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Caridi Paola - 23 agosto 1993
ESISTE UNA POLITICA ESTERA ITALIANA?

Angelo Panebianco, "Le due anime della politica estera. Italia Europea, Italia levantina", in "Corriere della Sera", 23 agosto 1993

Diceva il commentatore politico americano Walter Lippmann che l'arte della politica estera consiste nel mantenere equilibrio tra le risorse di cui un Paese dispone e gli obiettivi che esso vuole raggiungere. Lippmann dava naturalmente per scontato che nel caso di una democrazia i fini di politica estera che i governi si propongono godono, in genere, dell'approvazione di massima della maggioranza dei cittadini. E che compito dei governi sia quello di raccordare mezzi e fini.

Chi volesse giudicare le relazioni tra il nostro Paese e il mondo esterno nell'età del dopo-guerra fredda utilizzando la formula di Lippmann si troverebbe però in grave imbarazzo. Qui infatti il problema non è tanto quello di stabilire se i mezzi sono idonei ai fini perseguiti quanto piuttosto se esistono oppure no fini di politica estera che un governo (qualunque governo) possa ragionevolmente perseguire, quanto meno, sul consenso tacito della maggioranza.

Naturalmente, chiedersi se si danno o meno in questo Paese fini di politica estera condivisi è un altro modo per chiedersi se siamo, e se possiamo essere ancora, una nazione. Dal momento che la politica estera è la carta d'identità di un Paese, quella che dice tutto ciò che c'è da sapere sui caratteri di quel Paese e sul modo in cui, delegandone ai governi la rappresentanza e la realizzazione pratica, i suoi abitanti pensano se stessi e il proprio futuro in rapporto agli altri.

In Italia questo della politica estera è un argomento elusivo e sfuggente. I più lo considerano un tema noioso per addetti ai lavori, non colgono il legame, che invece c'è, c'è sempre, tra la politica estera e la loro personale identità quali cittadini di uno Stato democratico. Come all'epoca della guerra fredda, la politica estera continua a fare notizia solo se capita una Sigonella o un qualche suo equivalente (la scazzottata tra il generale Loi e il comando militare Onu, con annessi incidenti diplomatici). Che la politica estera non facesse notizie, e non suscitasse autentici dibattiti in Italia, all'epoca della guerra fredda, era del tutto normale. Oberato l'Occidente dalla minaccia sovietica e oberati noi dalla presenza del più forte partito comunista occidentale, l'Italia non poteva fare altro, all'epoca, che starsene al calduccio, allineata e coperta, all'interno del blocco politico-militare occidentale. E, per il resto, fare soldi trafficando disinvoltamente con tutti al riparo delle armi americ

ane. Logico che il tema della politica estera suscitasse allora solo sbadigli. Ma oggi di quel mondo non c'è più traccia. E qualcuno, pertanto, potrebbe considerare stupefacente il fatto che con tutto ciò che è cambiato intorno a noi con la fine dell'Urss e del sistema bipolare, e in casa nostra con la caduta del sistema partitocratico, non sia ancora iniziato un serio e franco dibattito, capace per l'importanza della posta in gioco di appassionare tutto il Paese, sulla politica estera italiana del dopo-guerra fredda: quale ruolo svolgere in Europa? Come ridefinire la nostra politica della sicurezza adesso che non ci protegge militarmente più nessuno? Che collocazione scegliere, tra le diverse possibili, rispetto al resto del mondo occidentale, rispetto al mondo arabo, eccetera?

La mia opinione è che non c'è affatto da stupirsi se un tale dibattito non decolla. In realtà, si cerca deliberatamente di evitarlo. Perché esso evidenzierebbe l'esistenza di radicali disaccordi sul modo di concepire l'interesse nazionale italiano e di identificare i fini di politica estera. Verrebbero fuori l'una contro l'altra armate le due "anime" di questo Paese, e con esse le due opposte concezioni dell'interesse nazionale: l'anima europeo-occidentale e quella "mediterranea", o meglio, più precisamente, levantina. Due anime che sono sempre esistite in questo Paese e che durante la guerra fredda la Dc (fu questo allora il suo principale capolavoro politico) seppe tenere insieme.

Adesso che la guerra fredda è finita, quelle due anime insieme non possono più stare. Il terzomondismo e l'europeismo sono ormai incompatibili. Le "vocazioni mediterranee" fanno ormai a pugni con la volontà di appartenenza all'Occidente: volontà di appartenenza, aggiungo, che non dovrebbe affatto significare, per esempio, dare sempre ragione agli Stati Uniti, alla potenza leader dell'Occidente. Ma, piuttosto, che le critiche eventuali a questa o a quella decisione delle aministrazioni americane si fanno, se si devono fare, dal punto di vista degli interessi occidentali, di una chiara scelta di appartenenza culturale prima ancora che politica. Volontà di appartenenza, ancora, che significa, in Europa, raccordare legittimi interessi nazionali alle esigenze di una costruzione comune se crollasse la quale saremmo di sicuro perduti: alla deriva del Mediterraneo giustappunto.

Personalmente mi auguro che il dibattito finalmente si apra (se fossimo in un Paese normale è precisamente su questo tema che dovrebbe avvenire il confronto principale tra i partit alle prossime elezioni ) e che tra le due anime di questo Paese, quello che guarda all'Europa e all'Occidente e quella levantina e terzamondista, si vada finalmente a uno scontro chiarificatore. tra l'altro un tale dibattito potrebbe servire anche a sciogliere l'enigma che è tuttora, in materia di politica estera, la Lega di Bossi.

Solo dopo, per ritornare alla formula di Lippmann, sarebbe possibile porsi anche il problema dei mezzi, del rapporto tra le risorse e gli obiettivi. Chiedersi, per esempio, in che modo vada riorganizzato lo strumento militare per renderlo coerente con le nostre esigenze di sicurezza e con i nostri imoegni di politica estera. O pensare a un completamento della riforma istituzionale che dia al Paese governi forti e stabili non solo per fini di politica interna ma che per garantire continuità, dinamicità e il massimo di autorevolezza possibile alla politica estera. Una volta che gli obiettivi fossero finalmente decisi in modo chiaro e con il conforto e il sostegno di una maggioranza di elettori.

Naturalmente si può obiettare, e forse on ragione, che in quanto appena detto c'è un po' di wishful thinking. Che significa scambiare i sogni per realtà. Forse nessun dibattito serio sulla politica estera è possibile.

Le politiche estere presuppongono infatti l'esistenza di autentiche classi dirigenti capaci di dare una definizione dell'interesse nazionale, di convincere il pubblico della "bontà" della propria definizione, e poi di spalleggiare i governi che l'interesse nazionale devono concretamente perseguire. Non è sicuro che una cosa siffatta, un'autentica classe dirigente intendo, esista in questo Paese.

 
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