di Emma Boninopubblicato (con qualche taglio) su L'Indipendente di oggi
Una granata sul mercato di Sarajevo: 70 vittime sacrificali si sono aggiunte ai diecimila immolati nei ventidue mesi di assedio. Ormai da tempo non più spettatrice ma complice del massacro, l'Europa uccide a Sarajevo il diritto, la democrazia, la tolleranza, il suo stesso futuro.
Attraverso i mezzi di informazione si assiste ad una carneficina infinita. Ma questa carneficina dovrà rimanere impunita? Siamo condannati a restare impotenti o spettatori di una tragedia, di una gigantesca operazione criminale?
No. Personalmente ho nausea delle immagini di morte. Sono e siamo determinati - e forse potremmo essere determinanti - nel far sì che questa carneficina possa almeno essere giudicata per quello che è: non solo un massacro esposto al disprezzo dell'opinione pubblica internazionale, ma anzitutto un crimine immondo da punire.
Insomma, processare i criminali di guerra della ex Jugoslavia può e deve essere un evento concreto, immediato, non a futura memoria. La giustizia ex post di Norimberga era giustificata dal fatto che non si sapeva, o non si sapeva del tutto. Per riprendere le parole del Papa, dell'Olocausto bosniaco non potremo dire un giorno "non si sapeva". Le telecamere, gli occhi del mondo erano lì, lo scorso sabato come ogni giorno di questo calendario di orrori, nel povero mercato dei disperati di Sarajevo, a filmare il macello. Informazione, telecamere sui luoghi dei delitti, tv e giornali mostrano le immagini agghiaccianti di quei corpi dilaniati dalla morte delle coscienze e dall'inefficacia della non politica europea e internazionale. Gli ufficiali dei caschi blu hanno detto di non poter stabilire dal punto di vista tecnico da dove sia arrivata quella granata né se sia serba. C'è chi ancora deve avere (e siamo sicuri non vorrebbe averlo) uno strano senso dell'umorismo.
In questa guerra sono morti oltre 60 inviati tra giornalisti e operatori, oltre 200 mila "jugoslavi" di cui 16 mila nella sola Sarajevo. E la fredda statistica non tiene poi conto dei mutilati e di coloro che non potranno dimenticare.
E allora che fare? Intervenire militarmente? Oppure, come si sta tentando di fare, costringere la Bosnia Erzegovina - entità statale riconosciuta dall'Onu - ad accettare una pace a tutti i costi, anzi, una resa senza condizioni? Certo, questa sarebbe una soluzione "realista" e "diplomatica", soprattutto perchè a pagare quei costi non sarebbero coloro che la impongono.
C'è qualcos'altro, però, per cui vale la definizione "a tutti i costi": il diritto. Diritto a tutti i costi, vuol dire che non può esistere una pace senza giustizia. Per questo abbiamo plaudito alla decisione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu di creare un tribunale con il compito di giudicare e punire i crimini commessi nei territtori della ex Jugoslavia. Un primo passo per realizzare quella giurisdizione internazionale che persegua e condanni le violazioni dei diritti umani, in tutte le Bosnie del mondo.
Ma perchè si possa fare giustizia occorrono i finanziamenti adeguati affinche il Tribunale possa punire i massacratori del mercato, gli artefici della pulizia etnica, degli stupri di massa, gli "architetti" delle fosse comuni. La Commissione di esperti che deve raccogliere le prove e le testimonianze sui crimini ha reso di pubblico dominio una situazione insostenibile: mentre essa necessita di un finanziamento addizionale di 300mila dollari per le attività già pianificate fino al termine fissato del luglio 1994, dal 1 gennaio 1994 si è venuta a trovare addirittura priva di bilancio. Questo le impedirà per esempio di riesumare i cadaveri dalle fosse comuni di Vukovar, dove i serbi hanno gettato tanti corpi mutilati dei croati rastrellati nell'ospedale. E questo perché quei corpi sono sepolti sotto il ghiaccio del rigido inverno balcanico.
Sembra inoltre che lo stesso Tribunale dovrà attendere ancora a lungo prima che il suo bilancio preventivo, fissato dal Segretario Generale in 33,2 milioni di dollari per il biennio 1994/1995, venga approvato.
L'entità delle cifre necessarie al funzionamento del Tribunale è assolutamente alla portata della Comunità internazionale e dei suoi membri, qualora essi abbiano davvero la volontà di approvarle ed erogarle. Ma incredibilmente le Nazioni Unite, costrette ad una colletta internazionale presso i vari Stati, non riescono ancora a finanziare quest'"opera unica" di giustizia. Per sopperire alla mancanza di volontà politica dei Governi nazionali esiste un "conto corrente", il Voluntary Trust Fund.
Persino il nostro paese, l'Italia, è in ritardo rispetto agli impegni assunti. La "Legge finanziaria" per il 1994 ha stanziato per il Tribunale la somma di 3 miliardi, che avrebbero dovuto aggiungersi all'equivalente di 250.000 dollari già stanziato per il 1993. Ebbene, a tutt'oggi queste somme non sono state versate alle N.U. Per questo chiederemo al Governo di erogare quanto prima la cifra stanziata nell'ambito della Finanziaria, che 600milioni vengano subito messi a disposizione della Commissione di indagine sui crimini, che si intervenga perché l'Assemblea Generale dell'Onu che si riunisce a New York dal 10 febbraio abbia come priorità l'approvazione del bilancio preventivo del Tribunale presieduto dall'italiano Antonio Cassese.
Così come un anno fa ritenevamo indispensabile la pressione dell'opinione pubblica internazionale per istituire il Tribunale ad hoc, oggi siamo convinti che sia urgente dare un chiaro segnale alle istituzioni. Subito il processo ai criminali e ai carnefici della ex Jugoslavia! Questo è quello che stiamo gridando non con la pretesa di sostituirci alle istituzioni internazionali, ma per dare forza alle loro stesse decisioni. Ed è per questo che, se sarà necessario, i radicali promuoveranno un'azione nonviolenta di dialogo, innanzitutto con le Nazioni Unite. Perchè non può esistere pace senza giustizia.