Se è vero che il folle è un piede fuori e un piede dentro rispetto alla società a cui appartiene, non si può di qui arrivare a sostenere che uno squilibrato pazzo che uccide un criminale nazista lo faccia, immediamente, perché giustificato dal momento e dalla società in cui vive. Lo si può fare fino a un certo punto. Quello del relativismo culturale è un approccio motivato e consolidato, ma a cercare di ficcarlo dappertutto come il prezzemolo non ci si guadagna niente. Dire che il killer ha agito in modo preciso, giustificato dalla massa, ricorda semplicemente un ormai soppiantato meccanicismo sociale di stampo pavloviano, poi largamente superato, e fa pensare che questo meccanicismo rudimentale non sia altro che maschera di un modo essenzialmente metafisico di intendere la società e la storia, cristallizzate nel loro allinearsi a schemi presunti universali (Ghandi è stato ucciso così, per il motivo x, tizio anni dopo per il motivo x, ma è il concetto così rigido di causalità ad essere fallace: e' stabilito fino a che punto arrivi la giustificazione della società in genere? E in questo caso? E si conosce bene questo caso, lo si può guardare da lontano e studiarlo? Da lontano quanto, e in che direzione? E' già lontano?). Può essere così, ma non in termini di causa-effetto così rudimentali (proprio riguardo a ciò Wittgenstein smontò il meccanicismo paloviano), e comunque non per forza. Alla fine, l'eliminazione totale dal proprio ragionamento del concetto di casualità e di accidente, di società come sistema complesso di causa come non solo esterna ma anche interna, non porta ad altro che una rigida applicazione delle proprie tesi che rimangono precostituite, e men che mai scaturiscono dal ragionamento, per quanto giuste siano (le tesi sul Tribunale, il relativismo culturale, l'arbitrarietà della patologia rispetto alla società) a fenomeni che non possono essere analizzati partendo da una tale superficialità di premesse.