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Conferenza Partito radicale
Partito Radicale Giorgio - 27 luglio 1993
UNIONE EUROPEA E INTERPRETI
Ritengo utile riversare in questa conferenza un progetto, di Giovanni Martinetto, sulla riorganizzazione del servizio d'interpretariato in sede comunitaria in vista dell'ulteriore allargamento.

Giovanni Martinetto è laureato in lettere, giurista, ha conseguito il diploma postuniversitario di Studi Europei all'Università di Bruxelles, ed è da oltre venti anni traduttore al Consiglio Europeo dei Ministri.

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Bruxelles, 14 luglio 1993

Caro Giorgio, ti mando una mia proposta per il servizio d'interpretazione all'interno dell'Unione europea.

La proposta mira, da una lato, a salvaguardare il principio dell'uguaglianza di tutte le lingue e, dall'altro, a orientare gli spiriti nel senso di una "lingua ponte" qual'è, per eccellenza, l'esperanto.

In una riunione di numerosi funzionari del Segretariato del Consiglio dell'Unione mi sono accorto che gli spiriti ancorati, senza accorgesene, all'attuale metodo di lavoro degli interpreti e non riescono a staccarsene. Penso che uno sforzo in tal senso sia necessario, anche perchè gli interessi politici ed economici per la riduzione delle lingue sono enormi.

Ciao, Giovanni Martinetto

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L'allargamento dell'Unione europea e il servizio dell'interpretazione

PROGETTO

1. Finchè le persone che partecipano a delle riunioni, a qualsiasi livello, non saranno in grado di capire e parlare una stessa lingua, il lavoro degli interpreti sarà indispensabile alla sopravvivenza dell'Unione. L'interpretazione essendo quindi necessaria, la parità, in diritto, dei partecipanti esigerebbe che potessero tutti parlare e ascoltare nella loro propria lingua quello che, per un numero N di partecipanti, potrebbe essere espresso dalla formula N = N.

- Nel caso contrario, i partecipanti che possono esprimersi e ascoltare nella loro propria lingua sarebbero nettamente favoriti rispetto agli altri, tanto dal punto di vista del prestigio nazionale e dell'amor proprio personale che sul piano pratico. In effetti, essi disporrebbero di una lingua che è loro familiare e che non richiede alcun sforzo ulteriore, mentre gli altri partecipanti sarebbero obbligati a spendere molto tempo e danaro per una lingua straniera che per altro li manterrebbe sempre in una condizione di inferiorità sul piano della comprensione e, soprattutto dell'espressione orale e scritta.

- Questa situazione sarebbe tanto più grave perché le ragioni invocate per privileggiare alcune lingue non potrebbero essere di natura linguistica, ma sarebbero, in definitiva, delle ragioni di forza, passate o presenti (numero di abitanti, potenza economica, retaggio coloniale, posizione dominante degli Stati Uniti), che si opporrebbero al diritto delle minoranze di cui l'Europa sente sempre più il bisogno.

- L'argomento della diffusione della lingua è fallace, perchè esso dimentica che questa stessa diffusione potrebbe essere molto fortemente influenzata - nel senso di un accrescimento o di una diminuzione - dalla scelta politica dell'Unione in materia linguistica.

2. Ora, stante l'attuale organizzazione del lavoro degli interpreti, il rispetto di questo principio di parità, espresso con la formula N = N, diventerà sempre più difficile, e anche impossibile, mano mano che l'Unione si allargherà a nuovi Stati membri.

- In effetti, secondo il metodo attuale, ogni interprete traduce nella propria lingua a partire da due o tre lingue straniere. Ora, nello stato attuale, con 9 lingue ufficiali (il gaelico essendo utilizzato soltanto per dei testi di importanza fondamentale), il numero di combinazioni possibili è uguale a 72 (9x8), ciò che rende necessari 18 (=72:4) interpreti, se ognuno di loro conosce quattro lingue (ivi compresa la sua), oppure 24 (=72:3) interpreti nel caso che questa conoscenza si limitasse a tre lingue.

- Generalizzando questo calcolo, nell'ipotesi di N Stati membri e di N lingue, il numero delle combinazioni sarebbe di Nx (N-1) e ci vorebbero, secondo i casi, N x (N-1):4 oppure N x (N-1): 3 interpreti.

In seguito a questa difficoltà, e anche questa impossibilità, ci si sente obbligati ad abbandonare il principio della parità. Si comincia a pensare ad una riduzione delle lingue all'uscita, ma, essendoci difficoltà a trovare degli interpreti per le lingue poco conosciute a livello internazionale, si finisce col pensare ad una formula 2 = 2 (Inglese e Francese), oppure, dopo l'opposizione della Germania e della Spagna, alla formula di compromesso 4 = 4.

- Ma una tale soluzione, se conviene alla maggior parte delle altre organizzazioni internazionali, non sarebbe idonea per il lavoro dell'Unione che, mirando ad integrare i sistemi degli Stati membri in quasi tutti i settori della vita collettiva, senza sopprimerli, esige la partecipazione costante di un gran numero di esperti nazionali. La soluzione esigerebbe quindi che tutti questi esperti fossero praticamente bilingui, e questo è impossibile. E le difficoltà linguistiche finirebbero per accrescere i malintesi, peggiorare il clima di lavoro e i risultati.

3. Questa evoluzione è assolutamente necessaria? No. Perchè essa dipende soltanto dall'attuale metodo di lavoro degli interpreti, che è sempre presupposto e mai rimesso in questione, mentre è possibile un'altro metodo che permetterebbe di salvaguardare la parità delle lingue, risolvendo nello contempo i problemi pratici. In queste condizioni, una scelta s'impone: mantenere il modo di lavorare degli interpreti e rinunciare alla parità delle lingue, oppure attenersi a questo scopo e cambiare utensile.

- Secondo il nuovo metodo, ogni partecipante alla riunione potrebbe parlare e ascoltare nella sua propria lingua (N=N), ma l'interpretazione utilizzerebbe una lingua di lavoro L, fissata prima, di cui ogni interprete avrebbe una conoscenza perfetta, passiva e attiva. Per esempio, il delegato tedesco parlerebbe tedesco, il traduttore tedesco tradurrebbe in L, e tutti gli altri interpreti tradurrebbero da L nella loro propria lingua.

- In queste condizioni, per un numero N di lingue, il numero degli interpreti tecnicamente necessari sarebbero sempre uguali a (N-1), se L facesse parte di N, oppure a N, nel caso contrario. Per esempio, in una unione a 9 lingue, non si avrebbe più bisogno di 24 o 18 interpreti ma soltanto di 8 o 9, secondo i casi.

- All'obbiezione "il relais è causa di errori e ritardi" bisogna rispondere che il relais è già oggi molto utilizzato, per molti ragioni: volontà di ridurre il numero di interpreti, quindi dei costi; difficoltà di trovare, in tutte le lingue, degli interpreti che abbiano una conoscenza passiva di alcune lingue meno diffuse. In oltre, col nuovo metodo, ogni interprete dovrebbe conoscere soltanto una lingua, L, con la quale, peraltro, tradurrebbe sempre a partire della propria lingua.

4. Nell'ambito di questo nuovo metodo, quali lingue di lavoro bisognerebbe scegliere per gli interpreti? Dato che questa lingua servirebbe soprattutto da "interfaccia" tra le diverse cabine, dovrebbe essere scelta in funzione degli interpreti e dei loro bisogni. Tra i criteri da prendere in considerazione, si potrebbero menzionare per esempio: dei suoni facili da pronunciare e capire; delle strutture grammaticali e sintassiche semplificate; la ricchezza e precisione del vocabolario; il grado d'integrazione con le altre lingue in presenza.

- Nell'ambito dell'Unione attuale, se si dovesse scegliere una lingua tra le 9 attualmente utilizzate, bisognerebbe prendere in considerazione lo spagnolo.

- Ma nulla impedirebbe gli esperti di scegliere una lingua che non sarebbe utilizzata dai partecipanti alle riunioni, ma che sarebbe soltanto una lingua "utensile" per gli interpreti e non uscirebbe mai dalle loro cabine. Basterebbe che questa lingua facilitasse l'interpretazione e consentisse così ai partecipanti di lavorare meglio insieme.

 
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