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L'Abbate Cinzia - 9 novembre 1993
LETTERA DI OTTAVIO LAVAGGI AI MEMBRI ITALIANI DELLA DELEGAZIONE IN IRAN

Roma, 8 novembre 1993

Cari colleghi,

l'estrema difficoltà della situazione politica interna che il nostro paese sta vivendo non deve certo spingerci a guardare con minore attenzione ai problemi internazionali e a sviluppare in questo senso iniziative ed attività.

I problemi del medio oriente e dell'asia centrale sono certamente degni, a questo proposito, della massima attenzione, sia per gli sviluppi del processo di pace israeliano-palestinese che per le implicazioni dei conflitti in corso nel Caucaso.

Nonostante questa considerazione, e, anzi, proprio per la delicatezza dei problemi in gioco, è difficile comprendere quali siano le ragioni che militano a favore dell'invio, nei prossimi giorni, di una delegazione parlamentare italiana in Iran, nel quadro delle attività dell'Unione Interparlamentare.

Vale infatti la pena di ricordare che non sono venute meno le ragioni, dalla violazione sistematica dei diritti umani alla "sentenza" di morte emessa contro Salman Rushdie per delitti di opinione, che hanno spinto la comunità internazionale ed in particolare la CEE ad isolare politicamente e diplomaticamente il regime di Teheran.

Sono le stesse ragioni che hanno spinto qualche mese fa la commissione esteri della Camera ad annullare una prevista visita ufficiale in Iran.

Ad esse si aggiunge per il nostro paese una motivazione aggiuntiva: è ancora fresco il ricordo dell'assassinio, avvenuto a Roma, del rappresentante in Italia del Consiglio della Resistenza democratica iraniana, Hossein Naghdi.

Allora tutte le forze politiche hanno fatto a gara nel condannare il barbaro omicidio e nel chiedere la condanna e l'isolamento del regime iraniano, con una risoluzione firmata da oltre cento parlamentari.

Non è emerso alcun elemento che consenta di ritenere il regime iraniano estraneo a questo ed altri atti di terrorismo, nessun passo è stato compiuto per revocare l'ignobile condanna a morte di Rushdie o per rompere i legami con i gruppi più violenti dell'integralismo islamico.

Certo, il regime di Teheran è da tempo alla ricerca di una via d'uscita dall'isolamento politico e diplomatico, è alla ricerca di un rafforzamento della cooperazione economica con paesi industrialmente avanzati per uscire dal sottosviluppo al quale l'applicazione dei suoi principi lo condannerebbe, se non vi fosse il petrolio.

Molte aziende di paesi occidentali sono impegnate attualmente in Iran, e non è certo opportuno impedire alle aziende italiane di competere liberamente con gli altri, nel rispetto della legislazione internazionale e delle regole del mercato, purché gli investimenti siano economicamente profittevoli e i trasferimenti di tecnologia non abbiano possibili implicazioni militari, come purtroppo temiamo che avvenga (le ragioni del sospetto sono rafforzate dalla constatazione che il governo non ha mai dato risposta alla documentata interrogazione presentata in materia più di un anno fa e di cui alleghiamo copia).

Ma quale interesse politico vi può essere oggi da parte della delegazione italiana dell'Unione Interparlamentare nel legittimare un regime che non ha rinunciato all'estremismo religioso ed al terrorismo?

Tutte queste ragioni, riassunte con maggiore incisività e minore diplomazia nella lettera che ci ha oggi inviato Ferminia Moroni, vedova di Hossein Naghdi, dovrebbero spingere ciascuno di noi ad una seria riflessione e sull'opportunità di effettuare, in queste condizioni, una visita ufficiale di una delegazione parlamentare in Iran.

Cordialmente

Emma BONINO

Ottavio LAVAGGI

 
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