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Zaccagnini Simone - 28 gennaio 1994
"LOTTA ALLA DROGA: LA TERZA VIA DA SCOPRIRE"
di Gaetano Dentamaro

Da Paese Sera di Giovedi 27 Gennaio 1994

Da venerdì a domenica prossimi, il Coordinamento Radicale Antiproibizionista si riunirà a Genova per il suo V Congresso, sotto il peso di grandi responsabilità. 1600 tra iscritti e sostenitori, un bilancio di cento milioni, 35.000 firme già raccolte su due progetti di legge d'iniziativa popolare: uno per la legalizzazione dell'hashish e della marihuana, l'altro per una nuova legge sull'AIDS. All'attivo un anno di vittorie importanti. Un anno fa, la maggioranza dei cittadini italiani si espresse con il referendum per l'abrogazione dei punti cardine della legge Craxi - Jervolino - Vassalli: il consumo di droga un "illecito" penale, il consumatore di sostanze proibite, tossicodipendente o meno, un criminale da punire. Una concezione per cui tra i compiti dello Stato c'è quello di assicurare ai cittadini non solo il benessere, ma la "felicità", una felicità obbligatoria che nulla deve turbare.

"In galera per lo spinello? In galera per le tangenti!", risposero gli italiani. Dopo la sconfitta, l'onorevole Jervolino non trovò di meglio che dire che il Sì al referendum sulla droga era stato "trainato" dai Sì alla riforma del sistema elettorale e all'abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti. Popolo bue insomma, e la storia finiva lì. Ma anche se il referendum ha abrogato le parti più odiose di quella legge, resta il fatto che il proibizionismo continua, garantito a livello internazionale dal consenso unanime dei paesi industrializzati.

In prigione, In prigione

Perché proibire la droga? E cos'è "droga"? Sui termini di probizionismo e antiproibizionismo, si confrontano due concezioni alternative dello Stato: "Stato etico" e "Stato di diritto". Un esempio estremo, ma non astratto: in alcuni Stati americani, la Georgia per esempio, determinati atti sessuali definiti "contro natura" (la sodomia etero- e omosessuale) sono considerati crimini, e puniti dalla legge. 1982: un poliziotto fa irruzione nell'abitazione di due uomini e li sorprende sotto le coperte, mentre "commettono un crimine". I due uomini, per la verità, non furono perseguiti. Anzi, fu il padrone di casa a citare in giudizio il poliziotto, per ottenere dalla Corte suprema degli Stati Uniti l'abrogazione della legge; ma perse la causa. »Non posso affermare che pratiche condannate da centinaia di anni siano oggi diventate un diritto", dichiarò uno dei giudici della Corte, che rifiutò a maggioranza di "estendere il diritto alla privacy alle pratiche omosessuali .

I crimini che non fanno male

Ma possiamo definire criminale un atto che non fa vittime? Per certuni, anche la masturbazione è un crimine, perché è un "oltraggio a Dio" che alberga nel nostro corpo. Se questi paragoni sembrano assurdi, la cronaca offre spunti drammaticamente attuali: appartengono alla stessa concezione integralista la condanna a morte decretata contro Salman Rushdie dagli ayatollah iraniani per i "Versetti satanici", e le minacce a Claudia Shiffer per il suo "corpetto blasfemo". Il confronto va avanti da secoli. Il mondo ha conosciuto ogni tipo di proibizionismo, solo casualmente riferito a sostanze materiali: vittime della concezione proibizionista dello Stato, prima ancora che il tabacco, il caffè, i liquori, la cannabis o l'eroina, sono le libertà e i diritti civili della persona.

John Stuart Mill ne ha scritto nel Saggio sulla Libertà, confutando le tesi della "United Kingdom Alliance", fondata in Inghilterra nel 1853 per "arrivare alla totale e immediata soppressione per legge del commercio di tutti i liquori inebrianti". Il ragionamento dei proibizionisti era il seguente: »le azioni del singolo possono avere conseguenze sociali; se c'è qualcosa che calpesta i miei diritti sociali, è il traffico di liquori forti. Traendo profitto da una piaga che io sono costretto a sopportare, si fa violenza al mio diritto all'uguaglianza. Disseminando la strada di pericoli, indebolendo e depravando la società, cui io ho diritto di chiedere mutuo soccorso, il commercio dei liquori ostacola il mio diritto al libero sviluppo morale . E una nuova teoria dei diritti sociali, rilevava Mill: »è diritto assoluto del singolo che ogni altro individuo agisca in ogni situazione com'è suo preciso dovere .

Le conseguenze sono mostruose: »è più pericolosa di qualsiasi interferenza particolare con la libertà, non c'è violazione che essa non giustifichi; anzi, non riconosce alcun diritto alla libertà se non, forse, quello di avere opinioni in segreto, senza mai rivelarle; perché nel momento in cui dalle labbra di qualcuno esce un'opinione che io considero nociva, ne vengono calpestati tutti i diritti sociali che l'Alleanza mi attribuisce .

La concezione proibizionista/integralista dello Stato assume le forme di un delirio di potenza. Le droghe pericolose infatti, così come le idee pericolose, sono sempre quelle degli altri. Poiché i proibizionisti, in genere, giudicano gli altri sulla base delle proprie intenzioni, aspirazioni e reazioni, finiscono con l'attribuire agli avversari le proprie aspirazioni assolute e integraliste. Il ragionamento arriva così sempre alla stessa paradossale conclusione: se non è proibito, è obbligatorio. La proibizione, certo, ha risvolti negativi (danno sociale, arricchimento delle organizzazioni criminali grazie al traffico clandestino ecc.) che però devono essere sopportati in nome di un progetto di società futura, dove le droghe non esisteranno più perché più nessuno ne avrà bisogno. Non c'è alternativa: infatti, se dichiarassimo che drogarsi è lecito, "tutti si drogherebbero".

Dibattito nuovo, argomenti di sempre

Il dibattito si è recentemente aperto in Francia, dalle colonne di Le Monde. »La droga, sola alternativa, sola risposta al "male di vivere" di certi giovani o meno giovani che non trovano più punti di riferimento in una società che, secondo loro, gli è ostile? Non voglio crederci. Noi non dobbiamo crederci. La realtà dell'esistenza non è quella dei paradisi artificiali ha scritto Jean-Paul Séguéla, famoso pubblicitario, attualmente consigliere del Ministro degli interni Pasqua per la lotta alle tossicodipendenze. »Un'abolizione del proibizionismo avrebbe come conseguenza un forte aumento dei consumatori. Queste persone finirebbero per drogarsi quotidianamente (...). La distribuzione controllata ai soli tossicomani (...) sarebbe un incitamento alla tossicomania, contraria all'etica medica. (...). Non è tollerabile che i medici diventino degli spacciatori in camice bianco. (...). Scegliere tra proibizione e liberalizzazione (...) è scegliere tra una politica sociale e sanitaria e una politica economica, tra u

na politica della salute ed una politica del piacere . E ha concluso: »La lotta contro la droga è per i cittadini la grande priorità, prima della disoccupazione, del rischio nucleare, della dissoluzione della famiglia e dell'AIDS. La proibizione è profondamente radicata tra la gente, anche tra i tossicomani, che, in grande maggioranza, accusano gli antiproibizionisti di volerli uccidere. Noi dobbiamo proteggere l'umanità contro tutti gl'inquinamenti, esterni ed interni, e per sopravvivere, dobbiamo difendercene anche al rischio di perderci .

La facoltà di ingerire

Sempre su Le Monde, è intervenuto Francis Caballero, professore di diritto all'Università di Parigi-X, iscritto al Coordinamento radicale e membro della Lega Internazionale Antiproibizionista, fondatore in Francia del Movimento per la Legalizzazione controllata: »Dopo vent'anni di applicazione rigorosa, il bilancio della legge del 1970 non è dei migliori. Tutti gl'indicatori (numero degli arresti, quantità sequestrate, overdosi, consumatori) sono moltiplicati per dieci o per cento. (...). Dal punto di vista economico, la proibizione è alleata dei trafficanti. La cifra d'affari del traffico, secondo fonti ufficiali, va da 150 a 500 miliardi di dollari (da 250.000 a 850.000 miliardi di lire, ndr). In Francia, l'economia sotterranea costituisce, secondo la polizia, l'8% del prodotto lordo. (...). Da qui la prosperità dei cartelli, della mafia, del crimine organizzato; da qui il riciclaggio del denaro sporco, che contamina il sistema bancario e corrompe le classi dirigenti. (...). Da un punto di vista sociale,

il proibizionismo è il motore della delinquenza: per procurarsi una dose da 1000 franchi al grammo (220.000 lire, ndr), dieci volte più cara dell'oro, i tossicomani sono costretti a delinquere contro i beni e contro le persone (...). Sul piano delle libertà, l'accoppiata proibizione-repressione minaccia i diritti dell'uomo. Punire con un anno di carcere un cittadino maggiorenne che, a casa propria, ingerisce volontariamente una sostanza di sua scelta, per provare delle sensazioni, è contrario all'articolo 4 della Dichiarazione del 1789: "La libertà è il potere di fare tutto ciò che non arreca danno agli altri". (...). Dal punto di vista sanitario, il fiasco del sistema proibizionista è ancora più evidente: la clandestinità aumenta la pericolosità delle sostanze (...), l'emarginazione dei tossicomani porta a pratiche sanitarie disastrose, come quella dello scambio delle siringhe...

Il buon senso suggerisce che, nel ragionamento di Séguéla, come in quelli dei proibizionisti dei secoli passati, c'è qualcosa che non quadra. »Le leggi proibizioniste - ha detto Marco Pannella - vogliono impedire all'essere umano qualcosa che non è un suo diritto, ma una sua mera facoltà animale, la facoltà d'ingerire... prendere una cosa, portarla alla bocca e ingerirla... sono leggi contro la natura animale dell'essere umano . Ma tutto quadra, se accettiamo l'assunto iniziale che, sul piano etico-morale, esiste un "fine ultimo" dello Stato, si tratti dell'affermazione della superiorità di una razza o della costruzione di una società perfetta. Il pensiero di Séguéla, e del governo della destra francese, magari in perfetta buona fede, lastrica di buone intenzioni l'inferno sociale che stiamo attraversando. La lotta alla droga diventa una priorità, prima della lotta alla disoccupazione, alla povertà e al disgregamento delle famiglie, cioè proprio a quelle situazioni che più creano disagio sociale, e quel "ma

le di vivere" che conduce giovani e meno giovani alla tossicomania e alla tossicodipendenza.

Una dottrina del giusto mezzo

Ma allora, che cos'è l'antiproibizionismo? L'idea antiproibizionista nasce dalla constatazione dei disastri prodotti da due diversi tipi di regime di cui abbiamo una lunga esperienza storica: la liberalizzazione senza controllo, selvaggia, e, all'altro estremo, il proibizionismo. La liberalizzazione selvaggia è il regime che ha imperato lungo tutto l'800 e fino agli inizi del secolo, causando, intrecciato allo sfruttamento colonialista, le guerre per la libertà del commercio dell'oppio. Un regime che è continuato fino all'avvento delle prime sostanze di sintesi, come la morfina e l'eroina, estremamente pericolose perché la loro dose mortale non è lontana dalla dose attiva minima. Alla fine del secolo scorso, quando le case farmaceutiche cominciarono a produrre morfina ed eroina, non esisteva alcun limite, per esempio alla pubblicità. Si propagandavano gli effetti miracolosi della "medicina degli eroi", panacea per tutti i mali, dalla tosse dei bambini all'insonnia degli anziani, senza mai menzionare il prob

lema della dipendenza fisica. In pochi decenni, questo regime di liberalizzazione selvaggia giustificata dal profitto, applicato alle sostanze di sintesi, aveva finito per creare decine di migliaia di tossicodipendenti involontari per abuso di eroina.

L'altra grande esperienza storica è appunto quella del proibizionismo: un regime dove la quasi totalità dell'offerta di sostanze psico-attive, dal tabacco alla cannabis, dall'alcol all'eroina, non è per via legale - come avviene per tutte le sostanze che, senza essere psicoattive, sono destinate comunque ad essere ingerite: basti pensare alla carne, per la quale esistono decine di leggi che regolamentano tutto, dall'alimentazione delle bestie alle condizioni di macellazione, trasporto, immagazzinaggio e così via - ma per via illegale, attraverso un mercato nero gestito da organizzazioni ipso facto criminali. Quindi gli Al Capone, se si tratta di alcol, e i suoi eredi del cartello di Medellìn o di Corleone, se si tratta di cocaina o eroina.

Questa situazione è, se possibile, ancora peggiore della precedente. Le sostanze proibite, derivate da materie prime agricole, la cocaina dalla foglia di coca e la morfina dall'oppio, o prodotti di sintesi chimica pura, come LSD, amfetamine, barbiturici ecc., hanno un costo di produzione irrisorio, portato alle stelle dall'illegalità del mercato. Produrre un grammo di eroina costa duemila lire; il prezzo di vendita al mercato nero, è di duecentomila. Nelle bustine che, in pieno proibizionismo, si vendono comunemente ad ogni angolo di strada, il 70% può essere mannite, talco, polvere di gesso, il 30% eroina. Ecco che un grammo di eroina arriva a valere un milione, o cinque. Il tossicodipendente assuefatto ad una certa percentuale di "taglio", può incappare, un giorno, in una dose che contiene invece il 50% di eroina in più. Le differenze enormi di dosaggio nel mercato nero sono causa di centinaia di morti per overdose.

Il proibizionismo equivale quindi ad una liberalizzazione di fatto. Si scrive sulla Gazzetta Ufficiale che "la droga" è proibita, automaticamente la si diffonde in tutto il mondo, e non c'è problema a trovare chi per poche lire o pochi grammi è disposto a fare di tutto, perché i guadagni sono colossali. Questi due regimi, apparentemente alternativi, fondamentalmente speculari, hanno governato produzione, commercio e, quindi, assunzione di tutte le sostanze che, nel corso dei secoli, hanno meritato l'appellativo di droga. La prima fra tutte, il tabacco, introdotto in Europa dopo la conquista delle Americhe: quello da fiuto (e l'Inquisizione spagnola comminava il taglio del naso a chi indulgeva al vizio orrendo), poi quello da fumo, che, con l'invenzione e diffusione della sigaretta, ha la sua massima diffusione tra il 1920-'60, garantita da un regime di liberalizzazione incontrollata. Poi gli psicofarmaci, barbiturici e simili, che si diffondono negli anni '30 - '50; e ancora, l'alcol, che nel mondo anglosass

one conosce varie di forme di proibizione a partire dal XVII secolo. Ma torniamo al tabacco: le limitazioni cominciano quando si comincia a capire la sua pericolosità. Se ne vieta la pubblicità, vengono imposte limitazioni al "diritto di fumare" nei locali pubblici, per garantire il "diritto a non fumare". Limitazioni dell'uso per prevenire l'abuso, ed un'informazione efficace, credibile, veritiera, hanno fatto scendere il consumo di tabacco, perché il tabacco potrà anche essere piacevole, ma il cancro ai polmoni non lo è, quindi la gente, se è informata, sceglie e decide cosa è meglio per la sua salute.

Limitare l'uso, prevenire l'abuso

L'antiproibizionismo, quindi, non è solo una dottrina politica e filosofica, ma un sistema pratico di regolamentare l'uso di determinate sostanze pericolose: una via di mezzo tra la libertà data ad un'industria di vendere o spacciare senza controllo qualsiasi cosa, e la finta proibizione, che serve a riempire le galere di poveri diavoli, mentre i boss del crimine fanno miliardi. Una via di mezzo di buon senso, per porre dei limiti intelligenti, perché i limiti devono essere intelligenti, porre dei limiti non intelligenti non serve a nulla. Ma alla base di tutto c'è una concezione dello Stato come Stato di diritto. Un'azione qualsiasi, come quella di ingerire, per libera scelta, una sostanza psicoattiva, non può essere definita un crimine, se non c'è danno ad altri, se non ci sono vittime. Poi, occorre definire vie d'accesso legali alle sostanze. Da un punto di vista economico, vale il principio per cui "la moneta cattiva scaccia quella buona". Negli Stati Uniti del proibizionismo sull'alcol, la gente, soprat

tutto quella più povera, beveva qualsiasi cosa, l'alcol distillato dal legno o dai profumi. Più recentemente, la guerra statunitense alla cocaina ha aperto la strada al crack: a partire dalla stessa quantità di materia prima agricola, le foglie di coca, si ricava una maggiore quantità di sostanza derivata, di peggiore qualità e molto più pericolosa, ad un prezzo più accessibile. I profitti per gli spacciatori aumentano, per effetto del minor costo di produzione e della maggiore diffusione garantita dal prezzo più basso.

Rendere disponibili per via legale alcune droghe, per esempio attraverso prescrizione medica secondo i casi, controllandone la qualità, specificando attentamente le dosi massime tollerabili, significa ridurne la (potenziale) pericolosità. Questo vale a maggior ragione proprio per sostanze come la marihuana e l'hashish, che letali non lo sono affatto. I proibizionisti affermano sovente che la marihuana è il primo passo verso l'eroina. La conoscenza dell'uso che di queste sostanze viene fatto in paesi e culture diverse dalla nostra - nel Nordafrica, per esempio, nel Medio Oriente, o in America Latina - o l'esperienza storica di una sperimentazione importante come è quella della tolleranza di fatto verso la cannabis che viene praticata in Olanda, ci dice esattamente l'opposto: queste sostanze possono fare da sbarramento alla diffusione di sostanze più "uncinanti", come, appunto, l'alcol (e il discorso vale proprio per i paesi dell'Islam, dove l'alcol rappresenta quello che per noi è l'hashish: una "droga" stran

iera dal punto di vista culturale) o l'eroina.

Niente bacchetta magica

Quindi una politica del male minore; l'antiproibizionismo non è, e non pretende di essere il colpo di bacchetta magica col quale risolvere il problema dell'infelicità degli uomini e delle donne. La legalizzazione delle droghe, il controllo e la regolamentazione di legge sulle sostanze, di qualunque sostanza, è condizione necessaria per azzerare i profitti mostruosi che il crimine organizzato ricava dal traffico clandestino, profitti che si riversano in altre attività illegali, come l'usura, e, con il riciclaggio attraverso il sistema bancario, in tutti gli altri campi della vita economica e politica, abbassando il tasso di democrazia delle nostre società. Maggiore la pericolosità della sostanza, maggiore il controllo; tasse sulla produzione e sulla commercializzazione; eventualmente monopolio dello Stato, in modo che non ci sia un profitto legato alla quantità venduta; pubblicità vietata, anzi, contro - pubblicità, campagne d'informazione che facciano conoscere le sostanze, ne facciano comprendere la pericol

osità, si tratti dell'alcol, del tabacco o dell'eroina. Campagne d'informazione senza terrorismi e senza pietismi, perché una propaganda falsa o eccessiva può ottenere l'effetto contrario, incuriosire e attrarre nuovi consumatori invece che distoglierli, mentre la credibilità della fonte dell'informazione viene compromessa una volta per tutte.

Le città per la riduzione del danno

Il congresso del Co.R.A. si terrà a Genova non per caso: è la città che alle elezioni comunali ha premiato la posizione schiettamente antiproibizionista, e politicamente rischiosa, del candidato delle sinistre Adriano Sanza. Il Ministro degli Affari sociali Fernanda Contri ha preannunciato la sua presenza, e delegato uno staff di osservatori (mentre si attende la conferma o il rifiuto del Ministro della Sanità Garavaglia). Folta la partecipazione di esponenti delle nuove amministrazioni comunali, interessate al progetto del Co.R.A. di creare delle Agenzie cittadine sulle tossicodipendenze che, riunendo competenze oggi frammentate tra più Assessorati, intraprendano in modo finalmente efficace le politiche di prevenzione già previste dal Testo Unico sulle tossicodipendenze e dalle leggi su disagio giovanile e formazione-lavoro. Ci sarà Ada Becchi, vicesindaco di Napoli; il vicepresidente dell'Assemblea comunale palermitana Chinnici; da Torino, il presidente della commissione per le tossicodipendenze Palma, da

Trieste e da Catania gli assessori alle politiche sociali Cominotto e Ferrera. Tra le grandi città, per il momento latitano Roma, Milano e Bologna. Ma perché le città al centro di un progetto antiproibizionista? Dal 1990, Amburgo, Amsterdam, Francoforte, Liverpool, Zurigo e altre città europee hanno dato vita ad un coordinamento delle amministrazioni comunali, sottoscrivendo la "Risoluzione di Francoforte", un manifesto che inizia con queste parole: »Il tentativo di eliminare le droghe ed il consumo di droga dalla nostra civiltà è fallito. Nonostante tutti gli sforzi fatti, la richiesta di droga non è scomparsa, e tutto indica che dovremo continuare a vivere con la droga ed i consumatori di droga anche in futuro . Partendo dall'osservazione della realtà, la parola d'ordine per una nuova politica sulle droghe, che impegni i governi centrali e le istituzioni sovranazionali, è quella della "riduzione del danno", per tutti: per i consumatori di droga, ma anche per quelli che non lo sono e non vogliono diventarlo

. La Risoluzione di Francoforte - che non è stata finora sottoscritta da nessuna città italiana - è una dimostrazione di consapevolezza. Mentre i teoreti del proibizionismo accrescono il potere del mostruoso Leviatano, gli umili borgomastri sono al lavoro per migliorare la vita dei cittadini, applicando al problema droga alcune semplici soluzioni: assistenza ai tossicodipendenti, prescrizioni sanitarie che li aiutino a liberarsi dalla schiavitù criminale; distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere; distribuzione di siringhe sterili a chi ne ha bisogno. La vera politica, del resto, è la scienza o l'arte di organizzare al meglio la vita delle città.

 
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