di Antonio Gambino, L'Espresso del 4 Febbraio 1994Non era stato difficile prevedere, due settimane fa, che le parole ferme contenute nel documento approvato a Bruxelles dai dirigenti del Patto atlantico (che prospettavano la possibilità di interventi aerei in Bosnia) non avrebbero prodotto, ancora una volta, nessun risultato concreto. Ed ecco quindi che ora, mentre si è iniziato una sorta di litigio di tutti contro tutti, I'esercizio di ipocrisia in corso da quasi due anni fa un passo avanti: con il tentativo di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica sul prossimo inizio dell'attività del Tribunale intemazionale chiamato a giudicare le violazioni del diritto umanitario commesse nei territori della ex Jugoslavia.
Ma procediamo con ordine. Tutti questi progetti che rimangono solo sulla carta hanno un'origine, ed una causa, per nulla misteriosa: il tentativo di riempire un vuoto. La precisa volontà dei grandi Stati occidentali è infatti quella di evHare ad ogni costo un proprio coinvolgimento diretto nella lotta in corso nella ex Jugoslavia, ma di lasciare che, tra diversivi di varia matura, passi il tempo necessario perché gli scontri tra le etnie cessino, o almeno perdano di violenza, e possano quindi essere dimenticati.
Attendersi un comportamento diverso è stato sempre, d'altra parte, farsi delle illusioni. Per secoli, anzi per millenni (cioè da quando esiste la "storia), gli Stati sono intervenuti nei conflitti armati, sopportando per questo gravi sacrifici sia economici che umani, unicamente perché ritenevano di avere qualcosa da guadagnare: ingrandire il loro territorio, aumentare la loro potenza, espandere i loro commerci. Nel caso della ex Jugoslavia, e di gran parte degli altri conflitti regionali che costellano l'attuale panorama mondiale, questo interesse diretto manca, però, quasi del tutto. Di qui l'abulia e l'ipocrisia che oggi abbiamo di fronte. Né, a smentire questa analisi, si può portare il precedente della guerra del Golfo. Gli Stati Uniti, cioè la potenza che ha voluto l'intervento armato, avevano infatti tre buoni motivi, per realizzarlo; e cioè: affermare, nel momento in cui l'Urss si stava sgretolando, la propria posizione di unica superpotenza mondiale; impedire che Israele, come dieci anni prima, bomb
ardasse gli impianti nucleari iracheni: impresa che, se effettuata, avrebbe posto Washington di fronte al dilemma di appoggiare lo Stato ebraico, pagando però, per questo, un pesante prezzo politico, o di condannarlo apertamente; infine, bloccare sul nascere ogni, possibile spinta centrifuga nella regione che contiene le maggiori riserve di petrolio. Tutto si è svolto, quindi, in quei mesi secondo le vecchie regole del gioco: che oggi non trovano, invece, alcuna applicazione. E allora, come diversivo, spunta ora fuori la promessa di un prossimo intervento, in una situazione come quella della ex Jugoslavia, che giustamente suscita angoscia ed orrore, del Tribunale per i crimini contro l'umanità, creato nel maggio scorso dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. Ma che cosa ci si può attendere da questo organo? Nel migliore dei casi, molto poco: perché le sue risorse sono scarse e le sue eventuali sentenze potranno essere eseguite solo se il Consiglio di sicureza sarà d'accordo. E, nel peggiore, qualcosa di molto n
egativo. Essendo l'espressione non di un potere democratico ma di un organismo dominato da cinque potenze con diritto di veto (e, di fatto, dagli Stati Uniti), e non operando sulla base di un codice che rispecchia principi universali, questa corte rischia infatti di dar vita a sentenze non imparziali. E che, in tutti i casi, degli enormi crimini commessi negli ultimi due anni, in Bosnia e dintorni, potranno colpire solo alcuni degli esecutori materiali (la Serbia ha già detto di essere pronta a consegnare qualche decina dei suoi mercenari), ma lasceranno impuniti coloro che li hanno programmati e realizzati.