy può diventare cancelliere!" diceva sua moglie con le lacrime agli occhi, raggiante verso Klaus Schütz e me, nella villa di servizio di Brandt sulla collina di Venusberg a Bonn.*

Oltre i dieci anni, secondo il mio calcolo, un politico di punta non può più abbracciare con lo sguardo gli eventi. Il termine diventa sempre più breve. Anche per Willy Brandt non è stato altrimenti. Egli ha la corresponsabilità del decreto sugli estremisti. Il caso Guillaume fu solo il detonatore delle sue dimissioni.

Il presidente federale Gustav Heinemann il 6 marzo 1974 era ospite nella sede di Amburgo dello SPIEGEL, quando fu chiamato al telefono. Willy Brandt voleva dare le dimissioni il giorno dopo. Ciò era coerente, ma non necessario o, come disse Helmut Schmidt, "out of proportions". Ma lui era già pronto come successore.

Rut Brandt e Herbert Wehner devono essere stati responsabili del suo ritiro, ha sostenuto. Perché? Perché lei non glie lo ha sconsigliato e Wehner non aveva nulla in contrario.

Dato che il nostro grande uomo aveva anche difetti, allontanava molto volentieri da sé le cose scomode. Una volta, di domenica, non si potè decidere a far venire una delle sue due segretarie per una dettatura. Doveva occuparsene il suo ministro della cancelleria Horst Ehmke (che non lo fece).

Nella mia lunga vita di giornalista ho incontrato in Germania due grandi uomini di Stato (se includessi Herbert Wehner, sarebbero tre). Col primo, Konrad Adenauer, le nostre relazioni furono senz'altro buone all'inizio e alla fine, ma non nel mezzo. Il vecchio era malizioso, verso chiunque, indifferentemente.

Con Brandt ci sono state vere relazioni, anche se oscillanti. Egli notò bene che lo SPIEGEL aveva preparato molto sostanzialmente la sua Ostpolitik. Sapeva che io non approvavo il suo atteggiamento fiacco verso le tirate moscovite anti-Bonn di Wehner nel 1973 ("Il cancelliere fa volentieri il bagno tiepido"). "Sì, questo lo dice anche Rut" disse di fronte a Günter Gaus e me, dopo che, a causa delle sfrontatezze di Wehner, aveva sospeso il suo viaggio in America.

Ma vide anche che lo SPIEGEL non lo poteva più seguire già prima dell'affare Guillaume, e che anche lo aveva danneggiato. Ed egli era uno che si offendeva.

Poi ci fu la grande riconciliazione in Norvegia, nel 1974, quando potei pernottare nello stesso albergo dove lui era in vacanza. Con nostra meraviglia ambedue comparimmo a colazione, come nuovi e freschi grazie alla buona aria norvegese.

Per la foto di copertina dello SPIEGEL in scadenza il nostro fotografo Jupp Darchinger aveva messo nel mezzo del giardino una macchina da scrivere elettrica, senza il filo di colegamento, così che nessuno avrebbe potuto usarla. Senza una battuta spiritosa, sulla quale ora non è il caso di dilungarci, Darchinger non avrebbe potuto afferrare quel mezzo secondo per carpire sul broncio mattutino di Brandt l'ombra di un sorriso.

Più tardi gli chiesi un articolo per il SPIEGEL SPEZIAL su Hitler. Rifiutò. Dissi: "Questo devi fare. Mi sei piaciuto". Fornì un saggio, di cui non si può fare a meno.

Brandt naturalnmente era diverso da come la gente lo vedeva, lo voleva vedere, mentre Konrad Adenauer era esattamente così come la gente lo vedeva o voleva vederlo. A me per esempio capitò difficilmente di parlare con Adenauer, che con uno andava solamente in slitta. C'erano le elezioni, gli USA e la Francia. Di più non c'era sul tavolo.

Con Willy Brandt invece c'era da masticare. Lui non poteva rivolgersi a qualcuno con frasi fatte, né uno poteva farlo con lui. Quando egli, senza cappotto nel freddo e sotto la neve, tutto solo lasciò il punto di approdo, a partire dal quale Carlo Schmid era stato appena condotto verso l'ultimo riposo, gli dissi: "Ne abbiamo già perduti abbastanza, di socialdemocratici eminenti". Rispose solo "Atterdag", la prossima volta. Poi probabilmente, o forse anche no, si sarebbe vestito più caldo.

Dopo Federico III, l'Imperatore per 99 giorni, dopo la lenta, ma in qualche modo "naturale" morte di Adenauer nell'anno 1967, nessun Tedesco ha così profondamente commosso i suoi compatrioti con la sua morte. Posso solo dire quello che di Willy Brandt è sempre stato scritto: "... e per me è stato di più".

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(*) Allora io non ebbi ancora a votarlo nel Bundestag, ma nel 1972 sì. Mi capitò l'inconveniente di scriverne in modo non corretto sia il nome che il cognome, ma senza conseguenze.

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LA FORMA PIU' UMANA DEL POTERE

Erhard Eppler sul socialdemocratico ed Europeo tedesco Willy Brandt.

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Erhard Eppler, 65 anni, è stato dal 1968 al 1974 ministro federale per la cooperazione economica.

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Nel settembre del 1965, quando il candidato alla cancelleria Willy Brandt perse per la seconda volta, nel mio collegio elettorale un pensionato mi interpellò. Era attorno ai 75 anni ed era famigerato perché lui, diversamente dalla maggioranza, in tutto il corso della sua vita aveva votato socialdemocratico. Anche questa volta, disse il pensionato un po' imbarazzato, aveva votato SPD, ma una cosa voleva sapere: "Questo Brandt è proprio un Tedesco?".

Nel 1965, peggio che mai prima e dopo, nei vapori della birra ai tavoli delle osterie tedesche, era stato attizzato lo sdegno verso l'emigrante infedele Brandt, verso l'uniforme norvegese del giovane Frahm, che fra l'altro era pure un figlio illegittimo. Se il comportamento di questo giovane lubecchese fosse stato quello giusto, allora la maggior parte dei Tedeschi avrebbe avuto qualcosa da rimproverarsi. E la maggioranza non voleva avere nulla da rimproverarsi.

Un quarto di secolo dopo a Willy Brandt è avvenuto di sentire la domanda, se egli non fosse un po' troppo tedesco, sospetto di "Deutschtümelei", solamente perché il vecchio Brandt sosteneva ciò che per lui in tutta la sua vita non era mai stato in dubbio: che la gente della sua città natale Lubecca con quella di Wismar o di Schwerin ha almeno altrettanto in comune che con quella di Passau o di Lörrach, che tutti appartengono alla stessa comunità, perché e fino a quando si sentono appartenenti alla stessa comunità.

Ambedue le cose gli hanno fatto male, l'odio degli ostinati ancor più che l'incomprensione di alcuni di sinistra, perché contro il rimprovero di nazionalismo si può argomentare senza distorsioni, ma contro il sedimento dell'anima tedesca rimosso e agitato Brandt era impotente. In fondo solamente Richard von Weizsäcker ha soffiato via completamente il tanfo piccolo borghese che per troppo tempo è salito al naso di questo patriota.

Willy Brandt è stato spesso ferito, talvolta in modo pericolosamente profondo. Sono rimaste cicatrici. Gli appartenevano e i suoi amici trovavano che non gli stessero tanto male. Ma queste ferite non hanno suppurato - o forse sì una, quella infertagli da Herbert Wehner? - Brandt non ha mai portato rancore, quando è stato ingiuriato dall'avversario. Una volta che Franz Josef Strauss gli aveva dato di nuovo addosso, Willy Brandt disse: "Come può un uomo così dotato lasciarsi andare in tal modo!" Niente odio o risentimento. Si meravigliava ed era un po' triste. Gli era più difficile superare meschinità provenienti dal suo stesso partito. Ma in conclusione gli riusciva anche questo. Dato che egli di lealtà verso il suo partito ne metteva e ne serbava in misura straordinaria, si aspettava riguardo anche dagli altri, non tanto per il presidente, quanto per il partito stesso. La parola "soldato del partito", mai pronunciata senza autoironia, era pensata in modo assolutamente serio.

Gli ultimi mesi dell'anno 1965 portarono una cesura nella vita di Willy Brandt. Due volte aveva sostenuto il ruolo, e l'aveva sostenuto bene, che gli era stato assegnato per la battaglia elettorale: quello del giovane eroe della città di prima linea, Berlino. Due volte aveva guadagnato voti, due volte ciò non era bastato. Una terza volta non la voleva e lo disse. Si aggiunse una di quella gravi malattie, che a questi uomini vitali càpitano proprio quando un capitolo è giunto alla fine. Allora decise di non assumere più alcun ruolo, ma di essere ancora solamente Willy Brandt. E alcuni nel partito, che a proposito del giovane eroe avevano scosso la testa, rimasero sbalorditi nel vedere allora quale Brandt, più umano, più maturo, veniva loro incontro. Crebbe una fiducia di base, senza la quale nessuno può essere per quasi un quarto di secolo presidente della SPD.

Chi era questo politico, la cui umanità spesso convinceva ancor più che la sua retorica? Aveva un atteggiamento assolutamente non impacciato verso la propria origine, verso il proprio passato, senza discolpe, senza orgoglio, a parte il fatto che le goffaggini o le sfrontatezze riuscivano di tanto in tanto a scuotere e risvegliare in lui un certo suo orgoglio proletario.

Se, soprattutto da giovane, Brandt abbia trovato sempre le persone giuste per la sua cerchia più intima, è da discutere. Il Brandt maturo aveva un quadro realistico degli uomini. Non chiedeva troppo da loro, e solo di rado li disprezzava. Così erano essi, gli uomini: vanitosi, ambiziosi, troppo zelanti oppure indolenti, insidiosi oppure ingenui, limitati oppure eccentrici, di buone intenzioni e perplessi. Però egli trovava quasi in ognuno di loro qualcosa di apprezzabile. Solo raramente ho udito da Willy Brandt un giudizio conclusivo annientante su di un uomo. "Testa di pecora" era uno dei suoi peggiori verdetti, e questo era detto non senza un'ombra di indulgente umorismo.

Più diventava vecchio, tanto più teneva all'ordine degli abiti. Sapeva bene chi era. E quando un compagno qualunque completamente sconosciuto gli rivolgeva la parola in modo troppo cameratesco, lui stava sì al gioco, ma non troppo volentieri e non troppo a lungo. Manteneva sempre libero un campo, nel quale le faccende politiche non entravano; con questa schermatura egli si potè difendere, all'occasione. Ognuno avvertiva: Qui c'è qualcuno che in nessuna funzione s'innalza, che è sempre qualcosa di più di quanto è visibile da fuori. Come era veramente, rimaneva infine un suo segreto.

Willy Brandt era un buon parlatore, talvolta trascinante. I suoi grandi discorsi erano raramente articolati in modo cogente, ma erano pieni di formulazioni precise, facili da ricordare. Quanto più diventava vecchio, tanto più tendeva all'understatement anglosassone: l'SPD non è ancora diventato un partitino - disse quando il partito scese dal 45 al 42 percento.

Anche se Brandt apparteneva alla scarsa dozzina di oratori importanti della seconda repubblica tedesca, nei rapporti personali era avaro di parole. Diceva che questo fosse proprio da Tedesco del nord. Come oratore si lasciava superare, come ascoltatore no. Anche in sedute che presiedeva preferiva lasciar parlare gli altri. Chi veniva da lui, voleva qualcosa da lui, trovava un ascoltatore concentrato, che di tanto in tanto interveniva con domande, a volte semplicemente stava lì e ascoltava, anche quando il visitatore avrebbe voluto sentirsi dire qualcosa che confortasse quanto diceva. Qualcuno andava via senza sapere se il colloquio aveva avuto un esito favorevole per lui oppure no. Forse nessuno senza tali tattiche di autodifesa può resistere in una posizione direttiva per quattro decenni.

Spesso Brandt non aveva bisogno di parlare. La mimica della sua faccia diceva abbastanza. Un giorno, nell'ultimo anno della grande coalizione, stando seduto nel palazzo Schaumburg davanti a lui e a Kiesinger, seppi che non ci sarebbe stata più una grande coalizione. Il viso di Brandt, mentre Kiesinger parlava - meglio e più volentieri di lui -, rendeva superfluo interrogarlo in proposito. Anche dopo ci furono ancora di nuovo tali minuti, nei quali egli, irrigidito, immobile, stava come un busto di marmo di sé stesso, sbozzato da un artista che non aveva buone intenzioni nei suoi riguardi. Ma il suo viso era anche capace di esprimere tutto quello che un leader di partito deve esprimere: divertimento per un contributo riuscito in una discussione; noia se qualcuno raccontava fanfaronate; impazienza se qualcuno parlava troppo a lungo; incoraggiamento, se trovava qualcuno sulla pista giusta; ira, se qualcosa minacciava di andare in modo del tutto storto.

Willy Brandt era un uomo disciplinato; quanto autocontrollo potesse avere, lo mostrò soprattutto negli otto anni di governo liberal-socialista dopo il suo ritiro da cancelliere. Ma i tratti del suo viso non li aveva sotto controllo, forse non lo voleva proprio. Chi era capace di leggere in essi, sapeva dove egli fosse col pensiero.

Corrispondente era il suo stile nel dirigere: guardingo, paziente, ma alla fine ben deciso, a volte anche duro. Nel gabinetto egli faceva parlare e discutere i ministri, si accontentava di intervenire con qualche domanda di tanto in tanto. Ma alla fine quasi sempre veniva fuori quello che voleva lui. Si può interpretare ciò come un concetto tattico, e lo era anche. Ma era anche espressione di un temperamento. Ed era testimonianza di un rispetto per la libertà degli altri. Dove Brandt dirigeva, anche i sottoposti si sentivano non diminuiti, non sottomessi e soprattutto non emarginati. Rimanevano sempre uomini liberi, la cui lealtà era richiesta - e anche attesa -, e che soprattutto erano coinvolti come gli altri.

In breve: Willy Brandt era fino in fondo un democratico. Non solo con la testa, come molti di noi, ma con ogni fibra del suo essere. In confronto con Willy Brandt, August Bebel e Kurt Schumacher erano degli autocrati, molto più marcati dallo spirito del loro tempo di quanto sapevano o avrebbero potuto ammettere. Willy Brandt ha osato più democrazia di altri, e precisamente nelle faccende pratiche della politica di tutti i giorni. E con ciò ha pur sempre mosso qualcosa.

Questo era proprio quello che gli guadagnò l'approvazione e a volte anche la simpatia di molti intellettuali, che lo fece apparire degno di fiducia alla generazione del 68. Naturalmente Willy Brandt aveva autorità, sempre più quanto più avanzava nell'età. Ma la usò con parsimonia. Sebbene avesse accumulato un considerevole capitale, non buttò i biglietti da mille marchi attorno a sé. Per lo più bastavano gli spiccioli della mimica del viso, della domanda curiosa, del consiglio non obbligante. Ma quando tirava fuori un biglietto da mille, allora senza dubbio la faccenda era decisa. E quando una volta il biglietto da mille non bastò per convincere il partito, non ne volle più essere il presidente.

Tale autorità è la forma più umana del potere. Willy Brandt voleva il potere. Ed egli seppe, all'incirca nei primi anni di Berlino, lottare per questo potere con tutti i metodi, che la battaglia per il potere prescriveva o anche sembrava prescrivere. Willyt Brandt corse, come anche molti altri, per lungo tempo dietro il potere. Ma questo giunse solamente quando egli non lo rincorreva più.

C'è un potere originario e un potere derivato. Associazioni, sindacati, gruppi industriali hanno un potere originario, che si basa solo sui propri membri, sul proprio denaro. Possono impiegare questo potere originario per difendere i propri interessi. In ciò possono servirsi della politica e dunque prestare qualcosa del proprio potere all'uno o all'altro politico. Il carrierista lo sa, e quindi si offre a coloro che hanno il potere originario, fino a quando potrà avere il potere anche dalle cariche. Ma sa sempre che il portavoce della direzione di una banca si può permettere una disputa con un ministro più di quanto il ministro possa permetterselo col portavoce.

Un potere originario, cioè un potere, che non può essere prestato, trasferito in ogni momento o revocato, in politica è l'eccezione. Ma c'è. Si forma là dove un uomo si fa garante di qualcosa, rappresenta, quasi personificandola, una cosa che per molte persone è importante, là dove su un uomo s'intrecciano speranze, non le attese di un gruppo d'interessi e dei loro funzionari, ma le ansiose, contrastate speranze di molti uomini.

Il potere politico originario ha a che fare con la fiducia, e cioè la fiducia in una persona. Brandt ebbe potere originario in alta misura, perché milioni di persone la ponevano in lui. Si fidavano di lui, della sua umanità. Capita raramente che un politico divenga umanamente più maturo. L'etica della lotta per il potere, il ferire ed essere feriti possono esaurire, logorare, indurire, rendere cinici, deformare gli uomini, e tanto peggio quanto meno se ne accorgono. L'affannarsi da una scadenza all'altra, il troppo parlare, l'educazione permanente alla vanità (come sono arrivato?), tutto questo frena un naturale processo di maturazione.

Colpisce il fatto che un uomo come Willy Brandt non solo abbia vissuto come uomo un mezzo secolo di politica, ma lo abbia anche influenzato col suo lavoro, che ferite mortali, grandiosi trionfi, impietose battaglie di trincea e stancante tran tran quotidiano lo abbiano reso sempre più umano.

Parte di questa maturazione umana è il suo distacco dal potere. Il potere originario non si lascia afferrare. Come un bambino sano, si sottrae a chi è invadente e va a colui che non è fatto per quel luccichio del potere che affascina tanti. Il Willy Brandt maturo aveva col potere un rapporto intenso sì, ma distaccato. Trattava il potere come persone esperte trattano bambini estranei: questi si avvicinano solamente se non si è invadenti. Brandt era Brandt, con o senza cariche. Questa calma generava fiducia. Si aveva bisogno di lui. Il potere venne a lui. E nessuno usò il proprio potere in modo più cauto di lui. Si confrontino foto del Brandt di 50 anni con quelle del Brandt di 75 anni. Il suo viso con l'età non solo è divenuto più marcato, come in Adenauer o Kiesinger, ma anche più bello. Questo è avvenuto e avviene di rado. In ciò stava anche quello che c'era di paterno in lui. Il partito non ha perduto un nonno, ma il padre.

Ora in questi giorni si giura sulla grandezza dello statista. Come quasi nessun'altra, la figura di Brandt pone la domanda, cosa sia la grandezza. Probabilmente su questo ci sono solo risposte soggettive. Ci sono pochi politici che la guadagnano a breve distanza, cioè se li si guarda da vicino. Molti appaiono da lontano, nei mezzi d'informazione, più grandi che al tavolino. Con Brandt era il contrario. Proprio trattandolo più da vicino mi divenne chiaro che lì c'era qualcuno che almeno le prossime generazioni avrebbero indicato come grande. Ma da dove si può stabilire ciò?

Forse da come egli, quando lo ritenne necessario, condusse la propria Ostpolitik, sapendo bene che metteva in gioco non solo il suo cancellierato, ma anche la sua esistenza politica. Da come, alla fine con successo, cercò di conquistare fiducia, nell'Unione Sovietica, ma anche negli USA, in Polonia, ma contemporaneamente in Francia. Da come aiutò l'Europa a venir fuori da una contrazione, che aveva irrigidito ogni movimento.

Brandt in questo si distinse da altre eminenti figure della Germania postbellica: perché egli in Germania visse una democrazia europea. Certamente, Adenauer voleva l'Europa, puntava sull'Europa. Ma qualcuno potrebbe immaginarsi Adenauer come capo del governo di un altro Paese europeo? O Helmut Schmidt, o Franz Josef Strauss? Tutti questi erano o sono convinti Europei, ma in tutto e per tutto tedeschi nati e cresciuti. Willy Brandt avrebbe potuto presentarsi anche come capo di governo di ognuno dei Paesi scandinavi, persino come Premier britannico, forse anche come presidente francese. In Willy Brandt, il Tedesco che dopo la guerra ritornò nella sua patria distrutta, perché voleva essere un Tedesco, coincideva il Tedesco con l'Europeo.

Forse ora, quando dobbiamo prendere commiato da questo grande Europeo tedesco, taluni domanderanno in che cosa Brandt abbia davvero creduto. Allora il discorso sarà molto sulla libertà, la libertà di pensare diversamente. E contro di ciò ci sarà poco da opporre. Ma questo non è tutto. In proposito voglio riferire un episodio, del quale non ho parlato durante il tempo della sua vita.

Eravamo nei giorni dopo la sua visita a Varsavia, dopo che egli, spontaneamente, come riferì, si era inginocchiato al monumento nel Ghetto di Varsavia. Nel Bungalow del Cancelliere, nel quale Brandt non volle abitare, ma dove volentieri teneva riunioni, c'era appunto, in questo caso, una riunione dei ministri socialdemocratici. La mezzanotte era passata quando si chiuse la riunione e Brandt mi pregò, il che accadeva di rado, di rimanere ancora un poco. Mi offrì ancora qualcosa e chiacchierò un po'. Poi pose vicino al mio bicchiere un'edizione del giornale Bild, che già avevo visto. In essa il giornale Bild aveva insegnato al cancelliere, quando e davanti a chi ci si può inginocchiare: solamente davanti a Dio. Lo lessi ancora una volta e ancora mi irritai su quella Pseudo-teologia fuori posto e volevo dire qualcosa in proposito. Allora Brandt esplose: "Da dove sanno questi porci, davanti a chi mi sono inginocchiato?".

Non dissi più nulla, perché non c'era più nulla da dire. Naturalemente egli aveva voluto in primo luogo chiedere perdono agli esseri umani, agli Ebrei e ai Polacchi. Ma, attraverso di loro, anche a Dio, al quale essi avevano gridato inutilmente. C'era bene qualcosa al di fuori dell'uomo, alla quale fissare la dignità umana milioni di volte violata.

Willy Brandt non era un cristiano appartenente a una Chiesa. Ma qualcosa ci dice che egli non sia morto senza curiosità.

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UN PATRIOTA COMPLICATO

Il cronista dello "Spiegel" Jürgen Leinemann su Willy Brandt e i Tedeschi.

Il segnale verso l'esterno fu subito compreso, accettato. Tutto il mondo sapeva che Willy Brandt aveva combattuto contro gli sterminatori nazisti e non aveva avuto nulla in comune con loro. Nessuno considerò il suo inginocchiarsi davanti al monumento del Ghetto di Varsavia come un esercizio di penitenza sui generis. Là il 7 dicembre 1970 un innocente s'inginocchiava sul granito bagnato per tutta la Germania.

Per i vicini occidentali come per quelli orientali ciò fu il simbolo di una Germania mutata, di una Germania migliore o, come amava dire Willy Brandt, »dell'altra Germania .

La sua biografia rende credibile il gesto. L'esule, che era fuggito da giovane davanti ai nazisti, combattè e lavorò contro di loro, poi ritornò e nella nuova repubblica democratica postbellica trovò la sua strada politica; il politico che osò presentare ai propri connazionali il conto della guerra perduta; il Cancelliere che sciolse il suo Paese dal ferreo irrigidimento della guerra fredda e manovrò con cautela sul corso della distensione senza allentare il saldo legame con l'Occidente.

Il Premio Nobel per la pace del 1971 apparve ovunque come un adeguato riconoscimento; anche in patria molti lo percepirono così. E tuttavia, come egli stesso ebbe a dire più tardi, »la posizione del Cancelliere Federale Brandt era, per così dire, meno contestata all'estero che nel suo stesso Paese .

Perché il segnale verso l'interno ebbe bisogno di più tempo per essere riconosciuto. Può essere che ancora oggi non sia pervenuto in modo giusto?

In effetti nel 1970 molti Tedeschi intesero la richiesta di perdono, fatta in nome di tutti, come un'offerta di aiuto e discarico a tutti coloro che non avevano potuto o voluto vedere la connessione omicida tra il regime nazista e Auschwitz. Anche così Willy Brandt aveva pensato il suo "segno". E, accanto ai risentimenti pieni di astio che venivano da destra, ci fu anche molto consenso commosso, imbarazzato e vergognoso dal centro e un emozionato entusiamo dalla sinistra e dai giovani nella repubblica federale.

Sì, anche noi abbiamo accettato la colpa dei Tedeschi per Auschwitz, abbiamo caricato sul "Reich" la responsabilità storica di due guerre mondiali, abbiamo accettato - soprattutto nel nome dei nostri padri - di essere puniti con una rabbiosa riparazione: il Paese diviso per l'eternità, la nazione un concetto infame, mai più una Germania.

Che dopo di ciò molti si siano sentiti improvvisamente liberati, come se la catastrofe tedesca non ci fosse mai stata e nemmeno quella colpa interminabile, lo ha registrato Gunter Hofmann, il corrispondente da Bonn del Die Zeit, recentemente in un suo saggio su Brandt. Con manifesto disagio egli ha riconosciuto: non il Cancelliere e capo della SPD, ma certamente molti dei suoi seguaci hanno voluto allora veramente venir fuori »dall'ombra della storia . La DDR concepiva sé stessa comunque come antifascista; Stato delle vittime, senza intrecci con i colpevoli.

Così la vede anche lo storico di Monaco Christian Meier: »Quanto più chiaramente s'indicavano e si condannavano i crimini di allora, tanto più li si addossavano a gruppi ai quali ci si sentiva non appartenenti - o nel migliore dei casi solo apparentemente appartenti. E fossero anche i Tedeschi di allora, che appunto non sono i Tedeschi di oggi.

Willy Brandt, un estraneo della generazione dei padri, poteva inginocchiarsi là in quel grigio giorno di dicembre su quella spoglia piazza di Varsavia. Noi no. Cosa c'entravamo noi? Che uno si sia volontariamente assunto delle responsabilità per i misfatti dei suoi compatrioti - questo non ha nulla a che fare con noi personalmente. E che fosse uno che non era stato - come noi - preservato dalla colpa per opera della sorte, quello che poi doveva chiamarsi »la grazia di essere nato dopo , ma dal proprio coraggio - questo poteva essere un vanto per Willy Brandt, e in ogni caso ci obbliga a prendere le distanze dai nostri genitori. No, le generazioni successive non hanno inteso come un segnale rivolto al loro indirizzo l'atto di inginocchiarsi compiuto da Brandt

Ma forse è come un'eredità lasciata dall'"antimazista tedesco" Willy Brandt il fatto che egli, nel momento gravido di timori della troppo frettolosa unificazione, dice ai cosmopoliti, agli europei e ai postnazionali tra Usedom [sul Mar Baltico] e Costanza [sul confine svizzero]: non mortificatevi, siate pure Tedeschi. Accettatelo e fatene qualcosa di ragionevole.

Che qualcuno potesse supporre che proprio lui avesse nella mente un "traboccante nazionalismo" alla vecchia maniera fanfaronesca, quando parlava del "buon Tedesco", faceva sempre divertire Brandt piuttosto che mandarlo in collera. »Chi vuol essere un buon Tedesco, oggi deve essere europeo , raccomandava già nel 1974 ai suoi compagni. Allo stesso tempo però il "vecchio" di Lubecca giudicò sempre - non solamente a partire dalla caduta del muro - come "sempliciotti" o "pasticcioni" tutti coloro che pensavano che il "turbine della storia" avesse già regolato "la questione nazionale dei Tedeschi". Già a Erfurt nel 1970 si sentì confermato in questo.

Per lui la nazione, come comunanza di responsabilità, rimaneva una grandezza vitale: »Il mio popolo vive in due Stati, ma con questo non cessa di sentirsi una nazione (1973).

Così disinvolto e disinibito da far rabbrividire i più giovani, egli usò - senza lasciarsi molto impressionare dai tempi e dai propri funzionari - concetti come "coscienza nazionale", "popolo", "patria" e "normalità". Nel 1966 disse al congresso della SPD a Dortmund: »Nessun popolo può vivere alla lunga senza perdere il proprio equilibrio interno, senza inciampare nelle ore della contestazione interna o esterna, se non è capace di dire sì alla patria

Ma, nonostante quello che tali citazioni potrebbero far credere, in Willy Brandt, che durante il suo cancellierato si sentì rappresentante di »una nuova epoca della statalità tedesca , l'atteggiamento verso la Germania non è rimasto così privo di rotture e di problemi. L'univocità infatti non è mai stata cosa sua, sempre i pensieri e i discorsi di quel Tedesco del Nord, che si scervellava e andava a tastoni, sono stati pieni di rotture, di ambivalenze e di contraddizioni. Ma proprio il fatto che in ogni sua dichiarazione traspariva uno sforzo di autoverifica rendeva Willy Brandt credibile.

Naturalmente ci sono stati anche nella sua vita dei momenti in cui come Tedesco si è vergognato, ha ammesso. Per riconciliare questo popolo con sé stesso, dovette pur sempre definire alcune controversie dentro di sé. I risultati poterono essere talvolta sbalorditivamente pragmatici.

»Ho sempre ritenuto Hitler un traditore della nazione , ha insistito Brandt fin dall'inizio. Ed egli stesso ha sempre creduto che quello che lega insieme i Tedeschi è la stessa cosa che ha affascinato lui stesso sin dalla nascita: »La lingua, la cultura,; anche la sorte di questo popolo, che è stato più duramente battuto di altri - in parte per sua stessa colpa - ma che perciò ha anche una maggiore possibilità, se lo vuole, di produrre qualcosa per sé e per altri. Ora la caduta del muro sembrava dargli finalmente ragione.

Ma al più tardi a partire dal duplice eco che dalla bella schiera di nipoti risuonò verso di lui dopo il suo discorso al congresso della SPD nel dicembre 1989 a Berlino, il presidente onorario della SPD seppe che la soluzione di Lipsia da lui condivisa »Noi siamo il popolo abbracciava solo in maniera molto insufficiente la complessa situazione di umori e di riflessioni della gente nelle due parti del Paese. Le differenti esperienze di vita dei più giovani nell'Ovest, l'alienazione della gente nell'Est, l'applauso dalla parte sbagliata, del nazionalismo da quattro soldi - tutto questo rese Brandt più guardingo sulle possibilità di scorgere un ritrovamento dell'identità nazionale, più scettico, ma non rassegnato.

Cresce ora insieme ciò che insieme appartiene [a una comune identità]? Questo, Brandt dovette riconoscerlo, probabilmente era più un desiderio che una realtà. Ma, come lo storico Meier, anch'egli credeva che alla fin dei conti per i Tedeschi non ci fosse alcuna alternativa alla riconciliazione interna. »A house divided against itself cannot stand diceva citando l'ammonimento di Abramo Lincoln ai suoi compatrioti dopo la guerra civile americana »questo dobbiamo mettercelo in testa anche noi .

Chi conobbe Willy Brandt - come borgomastro in carica a Berlino, come ministro degli esteri a Bonn, come canceliere, come presidente dell'Internazionale Socialista o della commissione Nord-Sud - nell'ambiente internazionale, incontrò un cittadino del mondo. Nella conversazione privata come in un discorso appassionato, egli era capace di passare senza fatica da una lingua all'altra. Nel suo discorso di ringraziamento per il suo 75· compleanno, al quale il presidente federale Richard von Weizsäcker aveva invitato otto capi di Stato e di governo e quattro dozzine di amici da tutto il mondo, passò dal tedesco al francese, saltò al norvegese, rimase a lungo nell'inglese. A certe osservazioni il festeggiato replicò con annotazioni in olandese o in spagnolo.

Come oratore osservava attentamente le sensibilità nazionali dei suoi partner, accennava a ricordi, non metteva mai in risalto la propria origine. Ma nessuno potè mai anche per un solo istante dubitare del fatto che Willy Brandt era e voleva essere un Tedesco.

Così ha vissuto ciò che ha scritto circa il ruolo della Germania nel mondo: »La coscienza nazionale è qualcosa di diverso dalla presunzione e dalla sopravvalutazione del proprio valore di fronte agli altri popoli. Poggia su un sicuro giudizio della propria forza, del proprio lavoro, delle proprie qualità - e dei propri limiti.

Il suono di fanfare di autocompiacimento guglielmino, che oggi di nuovo risuona - o talvolta, sporadicamente, non ha mai cessato di risuonare - in alcune voci di Bonn era essenzialmente estraneo a Willy Brandt. E tuttavia: Per la prima e la seconda generazione di quei Tedeschi, che sono cresciuti dopo il 1945 - il presidente onorario del partito socialdemocratico nel dicembre 1989, nel congresso del partito a Berlino, mise in guardia le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale dal non considerare adeguatamente questo cambio generazionale - per questi cittadini della repubblica federale cresciuti dopo la guerra il contenuto emotivo del suo discorso e il suo vocabolario rappresentano una richiesta eccessiva. Molti chiamarono il suo contributo "Deutschtümelei" (esaltazione di ciò che è tedesco); alcuni ne rimasero veramente scossi.

Eppure, Willy Brandt a Berlino aveva sgomberato il campo anche verbalmente di tutto ciò che ai suoi compagni di partito più giovani - compresi i compagni della generazione della Hitler-Jugend (la Gioventù Hitleriana) e degli ausiliari della Flak (la difesa antiaerea) - sarebbe potuto apparire anche solo in parte minaccioso: nessun ritorno al "Reich", naturalmente, nessuna ripetizione del vecchio, nessun ritorno al nazionalismo di prima della guerra. Ma allora vennero frasi come: »Per quanto grande, un debito di una nazione non può venire estinto con una separazione decretata a tempo indeterminato . E »Non sta scritto da nessuna parte che i Tedeschi debbano rimanere fermi su un binario morto, fino al giorno in cui, chissà quando, un treno comune europeo abbia raggiunto la stazione . E la paura fu grossa.

Già meno di un anno dopo tali domande avevano avuto risposta nello sviluppoo dei fatti, e un certo nipote e una certa pronipote almanaccavano, nel rileggere i testi sopra citati, su quanto trambusto essi avevano allora fatto contro il patriota Brandt, fino a cominciare a considerarlo appartenente all'ambiente di Alfred Dregger. Tutto come se non facesse alcuna differenza che sia stato l'antifascista attivo ed esule Willy Brandt oppure l'antico propagandista del regime nazista Kurt Georg Kiesinger a pronunciare la frase: »Noi Tedeschi non dobbiamo dimenticare la storia. Ma non possiamo neanche andare sempre in giro con le confessioni di colpa

Nessun politico è da invidiare - ha detto Friedrich Dürrenmatt a Bonn alcuni mesi prima dell'unificazione tedesca, a quel momento ancora imprevedibile - se è consapevole della primaria irrazionalità della sostanza con cui ha a che fare il suo lavoro: »Non c'è nulla di meno calcolabile che i sentimenti, nulla di puù pericoloso che il sentimento dei sentimenti, il patriottismo . A parere del drammaturgo svizzero, il grande atto politico della Repubblica Federale è consistito »nell'aver accettato la fine della Germania . Dunque egli ammoniva di evitare la parola "Germania", che per lui sapeva solo di sentimentalismo e di passato, e metteva in guardia contro l'"intimità" col pronunciare la parola patria da parte dei politici: che mira al cuore, che suscita la fede, che fa crescere il patriottismo fino al misticismo - come mostrano il neoromantico Gugliemo Secondo e il primo, come mostrano il pittore fallito Hitler e la seconda guerra mondiale.

Ai giovani cittadini della repubblica federale Dürrenmatt parlava dall'anima. Essi ora sapevano quello che dovevano pensare di uno che osava condurre una campagna elettorale sotto il motto »Tedeschi, possiamo essere orgogliosi del nostro Paese , come fece Brandt nel 1972. Tuttavia - proprio a quei più giovani, le cui esperienze di vita provenivano solo dalla nuova cultura occidentale della repubblica federale, Dürrenmatt si è anche rivolto con la verità della Germania di un tempo: »Chi sta a sinistra è ritenuto "un tipo senza patria" .

Ma chi avrebbe dovuto sentirselo dire più spesso di Willy Brandt? Il giovane lavoratore di Lubecca lo hanno così insultato fino all'emigrazione, al Brandt ritornato in patria glie lo hanno ancora gridato dietro nella repubblica federale quando era cancelliere.

Un tipo senza patria quello che celebra la patria? Pensare a destra, vivere a sinistra? E' proprio un inconsueto modello di patriota quello che Willy Brandt presenta ai suoi connazionali. Potrebbe anche di tanto in tanto ridacchiarne dentro di sé.

Ma la cosa appare contraddittoria e irrazionale solamente se si disgiungono le parole dalla persona, se si slegano le frasi di Brandt dalla sua biografia. E' stato assurdo quando gli hanno lanciato addosso i suoi concetti, come fosse una battaglia nazionale a torte in faccia.

Egli non era da colpire così. Perché il patriota di sinistra Willy Brandt, l'altro Tedesco, era una vita, non un sistema e un programma. Oltre a ciò era un esempio molto significativo del tentativo raramente riuscito, specialmente in questo Paese, di conciliare fra loro lo spirito e la forza.

»E' in Germania un'opera da compiere, non da pensare in alternativa ha detto Adolf Dresen, l'ex direttore di teatro di Francoforte sul Meno, originario della DDR, nel corso di una conferenza, a proposito dello Stato nazionale tedesco e della nazione culturale tedesca. Willy Brandt però non pensava solamente, ma viveva anche l'idea del "sia..., sia.." [cioè che non si dovessero porre in alternativa i due concetti di Germania: la Germania politica e la Germania culturale]. La tradizionale funesta scissione tra le due culture dello Stato in Germania, quella politica e quella intellettuale, che finora hanno cercato di escludersi a vicenda - il cancelliere della SPD riuscì per un certo tempo a collegarle nella sua persona.

Per lui l'arte e la cultura, l'educazione e la qualità della vita furono sempre parti inscindibili della politica. La politica verso l'Est ("Ostpolitik"), il movimento dei lavoratori, l'antifascismo, Bismarck - tutto ciò apparteneva a Willy Brandt. Già da giovane era andato più volte al cimitero di Friedrichsruh e il cancelliere si ricordava del suo predecessore di ferro, che aveva perseguitato i socialisti: »E perché non dovrei andarci ancora? Io non provengo dalla Prussia, ma da Lubecca, che allora era ancora una libera città. Ma credo di avere una mente aperta verso l'opera di Bismark E del resto, diceva, la Prussia è stata migliore della sua fama.

Così amava dire quel Tedesco, che contro Hitler aveva dovuto prendere la cittadinanza norvegese, che era stato in Spagna contro Franco e che per questo da noi era stato insultato da taluni come comunista. Così parlava il cancelliere Brandt, che da giovane si era chiamato Herbert Frahm e, come figlio naturale, »era nato nel movimento socialista . Era davvero un'"altra Germania", diversa da quella decisamente ostentata per la quale noi giovani ci siamo vergognati. Non era una Germania, con la quale ci sarebbe potuti far vedere nel mondo?

Il fatto che egli spesso formulasse le cose in modo ovattato, desse l'impressione di essere rapito, assente, accarezzasse utopie e sogni - il che pure non poteva mancare, quando uno in un'unica singola vita aveva avuto da sistemare tante cose contraddittorie e svariate - inquietò però ben presto gli intelletti acuti del Paese, che si occupavano più del pensare in modo giusto che della vita. Quei Tedeschi ammuffiti, il cui modo di pensare era generalmente sospetto, inquietò sempre Brandt.

Certamente, che Brandt talvolta abbia potuto anche essere "un uomo di destra" nelle parole e nelle azioni, egli stesso più tardi lo ha concesso. Ma il cammino di vita, l'arte di vivere, l'opera della vita di quest'uomo non sarebbero sempre dovuti valere come un affidabile contrappeso? Fino all'universalismo razionale umanistico, che un coro di intellettuali dai saldi princìpi cominciò a proclamare come cosa ovviamente naturale per la repubblica federale, le vaghezze pragmatico-melanconiche di "Willy Wolke" (Willy Nuvola), come essi lo schernivano, non sono cresciute.

Ho è stato l'inverso? Sulla vera situazione della nazione il presidente della SPD più tardi imparò di più dalla "storia della ragazza" che da tutte le teorie e azioni multiculturali e intellettuali dei suoi compagni. Egli percepì come una "rivolta dei piccoli borghesi" come il partito silurò in malo modo la sua candidata a portavoce del partito, la greca di nascita Margarita Mathiopulos. Nel 1987 si ritirò, indignato.

Sono tali differenze, fra princìpi teorici che volano in alto e la pratica piccineria di questa società, che gli osservatori stranieri soprattutto temono - la netta frattura fra le idealistiche parole d'ordine per fare felice il mondo e la mancanza di riguardo, che gira nervosamente su sé stessa, nei rapporti reciproci. Questo manifesta una semplice verità: Noi non ci piacciamo, noi Tedeschi. Il muro era un monumento all'odio dei Tedeschi verso sé stessi.

Forse nessuno lo aveva visto più chiaramente di Willy Brandt, la cui politica mirava ostinatamente a bucare il muro. La sua esistenza gli era sempre apparsa come una vittoria del passato sul futuro, della rigidità sulla vita. Con la sua personale miscela di esperienza, passione e coscienza, egli fece politica contro il muro, e rivolse la sua vita, come disse Richard von Weizsäcker, "verso un destino tedesco".

La storia non può mai essere negata - lo ha detto e lo ha vissuto: "Chi la dimentica o cerca di dimenticarla, si ammala nell'anima". Ma d'altra parte: "La storia non può diventare una pesante macina che non ci lascia mai uscire dal passato". Con molti suoi amici e critici di sinistra Willy Brandt ha sovente espresso una messa in guardia contro la "menzogna della vita" della riunificazione. Ma era il "ri-" l'elemento in cui per lui stava la menzogna, non l'unificazione. Per lui che sentiva la vita come un processo, l'unificazione era una possibilità per una nuova forma di normalità nazionale, non il ritorno a casa nel "Reich".

A Dresda perciò egli sembrò, nello scorso febbraio, più parlare a sé stesso che ai connazionali della DDR, quando disse: »La Germania, dov'è, com'è e come deve diventare - non mi lascio togliere questa speranza, e vorrei contribuire a trasmetterla oltre. Questa Germania ha ora la possibilità, dopo tutto l'indicibile, che si era aspettata da sé stessa e dal mondo, di giungere a una normalità, alla quale anche gli altri a loro modo dovevano giungere. Non si tratta di un ruolo speciale, ma di un buon vicinato, all'interno e verso l'esterno.

"Ruolo speciale" e "Normalità", la Germania come speranza - consapevolmente Brandt riprese a Dresda alcuni vocaboli che, dopo la disputa degli storici nella vecchia repubblica federale, sono a giusto titolo sospetti ai critici dello Stato nazionale tedesco. Ma si deve allora lasciare la loro definizione solamente ai reazionari?

Era come se il vecchio Brandt - rivolto espressamente alla "Germania spirituale" - gettando ancora una volta la sfida, avesse voluto portare in campo l'opera della sua vita contro la rassegnazione davanti al passato. »Abbandonate le vostre torri e le vostre nicchie, e gettatevi nella mischia , egli così ammoniva specialmente gli intellettuali dell'Est, »Non lasciate soli i giovani .

E un'indicazione, che non si poteva far finta di non sentire, si rivolgeva anche all'indirizzo dell'intellighenzia dell'Ovest: »Il ritmo dell'unificazione fu stabilito in modo elementare e milioni di volte "dal basso" . E - ma questo non lo diceva - anche l'espressione "Germania, patria unita".

Il politico pratico Willy Brandt, alla fine della sua vita, non voleva più lasciarsi impegolare in discussioni teoriche con scenari intellettuali di catastrofi. I suoi incitamenti ai compatrioti dell'Est suonavano piuttosto come regole approssimative per la quotidianità democratica: »Non lasciatevi piacere tutto. Stigmatizzate l'imbroglio e l'imbroglione. Non tacete dove sorge un malessere sociale evitabile. E dove la pratica del diritto perde il contatto con la vita. Non lasciate la cosa incontrastata, se la ragione burocratica prevale su quella pratica

Questa è l'esortazione a quei "piccoli passi" ostinatamente insistenti in direzione di forme ragionevoli di convivenza umana, per i quali Willy Brandt è diventato famoso.

Per decenni egli ha non solo predicato, ma anche realizzato la massima dei piccoli passi - in tempo di guerra e in tempo di pace.

Così egli divenne, come il suo amico Bruno Kreisky,

"un Tedesco, davanti al quale il mondo non aveva paura e non doveva avere paura".

 
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