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Meloni Riccarda - 18 novembre 1993
CONDANNATI A RIFLETTERE SULLA GUERRA

Articolo pubblicato dal settimanale "Internazionale" (13.11.93), tratto dal quotidiano "Oslobodjenje".

'Oslobodjenje' è l'unico quotidiano multietnico e indipendente che, tra mille ostacoli, ancora riesce a essere pubblicato a Sarajevo. 'Internazionale' riceve 'Oslobodjenje' via fax da Lubiana, dove una redazione distaccata del giornale di Sarajevo prepara un'edizione settimanale.

Chiunque volesse sostenere 'Oslobodjenje' può mettersi in contatto con Lubiama: tel. 0038 661 314337 oppure 30339; fax 318179.

"Da nessuna parte la guerra è un astratto conflitto tra il bene e il male. Né il bene e il male sono divisi dalla linea del fronte"

Parla un giornalista di Sarajevo

La guerra a Sarajevo è cominciata da un anno e mezzo. Gli intellettuali hanno potuto vedere come tutto quanto è stato scritto sulla guerra è praticamente un'interpretazione della realtà abominevolmente classista o ideologica, non la sua narrazione letteraria. Anche la verità letteraria è vittima della guerra. Un Tolstoj, ad esempio, parla di spostamenti di grandi reparti, di imperatori, di marescialli e di dialoghi di corte, di meditabondi aristocratici che non sono mai riusciti ad afferrare neanche i limiti inferiori della filosofia (la qual cosa è del resto una caratteristica genetica dei popoli slavi).

Diversi sono Remarque, Borges, Hemingway, ma le scuole insegnano a dar loro meno credito e a perdere tempo invece sul monumentale falso tolstojano e su simili mucchi di carta.

Per un anno e mezzo, a Sarajevo assediata, condannata a rilettere sulla guerra e solo sulla guerra, si è manifestato il volto di questa guerra così com'è, prima di tutto: fame, batter di denti, carestia, borsa nera, prostituzione, abbrutimento, dolore per gli uccisi. Il senso della profonda ingiustizia perpetrata verso la Bosnia e verso Sarajevo cresce col tempo nel convincimento che la giustizia non è possibile e che, parlandoci di essa, ci hanno solo sottoposti a una specie di addestramento sociale.

Vedendo il dio Marte senza trucco, accolgo con una forte dose di avversione tutti i patetici tentativi dei vari beati costruttori pace di passar sopra al sangue versato, con i nobili e sterili propositi di coloro dietro i quali non c'è nient'altro che una assoluta non conoscenza della situazione, niente di più di una completa ignoranza della natura della guerra, ignoranza simile a quella nella quale abbiamo vissuto anche noi. Né qui, ma forse neanche in Liberia, né in Russia, né in Angola, né nello Zaire, né in Sudan, né in Somalia, né in Afghanistan la guerra è un astratto conflitto tra il bene e il male, né il bene e il male sono divisi dalla linea del fronte.

Sono uomini vivi a condurre la guerra, dietro di loro ci sono interessi. Nel nostro caso, semplicemente saccheggio, appropriazione di intere regioni, case, bestiame, videoregistratori, legna da ardere, kilowatt, distruzione dell'eredità spirituale conseguita nel corso di centinaia di anni.

Forse qualcuno degli abitanti di Sarajevo non è più capace di distinguere la morte e il dolore che si ripetono, il peso di quel carico di infelicità che ci è stato posto sulla schiena. Che osservi il dossier fotografico di Annie Leiboviz su Sarajevo, e vedrà che non c'è posto per il patetico. In questo contesto di riconoscimento della guerra come saccheggio e tecnologia dello sterminio di uomini, donne e bambini con tutti i più folli sistemi, è balenata l'idea di una preghiera collettiva per la pace. Non è nuova - a essa hanno consacrato notti e notti gli abitanti di Bugojno (città della Bosnia, nella Skopljanska Kotlina) delle tre fedi alla vigilia della guerra. Non è nuova neppure per le autorità ecclesiastiche - ricordiamo l'impresa ardita della visita collettiva a Bosanski Brod, quando questa città era un punto senza ritorno nell'eccidio bosnaico-erzegovese. Già allora non potevano aspettarselo né i devoti né gli atei: tre grandi prelati bosniaco-erzegovesi giunsero a Bosanski Brod ugualmente avvolti nel

le maglie della guerra quanto il loro ospite Armin Pohara, per il quale sembra che la guerra sia finita prima che per quelli che egli aveva condotto alla lotta.

Questo intreccio è prebellico. Le comunità religiose sono state un fattore significativo - direi decisivo - nelle scelte di tutti i contendenti. Esse hanno avuto i propri favoriti e questi favoriti hanno vinto la corsa. Perciò la chiesa ortodossa serba, da non identificare però né con l'intero suo gregge né con tutti i sacerdoti ortodossi, si è schierata dalla parte dell'aggressione; la chiesa cattolica ha dato principalmente una copertura ai suoi protetti politici, finché essi non hanno cominciato a confondere gli interessi strategici di questa istituzione e i propri scopi carrieristi; l'atteggiamento della comunità religiosa islamica è stato determinato, prima di tutto, dal destino dei suoi fedeli e devoti, ma anche dalla ridefinizione dello schema organizzativo, e dai cambiamenti nei quadri. Pur venerando un solo dio, i grandi prelati si sono trovati in tre diverse posizioni politiche. Questo è un conflitto tipico fra "principio" e "prassi": più della preghiera comune, in concreto si richiede ai capi spir

ituali una concreta presa di posizione, per esempio, su concreti delitti e delinquenti.

Questa è la realtà bellica che un Lev Nikolajevic concluderebbe con una grandiosa descrizione dela preghiera collettiva davanti alla grande sventura che si è addensata su un popolo, mentre Hemingway direbbe ciò che direbbe. O non direbbe nulla.

Il pragmatico o il cronista si chiederebbe dunque: per quale genere di pace si prega? Per la pace sulle linee di demarcazione, per la pace sui confini compromessi o per la pace sui confini della giustizia? O per la pace - così? Le guide spirituali si sono rivolte a Dio con lo stesso desiderio?

Finché si aspetta una risposta a questo grande interrogativo, ne resta uno del tutto pratico: in che modo i fedeli non ortodossi si congederanno da Milenko Jertic, combattente della nona Brigata Motorizzata di Sarajevo, nato nel maggio 1950, morto nell'aprile 1993, che ha perso la vita per la stessa politica per la quale sono caduti, nelle stesse trincee, negli stessi giorni, Izmet Gvozden, Sinan Omerbegovic, Asim Selmanovic, Hasib Hodzic, Boris Belic, Besim Turkovic...

MEHMED HALILOVIC, DI OSLOBODJENJE, DESCRIVE MILOSEVIC E TUDJMAN E LA LORO STRANA ALLEANZA.

Se non fosse per il presidente croato Franjo Tudjman, Slobodan Milosevic sarebbe forse già da un pezzo politicamente morto. Il duce serbo non ha né in patria né all'estero miglior avvocato e aiutante di fiducia del finto avversario di Zagabria. Così essi si aiutano reciprocamente, guidati dai propri interessi, ma fra loro esiste anche una precisa differenza: Milosevic non ha mai detto nulla di male sul conto di Tudjman, ma neanche di buono, mentre per Tudjman vige la regola opposta. Tuttavia, a ben vedere, ciò attiene più alla struttura mentale di queste due personalità che non a differenze sostanziali tra di loro. Di gran lunga più essenziale di queste mancate corrispondenze nelle dichiarazioni è la loro sintonia nell'agire.

Le dichiarazioni di Tudjman, dunque, richiamano l'attenzione per il semplice motivo che spesso agiscono come un fulmine a ciel sereno. Altre invece sono di segno diverso, come, ad esempio, l'intervento di quest'estate su Milosevic e l'ultimissimo, di questi giorni, sulla Bosnia e sulla ex Jugoslavia. Quando, all'apertura del ponte di pontoni di Maslenica, ha detto ai giornalisti stranieri che 'i serbi rispettano l'accordo' e che 'Milosevic non è colpevole per tutto quanto è avvenuto nella ex Jugoslavia', molti hanno inteso ciò come un atto di amnistia in favore del presidente serbo per le tre guerre, inclusa anche la guerra in Croazia. Ma allora chi è responsabile? La soluzione è arrivata in questi giorni in una nuova dichiarazione del presidente croato: 'Se avessimo desiderato conservare una Bosnia unitaria, avremmo conservato anche una Jugoslavia unitaria'.

Vantandosi di aver portato l'indipendenza alla Croazia e di 'aver accontentato i croati bosniaci' con la creazione di un para-stato 'Herceg Bosnia', Tudjman riconosce direttamente che la Jugoslavia è stata smembrata perché fosse spartita la Bosnia, e indirettamente, che alle guerre si doveva arrivare, poiché la divisione non poteva avvenire in altro modo.

Benché probabilmente per molto tempo ancora non avremo occasione di vedere una registrazione - se mai è stata fatta- degli accordi rigorosamente conclusi fra Milosevic e Tudjman a Karadjordjevo, come neanche degli altri accordi, non c'è ragione di dubitare della veridicità della dichiarazione di uno dei due autentici protagonisti. A Tudjman almeno bisogna riconoscere la sincerità, Milosevic, suo partner in questo atto di denuncia, non si è addossato in modo chiaro le responsabilità. Se a Karadjordjevo si sono accordati per lo smembramento della Bosnia, in questo pacchetto non c'era anche la divisione della Croazia? Senza considerare quanto hanno concordato, le conseguenze di ambedue le guerre in queste due terre non differiscono in maniera sostanziale. Proprio questo gli intellettuali croati e in parte l'opposizione rimproverano al presidente Tudjman, poiché tutte le mosse sbagliate in Bosnia tornano come un boomerang alla Croazia, e Vlado Gotovac nell'intervista a Globus afferma esplicitamente: 'Non esiste

neppure un errore in politica che la Croazia (in relazione alla Bosnia) non abbia commesso'.

Mentre gli intellettuali croati chiedono le dimissioni di Tudjman, non vi è alcun dubbio che Slobodan Milosevic lo aiuterà. La questione è solo come: con qualche dichiarazione, il che è poco probabile, o con qualche insignificante concessione?

 
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