ordinario di storia contemporaneaall'Università di Sarajevo
di Igor Pellicciari
pubblicata sul n. 17 di "Notizie ARCI"
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Nelle crisi che coinvolgono i Balcani, oramai si assiste ad una rincorsa agli stereotipi che impediscono di comprendere la forma delle fratture in atto. Molti di questi frainíendimenti (di vario genere) riguardano la Bosnia Erzegovina e la sua complicata situazione.
Rade Petrovoc è forse oggi in Occidente una figura di prim'ordine, punto di congiuntura tra mondo politico ed accademico. Professore di Storia contemporanea all'Università di Sarajevo, ha ricoperto l'incarico di Ministro della Cultura nel governo bosniaco a cavallo degli anni '70. Dopo quella esperienza governativa, Petrovic è rimasto comunque a livelli alti della vita politico culturale della Bosnia. Oggi Petrovic vive temporaneamente a Roma, dopo essere riuscito a uscire insierne alla famiiglia dall'inferno di Sarajevo.
D. Petrovilc, lei è una di quelle persone che puo aiutare a comprendere meglio cosa è la Bosnia Erzegovina (d'ora in avanti solo Bosnia",ndr). Da noi si è dilffusa l'idea che la Bosnia sia uno Stato per così dire "inventato"...
R. Ogni discorso sulla Bosnia richiederebbe molto tempo. Perchè a differenza di quello che si è scritto da più parti la Bosnia ha una storia complicata e una sua tradizione lunga e pacifica. Vede, la Rosnia non è nata come molti continuano a credere sotto il regime di Tito. Semmai a quell'epoca essa subì un importante ristrutturazione. Ma il nucleo centrale esisteva anche da prima e il fatto che varie etnie vi convivessero aveva una ragione storica e non semplicemente un fatto imposto ex novo dalle burocrazie comuniste Nel 1913 infatti si definì la configurazione dell'attuale Bosnia rivedendone la sua vecchia struttura statale medioevale.
D. Un altro punto poco chiaro è stato il rapporto delle varie etnie...
R. Il passato della Bosnia basa su fattori etnici e confessionali sempre presenti. Tre confessioni musulmani, cattolici e ortodossi. E tre etnie diverse i Musulmani, i Serbi e i Croati. Ma non dimentichiamoci che accanto a queste poi sa aggiunsero altre minoranze rilevanti (come ad esempio gli ebrei). E che, inoltre, in particolare in Bosnia, un numero significativo di abitanti si definiva "Jugoslavo''. Si sentiva cioe parte non tanto della Jugoslavia, quanto percepiva lo stare insieme come una risultante specifica della unione diretta di tante etnie. Questi "Jugoslavi« sono stati un fattore non trascurabile nelle vicende interne della Bosnia.
D. Anche se è orarnai chiaro che in Bosnia ii confi{tto è stato importato tuttavia in molti hanno visto lo scontro tra le etnie (ché oramai (ha raggiunto livelli irreversibili) come una causa e non un effetto della scelta poiitica delle vecchie elites centrali di fare montare a tutti i costi uno scontro.
R. Lo stato costituito nel dopoguerra posava su un principio indissolubile. La Bosnia non doveva essere né serba né croata né mussulmana. O, meglio, era contemporaneamente serba, croata e musulmana. Questa è stata la linea di risoluzione dei conflitti interni alla Bosnia che si è seguita per tutto il dopoguerra. Della posizione dei serbi in Bosnia si doveva decidere solo in Bosnia. Escludendo la Serbia; così come Zagabria non incideva sui croati dell'Erzegovina. Ugualmente, dei problemi dei musulmani in Serbia o nel Montenegro non doveva occuparsi la Bosnia. Era queslo il cosiddetto principio del "paternalismo", portato alle sue estreme conseguenze. Entro certi limiti poteva essere positivo, senza dimenticare che la gente in Bosnia aveva raggiunto momenti di altissima e profonda integrazione comune. Per molti di loro non è stato facile capire ora cosa sia effettivamente successo. Dopo le ultime elezioni si è voluto invertire quesla linea politica. Con i risuhati che tutti oggi vediamo.
D. L'Occidente primta ha tarrlato a rendersi conto dei Musulmani, poi ha »cominciato a considerare come un pericolo di fondamentalismo islamico. Dal quale potrebbe venire una sorta di "guerra santa" nel cuore dell'Europa. Forse è una raffigurazione giornalisticamente suggestiva ma non le sembra un po forzata?
R. Certo. La specificità della Bosnia è l'esistenza di questo popolo musulmano, adesso molto grande numericamente e con una cultura significativa. Ma qui bisogna fare una distinzione fondamentale. Non bisogna confondere cioè i musulmani (con la m minuscola) come categoria religiosa e i Musulmani ( con la m maiuscola ) intesi come categoria nazionale. Sulla stampa occidentale l'errore più frequente che si commette (e cui i musulmani sono molto sensibili) è trattarli come se fossero turchi I nostri musulmani in Bosnia sono principalmente slavi e non turchi. Abbiamo poi anche musulmani che non sono né turchi né slavi (e in questo caso spesso sono albanesi). Ma il loro modo di vivere, i loro stessi costumi sono più vicini a noi che ai popoli islamici dell'lraq e dell'lran. Molto lontani anche da quelli più modetati dell'Egitto. Se poi nel 1918 i musulmani non avevano ancora completato il loro sviluppo storico e l'lslam si era esteso sopranutto nei ceti analfabeti e più poveri, con una classe dirigente ancora leg
ata ad una struttura feudale, oggi invece i musulmani sono un popolo sviluppato. Con un alto tasso di alfabetizazlone ed un apprezzabile livello socio politico. Parlare dei musulmani ancora in termini di un popolo primitivo (come era consuetudine nel 1918) è un errore ancora molto diffuso..
D. Come aveva risposto la Jugoslavia di Tito al problema dei musulmani?
R. Quella Jugoslavia poggiava su due principi. Quello delle Nazioni e quello delle nazionalità. Il principio delle Nazioni, o dei territori storici, riconosoeva esplicitamente 6 unità: Bosnia Erzegovina, Croazia, Serbia, Slovenia, Macedonia e Montenegro. Mentre le nazionalità nominate erano solo 5: Serbi, Croati, Sloveni, Mededoni e Montenegrini. I musulmani non venivano direttamente nominati. La loro specificità non fu riconosciuta se non indirettamente. Come un' "enlità storica". Ciò durò fino al 1968 quando venne aggiunta la sesta nazionalita ufficiale: cioè il riconoscimento dei musulmani come popolo a se stante.
D. Anche se lei negli ultimi anni non ha avuto un ruolo direttamente politico, cosa rivaluterebbe del periodo comunista?
R. Obbiettivamente, senza dimenticare le colpe del periodo comunista, bisogna però riconoscere che quegli anni dopo il 45 portarono con sè un grande sviluppo socio politico. Anche della Bosnia tra l'altro.
D. Appena si parlò (a tavolino) della possibillta dl preparare una estenslone del conflitto alla Bosnia, la prima reazione della gente di Sarajevo fu di andare in piazza a dimostrare per la pace. Dopo le efferatezze vissute adesso più che mai sembra impossibile una riappacificazione a breve terrnine tra le etnie. Lei crede che si possa smembrare la Bosnia in vari pezzi?
R. La Bosnia è una sorta di pelle a macchia di leopardo. Impossibile da dividere. Non è del resto la prima volta che si fa strada una simile ambizione, tentata almeno 100 anni fa. Già all'epoca dei progetti della grande Serbia di Nicola Pasic (il presidente del Governo serbo nel corso della Prima guerra mondiale) di fronte alla proposta di dividere la Bosnia, lui stesso che era un grande nazionalista, ammise che era un progetto impossibile e che non sarebbe stato in grado di dire da dove cominciare a traciaare i confini. Io leggo i progetti di divisione come segnali della paura, a suo modo comprensibili, di arrivare a un'egemonia della maggioranza musulmana. E il timore che più coinvolge serbi e croti, che qui paradossalmente, pure in conflitto tra di loro trovano dei punti in comune. Personalmente credo che questi siano dei timori ora come ora infondati. Attualmente nessuna delle etnie potrebbe prevalere.
D. E gli appelii alla purificazione etnica?
R. Sono assurdi storicamente falsi e operativamente irrealizzabiLi. Tra l'altro, proprio i serbi (che più perseguono questo fine) furono tra i più accesi sostenitori dello stato bosniaco nel 1943.
D. Qual'è la prospettiva dello sviluppo che deve attendersi la Bosnia dopo la flne (che per ora non si intravede) della guerra?
R. Dal 1918 è in atto un processo lento ed ancora in corso di costruzione di un vero stato di diritto. E questo rimane il vero obiettivo primario. Se in tutte le dichiarazioni fatte finora ci siamo sempre definiti tali, di fatto noi non siamo ancora uno stato di diritto. La Jugoslavia nel periodo tra i due conflitti mondiali era più stato di diritto di quella che si è avuta in questo dopoguerra. Questo è un problema che ci si è posto ownque anche in Bosnia Erzegovina. Qui bisogna
fare capire all'opinione pubblica e alle istituzioni che l'unico diritto non è quello nazionale e che, una volta conquistato, rimangono da conquistare e mantenere anche i diritti civili, politici e sociali.
D. Lei ancora ora, dall'ltalia, sl tiene in stretto contatto con le neonate autorità Bosniache. Che idea si è fatto della nuova generazione di politici? Peresempio del Presidente Izetbegovic?
R. Dopo queste ultime elezioni democratiche (e lo sono state veramente) le leadership attuali sono in parte reclutate da quelle vecchie comuniste, dissidenti e non, e in parte da uomini che appartenevano all'opposizione. Uno di questi è Izetbegovic, che io dapprima non conosoevo bene. Lui e il suo partito alle elezioni hanno ottenuto una vittoria schiacciante e nei discorsi e nei contatti che sono seguiti, si è sempre dimostrato un uomo moderato, disposto ai negoziati e al confronto non violento. Sua convinzione era che in Bosnia non ci sarcbbe stata una estensione del confliitto. Che quindi non occorreva armarsi. Oggi sono in molti a rimproverarglielo.
D. Andandosene da Sarajevo con la farnlglia, lei si è salvato...Ma presurnibilmente si sono aperti tutta una serie di altri plroblerni...Cosa farà adesso?
R. Direi che a tutti gli effetti sono un profugo in attcsa di sistemare la mia posizione. Anche se in Italia ho molo amici e in passato ho maturato molti legami. Lo sa per esempio che nell'82 ricevetti dal presidente Pertini l'onoreficenza di cavaliere della Repubblica? Era l'anno dei mondiali di calcio. Fui decorato insieme a Paolo Rossi...