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Conferenza Partito radicale
Giannini Leonello - 9 febbraio 1994
Alain Juppé su "LA STAMPA"
Caro Clinton, l'Europa ha la guerra alle porte

PARIGI RECENTEMENTE, un presunto disaccordo franco-americano a proposito della Bosnia ha dato origine a molte chiacchiere e qualche pettegolezzo. E' vero che Francia e Usa hanno approcci diversi, che riflettono una storia e una geografia diverse. Per la Francia, questo si traduce in un senso di angoscia e di urgenza di fronte a un conflitto che si svolge alla porta accanto. Ma la caratteristica di una vera amicizia tra alleati che in questo secolo hanno superato così tante prove è la capacità di parlarsi con franchezza. Le forze Nato nell'ex Jugoslavia, alle quali la Francia ha dato il maggior contributo con più di seimila soldati stanno facendo miracoli, in condizioni difficili e pericolose. La Francia ha pagato un prezzo di sangue, con venti morti e quasi trecento feriti. L'azione Nato ha permesso di evitare il disastro che tutti temevamo facendo arrivare aiuti alla gente tagliata fuori dal mondo. Ognuno è consapevole delle gravissime conseguenze di un eventuale ritiro dei Casc

hi blu: catastrofe tra la popolazione civile, intensificazione del conflitto a danno dei musulmani, rischio di estensione al resto dei Balcani - con tutte le implicazioni per l'Europa. Se non si tiene conto della gravità di queste conseguenze, non si può capire perchè praticamente tutti gli europei si siano detti contrari alla proposta di togliere l'embargo delle armi. E' naturale che a una prima occhiata possa sembrare generoso dare alle vittime dell'aggressione i mezzi per difendere i loro diritti con le armi. Ma non sembri cinico sottolineare i ben più gravi pericoli impliciti in una cura che di fatto sarebbe peggiore della malattia. Una mossa di questo genere sarebbe infatti incompatibile con il permanere delle forze Onu in Jugoslavia. Questo approccio non può portare a una prospettiva politica soddisfacente. Può soltanto portare a una guerra balcanica generalizzata, che sicuramente obbligherebbe gli Usa a impegnarsi molto più di quanto non vogliano fare. Oggi occorre conv

incere i musulmani che hanno da guadagnare più dal negoziato che dalle armi. Attualmente essi controllano un 22% scarso di territorio bosniaco e sono alla mercè dell'offensiva serba o serbocroata, mentre il piano di pace europeo garantisce loro il 33%, come hanno chiesto. Guardando indietro, è possibile valutare la responsabilità di quanti hanno criticato tanto aspramente il piano di pace Vance-Owen, che aveva molti più meriti di quanti gli sono stati riconosciuti. Il piano d'azione dell'Unione Europea che ho avviato con il mio collega tedesco, Klaus Kinkel, offre l'ultima possibilità di evitare la catastrofe. Le tre parti compresi i musulmani, hanno accettato la cornice generale proposta dagli europei. Questo è essenziale, perchè è impensabile imporre la pace contro il volere delle parti.

Alcuni punti non sono ancora risolti, alcuni hanno complicazioni tecniche, ma queste difficoltà sono assai minori di quelle che dovranno essere risolte tra Israele e i Palestinesi, ad esempio. E' urgente tentare un ultimo sforzo diplomatico per uscire da una impasse che può portare alla soppressione finale dei musulmani impedendo perciò qualunque soluzione politica del conflitto.

Ma perchè questo sforzo abbia successo, devono verificarsi due condizioni. Dobbiamo ripristinare la credibilità della comunità internazionale con azioni risolute a Srebenica e Tuzla, compresa la minaccia di una rappresaglia aerea in caso di attacco contro le forze Onu. Poi dobbiamo coordinare i nostri sforzi diplomatici per raggiungere l'obiettivo che ci siamo proposti. Dobbiamo continuare a fare pressione sui serbi in modo che facciano le necessarie concessioni. Ma dobbiamo anche convincere i musulmani che la guerra non è un'opzione realistica. Europei e americani non hanno le stesse responsabilità né gli stessi vincoli. Gli europei capiscono in particolare che sono loro a dover fornire la maggior parte delle truppe, con i sacrifici che questo implica. D'altronde, essi sono anche convinti che l'America deciderà di impegnarsi al loro fianco sulla strada di un'azione diplomatica congiunta. Alain Juppé (New Perspectives Quarterly e Los Angeles Times e per l'ltalia La Stampa

 
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