dall'Unità del 11 agosto 1993di Siegmund Ginzberg
"Con la decisione di lunedì l'Alleanza atlantica ha ora tutti i mezzi necessari per un'azione di forza contro i serbi nel caso non cessassero il loro comportamento intollerabile ...I serbi sono avvertiti , e se si fa ricorso o meno alla forza aerea contro di loro dipende da loro", è il commento scritto dal Segretario di Stato Usa Cristpher alla conclusione del vertice Nato. "Hanno montato e caricato un mitra e ora qualcuno deve solo decidere che è venuto il momento di premere il grilletto " è il modo più colorito in cui l'ha messa il suo portavoce Michael McCurry.
Quel qualcuno è il Segretario delle Nazioni Unite Butros Ghali. Questa era stata lunedì una delle concessioni che Washington aveva dovuto fare per ottenere l'unanimità Nato. Il Dipartimento di stato, nello spiegare questa rinunicia alla posizione tradizionale secondo cui gli Stati Uniti si erano sempre riservati di decidere loro, a seconda dei loro interessi, quando e come passare all'azione militare, dice che hanno accettato questo che appare come un diritto di veto da parte di Butros Ghali "nell'interesse del multilateralismo". (Le Monde invece interpreta il fatto maniera diversa. Poichè l'Inghilterra, la Francia , il Canadà e altri paesi hanno dei caschi blu nell'ex Yugoslavia, temono delle rappresaglie in caso di attacco aereo, gli Stati Uniti avrebbero attribuito a Butros Ghali e non alla Nato in quanto tale come volevano inizialmente, il potere di dare inizio ai raids). Ma il portavoce di Cristopher si precipita a chiarire che il veto riguarda solo il primo colpo. Il segretario dell'Onu insiste "h
a il diritto di autorizzare e rivedere il primo bombardamento, dopo di che le azioni militari successive saranno a discrezione dei comandi sul campo". Ossia premuto il grilletto, il mitra può sparare anche l'intero caricatore.
Il piano di operazioni approvato dalla Nato è fondato-secondo fonti americane-su una strategia dell'"escalation". Inizia con un primo attacco limitato e "dimostrativo", coi bombardieri che colpiscono un certo numero di obiettivi con un intento più "psicologico" che militare.Gli americani la definiscono "fase in cui mostriamo che si fa sul serio". Una seconda fase primaria prevede "appoggio aereo ravvicinato per i difensori di Sarajevo" cioè l'eliminazione vera e propria delle postazioni di artiglieria serba che circondano la città assediata, ma non ancora il bombadrdamento delle linee di rifornimento e dei centri di comando nemici. Solo come "ultima risorsa" si passa a una fase secondaria in cui è bombardamento "a volontà", anche contro i quartier generali e, probabilmente, anche contro la persona del generale Mladic.Inizialmemte il Pentagono proponeva come assai più efficace una "mazzata micidiale", subito all'inizio. Ma su questo si è scontrato con la resistenza degli alleati europei favorevoli alla
gradualità.
Il portavoce del dipartimento di stato ha dichiarato che una valutazione sul premere o meno verso Butros Ghali perchè dia l'ok al "primo a colpo " ci sarà solo nei prossimi giorni. Anche se ha insistito che una decisione è necessaria "al più presto". Sempre decisivo è se i serbi si ritirerranno davvero dalle alture che dominano Sarajevo , come dicono di voler fare . Ma anche i più disposti a prendere sul serio la minaccia di bombardare non possono fare a meno di notare che c'è un piano ma non ancora un ordine d'attacco.
A rigore la prima delle condizioni sottolineate dagli americani per far cadere la minaccia di blitz è verificabile: l'Onu dovrà pronunciarsi sul se i serbi si siano davvero ritirati o meno dal monte Igman e sulla realizzazione o meno della promessa di lasciar procedere i convogli con i rifornimenti agli assediati. Molto più difficile diventa definire la seconda delle condizioni poste dal portavoce di Cristopher, e cioè che in ultima analisi i serbi devono dimostrare la volontà di impegnarsi in uno sforzo di buona fede per comporre la disputa al tavolo negoziale". Chi decide se sono in buona fede o meno? "Siamo in una fase in cui almeno sulla carta siamo pronti a fare certe cose se le Nazioni Unite sono d'accordo. Ma la probabilità che l'Onu sia d'accordo è così piccola che non rischiamo molto", è il caustico commento di Schlesinger. Anche se alla Casa Bianca gli ribattono che quella affidata a Butros Ghali è una decisione più collegiale che personale: " Se i principali membri del Consiglio di Sicurezza
vanno da lui e dicono lo volgliamo fare ora, Butros non può semplicemente rispondere di no".
Dal canto loro i militari Usa - già in partenza riluttanti ad un intervento nei Balcani, che gli ricorda il Vietnam più che la guerra nel Golfo o l'operazione in Somalia- non nascondono l'irritazione e il disagio per la complicazione e tortuosità delle procedure decisionali. "Non può funzionare se uno deve tornare a chiedere il permesso per sganciare la prossima bomba" è sbottato un generale al Pentagono. "Minaccia di guerra a suon di riunioni di commissione" è il modo in cui l'esito delle riunioni Nato è stato definito dall'agenzia AP.
Sono scontenti coloro che si erano battuti per iniziative più aggressive a difesa della Bosnia aggredita. Arriccia il naso l'editoriale del Washington Post "Si capisce gli europei. Loro almeno sono abituati da sempre a considerare i Balcani ingovernabili. Ma non si capisce perchè Clinton debba farsi paralizzare dal "multilateralismo"". Ma, d'altro canto non sono affatto convinti neppure coloro che avevano da sempre ritenuti periocolsi o addirittura controproducebnti interventi militari Usa nell'intrico del'ex Yugoslavia. E, oltre gli europei, lì hanno da dire qualche cosa anche i russi.