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Conferenza Partito radicale
Giannini Leonello - 24 gennaio 1994
LE STRAGI A TV SPENTE (di Giuseppe Zaccaria)
La Stampa - 24 gennaio 1994

Decine di piccole vittime dimenticate.

IL primo che mi accadde d'incontrare si chiamava Fikret, ed era vivo. Vivo, almeno, quanto può esserlo un dodicenne che in una stanza d'ospedale, a Zagabria, resta cupo in un angolo, guardando con, occhi carichi d'odio una donna gonfia e disfatta, che da un letto grida, straparla e vorrebbe bucarsi il ventre a coltellate. Quella donna era sua madre, Enisa: un'insegnante bosniaca, di religione musulmana, prima violentata dai »cetnick dinanzi ai figli, poi tenuta quattro mesi un un campo bordello, infine lasciata andare quando per abortire era troppo tardi. Avrebbe partorito il mostro della guerra mentre agli occhi del figlio diventava mostro a sua volta odiata di un odio più forte di qualsiasi logica.

Poi ne ho visti altri, vivi, semivivi, oppure morti da poche ore a volte coi visetti fermi in una sorta di stupore, altre deturpati da una fine oscena. E la reazione (non so se la cosa abbia un senso non so quanto possa no interessare i sentimenti di un reporter, eppure credo che di queste cose si debba ricominciare a parlare, dico che non si può più fare a meno di discuterne) la nrima reazione, dicevo, fu di rifiuto. Esattamente come accade a voi quando in televisione vedete le scene dell'ennesimo massacro, le immagini di altri visetti persi in uno stupore che adesso pare rivolto proprio verso di noi, gli spettatori.

Poi, come molta altra gente, ho cominciato a chiedermi: possibile? Possibile che neppure le immagini di cento bambini morti riescano a scuotere l'Occidente, a spingere i nostri potenti Paesi verso una qualsiasi forma d'intervento? Una risposta da meditare è quella che mi giunse da una funzionaria da una funzionaria dell'Unprofor a Belgrado, dove intanto altri bambini morivano per le conseguenze dell'»embargo economico e dei delitti dei loro padri: »Credo che ormai di nanzi a immagini di questo genere la risposta istintiva della gente sia di rimozione. E' morto, non posso farci nulla, troppo orrore, basta, cambiamo canale. Quello che invece ancora scuote l'Europa è il bambino ammalato, sofferente, ai limiti della denutrizione. Uno pensa: "No, questo non posso sopportarlo". Uno pensa: "No, questo non posso sopportarlo". Uno sente di poter fare ancora qualcosa: ed ecco che si mobilitano le organizzazioni, si fanno pressioni sui governi... .

Tragica, quella lezione: eppure di lì a poco sarebbe stata confermata. L'incontro belgradese avveniva nel maggio scorso: ad agosto, d'un tratto parve che finalmente la Nato si apprestasse a bombardare le postazioni di artiglieria intorno a Sarajevo. Cos'era accaduto? Semplicemente che all'ospedale della capitale di Bosnia un giovane medico, Ivo Jaganjac, avesse sfidato le pallottole per recarsi fino all'ufficio della »Bbc , per dire che aveva in cura una bambina di cinque anni, e che quella bambina sarebbe morta se non l'avessero sgomberata.

Poche ore dopo, le immagini di quel nasino attaccato a un respiratore facevano il giro del mondo. Irma Hadzimuratovic era stata colpita al collo dalle schegge di una granata mentre giocava in un cortile. Per lei, intorno a lei si mobilitarono Nato, governo inglese, media di tutto il mondo. Fu istituito un ponte aereo, qualche decina di bambini poté lasciare Sarajevo per gli ospedali del resto d'Europa. Quella, scrisse il »Guardian , era »la storia più tragica della guerra di Bosnia : ecco l'unico errore di un'inchiesta altrimenti esemplare.

Non era »la storia più tragica : non lo era allora e tanto meno lo è adesso. Perché di bambini, a Sarajevo ne sono già morti più di tremila, e perché purtroppo non basta essere nati altrove, lontani dalla città simbolo del grande macello, per essere fuori dalla guerra o poter sfuggire a questo sabba di fine Millennio.

C'è una piccola agenzia croata (la »Twra Press ) che quando le linee e i soldi lo consentono si ostina a raggiungere via fax pochi aficionados, per diffondere notizie che non trovano mai spazio nel grande circuito dell'informazione. Ultimo »take , datato 20 gennaio: i musulmani avanzano a Tesanj o Zavidovici, i serbo bosniaci bombardano Zuc, seimila granate lanciate in poche ore, più tre missili terra terra.

Ebbene, in un foglio su tre la »Twra Press dà notizia di bambini caduti vittime del conflitto. I sei di Sarajevo? Certo: ma lì c'erano le telecamere a riprendere i loro volti, la neve arrossata dal loro sangue, le espressioni degli spalatori. Nelle stesse ore tre o forse quattro bambini serbo bosniaci sono morti a Brcko, durante scontri con le armate musulmane. Nelle stesse ore altri tre piccoli croati sono stati dilaniati a Mostar da una granata musulmana: anche loro giocavano in un cortile, anche loro avevano fra i dieci ed i 13 anni. Poche settimane fa, di bambini ne erano morti 11, tutti di un colpo: sui giornali era apparsa una secca notizia, in tv neanche quella.

Siamo a questo, ormai: nel grande macello balcanico, la guerra dell'informazione si combatte colpo su colpo anche sulle stragi di bambini. E noi? Ci mobilitiamo adesso: porteremo a Falconara, e quindi nell'ospedale di Ancona, gli scampati dall'ultima granata di Sarajevo, e poi forse qualche piccolo ferito di Mostar, o di Brcko, o chissà di dove altro ancora. Fino a quando il ripetersi di attacchi, offensive, bombardamenti, ritirate riprenderà ad assumere un ritmo monotono, a scomparire lentamente, in attesa di un'altra tragedia i cui scampati abbiano la fortuna di capitare sotto gli occhi di una telecamera.

Durante la Guerra del Golfo le immagini del rifugio di Baghdad e dei bambini che vi erano morti dentro riuscì a incrinare anche la determinazione dell'alleanza occidentale ed a far proseguire le operazioni con altri sistemi: da quel giorno i bombardamenti »chirurgici scemarono notevolmente di intensità. Chissà cosa succederà, adesso. Chissà di quali altre immagini, di quanti altri bambini, il mondo ha bisogno prima di decidersi a fare qualcosa.

-Giuseppe Zaccaria-

 
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