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Partito Radicale Antonella - 18 novembre 1993
ASPETTANDO GODOT A SARAJEVO

di Susan Sontag

Testo pubblicato sulla rivista settimanale "Internazionale" per gentile concessione del "New York Review of Books" - 7 settembre 1993 -

Sono andata a Sarajevo verso la metà di luglio, per mettere in scena Aspettando Godot, non tanto perché avessi sempre desiderato di dirigere la pièce di Beckett (che è pur sempre vero), quanto perché questo mi dava una ragione pratica per ritornare a Sarajevo e restarci per più di un mese. Ero stata lì in aprile per due settimane, e avevo finito per appassionarmi intensamente a questa città martoriata e a quello che rappresenta; con alcuni dei suoi abitanti avevo stretto legami di amicizia. Ma non potevo tornare da semplice testimone a fare visite, presenziare riunioni, tremare di paura, sentirmi coraggiosa, sentirmi depressa, e ascoltare storie strappalacrime, col peso che cala e lo sdegno che cresce. Se fossi tornata, avrei dovuto darci dentro e fare qualcosa.

Uno scrittore non può più pensare che il suo imperativo morale si esaurisca nel fornire notizie al mondo esterno. Le notizie sono ben note. Molti eccellenti giornalisti stranieri (la maggior parte dei quali in favore dell'intervento armato, come me) documentano l'eccidio e le menzogne dall'inizio dell'assedio, mentre rimane salda, nelle potenze europee occidentali e negli Stati Uniti, la decisione di non intervenire, assicurando così la vittoria al fascismo serbo.

Non mi sono illusa che andando a Sarajevo come regista teatrale mi sarei resa utile allo stesso modo di un medico o di un ingegnere idraulico. Il mio sarebbe stato un modesto contributo. Ma, delle tre cose che so fare - scrivere, fare film, dirigere in teatro - questa era l'unica che avrebbe prodotto qualcosa solo per Sarajevo, da fare e consumare sul posto.

Fra le persone che avevo conosciuto in aprile, c'era un giovane regista di teatro nato a Sarajevo, Haris Pasovic, che aveva lasciato la città appena finiti gli studi, e si era conquistato una notevole fama lavorando soprattutto in Serbia.

Quando i serbi attaccarono, nell'aprile del 1992, Pasovic andò all'estero, ma in autunno, mentre preparava ad Anversa uno spettacolo intitolato Sarajevo, decise che non gli sarebbe stato più possibile rimanere al sicuro in esilio, e alla fine dell'anno riuscì a sgattaiolare, tra le pattuglie dell'ONU e il fuoco dell'artiglieria serba, nella città assediata e assiderata. Pasovic mi invitò a vedere il suo Grad (Città) - un collage di musica e di testi derivati, in parte, da Constantine Kavafis, Zbigniew Herbert e Sylvia Plath - allestito nel giro di otto giorni, impiegando una dozzina di attori. Ora stava lavorando a una produzione molto più ambiziosa, l'Alcesti di Euripide e, dopo questa, uno dei suoi studenti ( Pasovic insegna all'Accademia delle Arti Drammatiche, che è ancora in funzione) avrebbe diretto l'Aiace di Sofocle. Rendendomi conto che avevo a che fare non solo con un regista, ma anche con un produttore, chiesi a Pasovic se poteva interessargli che io tornassi nel giro di qualche mese per dirigere

qualcosa.

"Naturalmente", disse.

E prima che io potessi aggiungere: "Mi dia tempo per decidere cosa potrei fare", continuò: "Che cosa vuoi fare?".

Quindi, temerario, seguendo l'impulsività della mia proposta, mi suggerì in un istante quello che non mi sarebbe mai venuto in mente anche se avessi preso tempo per riflettere. Per me, disse, c'è un testo ovvio da dirigere: la pièce di Beckett, vecchia di quarant'anni , sembra scritta per Sarajevo e su Sarajevo.

Mi è stato chiesto più volte, da quando sono tornata, se ho lavorato con attori professionisti; ne deduco che molte persone si sorprendono del fatto che, in una città assediata, vi siano dei teatri in funzione. In effetti, dei cinque teatri attivi a Sarajevo prima della guerra, solo due sono ancora, seppur sporadicamente, in attività: Il Teatro Camera 55, dove in aprile ho assistito a una mediocre rappresentazione di "Hair" - come anche al Grad di Pasovic; e il Teatro dei Giovani, dove ho deciso di mettere in scena "Godot". Questi due teatri sono delle piccole costruzioni. Un palazzo grande è, invece, il Teatro Nazionale - chiuso dall'inizio della guerra - che ospitava opere liriche, rappresentazioni teatrali e il Balletto di Sarajevo. Sulla facciata della bella architettura color ocra (solo lievemente danneggiata dai bombardamenti) c'è ancora un poster dell'aprile 1992 che annuncia una nuova edizione del "Rigoletto" - che non si è mai data. La maggior parte dei cantanti, dei musicisti e dei ballerini h

a lasciato la città per cercare lavoro all'estero subito dopo il primo attacco serbo, ma molti attori di talento sono rimasti, e non chiedono di meglio che lavorare.

Le attuali immagini della città distrutta rendono difficile credere che Sarajevo, una volta, fosse un capoluogo di provincia estremamente vivace e ricco d'attrattive, dalla vita culturale paragonabile a quella di altre città europee di medie dimensioni, e con un pubblico amante del teatro. Il teatro a Sarajevo, come dovunque nell'Europa centrale, era in larga misura di repertorio, si rappresentavano i capolavori del passato e i maggiori successi del ventesimo secolo. Parte di quel pubblico colto, così come molti bravi attori, vive ancora nella città. La differenza è che sia attori che spettatori, nell'andare e venire dal teatro, rischiano di essere feriti o uccisi da un colpo di mortaio o dal proiettile di un cecchino; questo, però, a Sarajevo può accadere anche stando seduti nel soggiorno di casa, o dormendo nel proprio letto, o andando a prendere qualcosa in cucina, o uscendo dal portone.

Ma non è un po' pessimista quest'opera di Beckett? - mi è stato domandato, sottintendendo: non sarà un po' deprimente per il pubblico di Sarajevo? ovvero, non è pretenzioso e indelicato mettere in scena Godot proprio là? - come se la disperazione sulla scena fosse di troppo dove la gente è disperata nella vita; come se quello che si vorrebbe vedere in tale situazione fosse, per dire, "La strana coppia".

Non è vero che il pubblico di Sarajevo si aspetta dal divertimento solo una fuga dal reale. A Sarajevo, come dovunque, ci sono non poche persone che si sentono incoraggiate e consolate da un'arte che confermi e trasfiguri il loro senso della realtà. Con ciò non voglio dire che la gente a Sarajevo non senta la mancanza del puro intrattenimento. La drammaturga del Teatro nazionale, che cominciò ad assistere alle prove di Godot dopo la prima settimana, e che ha studiato alla Columbia University, mi chiese, prima della mia partenza, di portarle alcune copie di "Vogue" e "Vanity Fair" quando sarei tornata - e sarà tra poco, in questo mese - così da potersi ricordare di tutte quelle cose che non fanno più parte della sua vita. Certamente, ci sono molti abitanti di Sarajevo che a una rappresentazione di "Aspettando Godot", preferirebbero un film di Harrison Ford o un concerto dei Guns'n Roses. Ma questo era vero anche prima della guerra. Semmai, è un po' meno vero adesso.

E poi, considerando il tipo di drammi che si davano a Sarajevo prima dell'assedio - ben diversi dai film proiettati nei cinema, che erano quasi esclusivamente i grandi successi di Hollywood (la piccola cinémathèque stava per chiudere poco prima della guerra, per mancanza di spettatori, m'hanno detto) - il pubblico locale non troverà nulla di eccentrico o di lugubre nella scelta di "Aspettando Godot".

Le altre pièce attualmente in scena o in allestimento a Sarajevo sono l'"Alcesti" (che tratta l'inevitabilità della morte e il senso del sacrificio), l'"Aiace" (sulla follia e il suicidio di un guerriero), e "In Agonia", il primo dramma del croato Miroslav Krieza, che è, con il bosniaco Ivo Andric, uno dei due scrittori della ex Jugoslavia celebrati a livello internazionale nella prima metà del secolo (il titolo parla da solo). Paragonato a questi, "Aspettando Godot" appare lo spettacolo più "leggero".

In verità, la questione non è come, a Sarajevo, un po' di attività culturale sia sopravvissuta a diciassette mesi di assedio, ma come non ne sia sopravvissuta di più. Fuori da un cinema sbarrato con assi inchiodate accanto al Teatro Nazionale, c'è una locandina, sbiadita dal sole, de "Il silenzio degli innocenti", con una striscia in diagonale sopra che dice "Danas" (oggi) - "oggi" era il 6 aprile 1992, il giorno in cui i cinema smisero di funzionare. Dall'inizio della guerra, tutti i cinemateatro della città sono rimasti chiusi, anche se non tutti sono stati gravemente danneggiati dalle bombe. Un edificio dove la gente si raduna con regolarità è un bersaglio troppo invitante per l'artiglieria serba; e comunque, non c'è corrente elettrica per il proiettore. Non ci sono concerti, a eccezione di quelli dati da un solitario quartetto d'archi che prova tutte le mattine e si esibisce molto di rado in una saletta con quaranta posti a sedere che ha la doppia funzione di galleria d'arte (nello stesso palazzo, i

n Via Maresciallo Tito, che ospita il teatro Camera). Per la pittura e la fotografia c'è un solo spazio attivo - la Galleria Obala, le cui mostre durano spesso un giorno solo, e mai più di una settimana.

Nessuno con cui abbia parlato a sarajevo mette in dubbio l'esiguità della vita culturale in questa città dove, in fondo, vivono ancora trecento o quattrocentomila abitanti. Quasi tutti gli intellettuali e gli artisti, compresi molti dell'Università di Sarajevo, sono fuggiti all'inizio della guerra, prima che la città fosse completamente accerchiata. Inoltre, molti abitanti di Sarajevo sono riluttanti a lasciare i loro appartamenti se non in caso di assoluta necessità, per andare a cercare l'acqua e ritirare la loro razione di aiuti umanitari. Anche se nessuno è più al sicuro in nessun posto, questi cittadini hanno più da temere quando si trovano per la strada. E, al di là della paura, c'è la depressione - a Sarajevo sono quasi tutti depressi - che produce letargia, apatia, stanchezza.

Inoltre, era Belgrado la capitale culturale dell'ex Jugoslavia, e ho impressione che a Sarajevo le arti visive fossero importate, e che il balletto, l'opera e la vita musicale fossero di routine. Soltanto i film e il teatro si distinguevano, perciò non deve sorprendere che sopravvivano nella città assediata. Una compagnia di produzione cinematografica, la Saga, gira documentari e fiction, e ci sono due teatri in funzione.

In effetti, "Aspettando Godot" è proprio il tipo di spettacolo che il pubblico teatrale si aspetta di vedere. Ciò che la mia edizione di Godot significa per loro, a parte il fatto che un'eccentrica scrittrice americana, regista part-time, si sia offerta di lavorare nel teatro per esprimere solidarietà alla città(cosa gonfiata dalla stampa locale e dalla radio come prova del fatto che il resto del mondo "si interessa" - quando io sapevo, con mia onta e indignazione, di non rappresentare altro che me stessa), è che questa è una grande pièce europea e che alla cultura europea essi appartengono. Nonostante il successo della cultura popolare americana, l'alta cultura d'Europa resta, per loro, un ideale, il passaporto per un'identità europea. La gente mi ha detto e ripetuto, nella mia prima visita ad aprile: "Noi siamo parte dell'Europa, siamo il popolo della ex Jugoslavia che più incarna i valori europei di secolarismo, tolleranza religiosa e multietnicità. Come può il resto d'Europa permettere che ci accada

tutto questo?". Quando rispondevo che l'Europa è ed è sempre stata luogo di barbarie come di civiltà, essi rifiutavano di ascoltarmi. Adesso, dopo solo pochi mesi, nessuno metterebbe più in dubbio questa affermazione.

I cittadini di Sarajevo sanno di essere estremamente deboli: aspettano, sperano, non vogliono sperare, sanno che nessuno verrà a salvarli. Sono umiliati dalla loro delusione, dalla loro paura, dalla loro indegna vita quotidiana - dal dover, ad esempio, passare buona parte del giorno a controllare che i dispositivi di scarico dei servizi igienici funzionino e che i loro bagni non diventino dei pozzi neri. Questo è l'uso che fanno di gran parte dell'acqua per cui si mettono in coda negli spazi pubblici a rischio della vita. Il senso della dignità può essere anche più forte della paura.

Mettere in scena uno spettacolo significa molto per i professionisti teatrali di Sarajevo, perché permette loro di essere normali, cioè, di fare quello che facevano prima della guerra; di essere qualcosa di più che meri trasportatori d'acqua o passivi consumatori di "aiuti umanitari". Di sicuro, i più fortunati a Sarajevo sono quelli che possono continuare a esercitare la propria professione. Non è una questione di soldi, perché l'economia cittadina è tutta al mercato nero la cui moneta corrente è il marco tedesco; e molti stanno vivendo con i loro risparmi - che sono sempre in marchi tedeschi - o col denaro inviato dall'estero (Per avere un'idea dell'economia di Sarajevo, basti considerare che un professionista di buon livello - diciamo, un chirurgo dell'ospedale o un giornalista televisivo - guadagna tre marchi al mese; quando un pacchetto di sigarette - la versione locale delle Marlboro - costa dieci marchi al mercato nero). Gli attori, naturalmente, non erano pagati, e nemmeno io. Altra gente di tea

tro veniva a sedersi alle prove, non tanto per il desiderio di assistere al nostro lavoro, quanto per il piacere di avere, ancora una volta, un teatro dove recarsi ogni giorno.

Lungi dall'essere una frivolezza, mettere in scena uno spettacolo - questo o un altro - è una seria espressione di normalità.

"Metter su una commedia non è un po' come suonare la lira mentre Roma brucia?", ha chiesto una giornalista a uno degli attori. "Era solo una domanda provocatoria", mi ha spiegato, poi, quando l'ho ripresa, preoccupata che l'attore potesse essersi offeso. Ma non si era offeso. Non sapeva neanche di cosa stesse parlando.

 
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