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Stango Antonio - 12 febbraio 1994
DIRITTI UMANI E SICUREZZA

Il seguente testo compare come prefazione al volume "Disarmo, proliferazione delle armi e diritti umani" edito dal Comitato Italiano Helsinki (Febbraio 1994 - pagine 176 piu' sedici di illustrazioni fuori testo) con interventi di Francesco Calogero, Marco De Andreis, Saadet Deger, Gianluca Devoto, Zdzislaw Lachowski, Giuseppe Nardulli, Somnath Sen.

IL PRIMO FONDAMENTO DELLA SICUREZZA:

DEMOCRAZIA E DIRITTI DELLA PERSONA

di Antonio Stango

Fuochi di guerra divampano in un mondo orfano dell'assetto provvisorio imposto a Yalta, e reso poi apparentemente solido da decenni di tesa contrapposizione ideologica. Mentre da un lato gli accordi israelo-palestinesi hanno segnato una frattura importante nel muro delle pregiudiziali, quando si e' giunti nell'Ottobre del 1993 a sparare nelle strade di Mosca gia' da tempo i massacri ed i lager della penisola balcanica avevano assuefatto a quotidiani orrori anche un'Europa abituata a pensare che ormai le guerre riguardassero solo altri continenti: quelli dai quali milioni di persone si riversano a Nord ad un ritmo crescente.

Il senso dell'interrelazione globale inizia a farsi piu' forte, piu' diffuso, anche se ancora non e' sicura consapevolezza. Con l'abitudine ad un'informazione effimera, che rimbalza fra i fatti della cronaca senza approfondimenti e senza impegno a capire il percorso della storia, si oscura invece in molti la memoria della tragedia del precedente ordine, di cui il caos presente e' la difficile uscita.

Ricordiamolo, dunque: la demarcazione in due blocchi non servi' ad evitare alcuna guerra, se non quella totale fra i blocchi stessi. Fra la caduta della Germania nazista e quella dell'Unione Sovietica vi e' stata una successione ininterrotta di conflitti armati: dall'area mediorientale al subcontinente indiano, dall'Indocina all'Afghanistan, dall'Africa all'America Latina. Nella stessa Europa, dove occupazioni militari avvenute durante la seconda guerra mondiale sono state operanti fino al 1991 - si prenda ad esempio l'annessione degli Stati baltici -, sembra si tenda a dimenticare le migliaia di vittime delle battaglie del 1956 in Ungheria, quando i cannoni dei carri armati sovietici sparavano anche nel centro di Budapest; e solo degli inguaribili nostalgici del totalitarismo fascista o comunista, intimamente nemici della liberta', possono considerare davvero "pace" il periodo in cui si rischiava di essere uccisi dai fucili delle guardie di confine se si cercava di superare il Muro o di fuggire a nuoto ve

rso Berlino Ovest attraversando la Spree.

Il collasso del sistema sovietico e il generale, non ancora esaurito scuotimento dei regimi comunisti non potevano avvenire senza rantoli distruttivi: le guerre civili ed interstatali di questi anni hanno seguito od accompagnato la strage di piazza Tien An Men del Giugno 1989, quelle romene dalla rivolta di Timisoara di quel Dicembre all'irruzione sei mesi dopo delle squadracce di minatori nelle strade di Bucarest, i sanguinosi tentativi gorbacioviani di troncare i movimenti baltici a Riga ed a Vilnius nel Gennaio 1991 ed il fallito colpo di Stato moscovita dell'Agosto successivo. Tensioni nazionali non risolte, coperte solo da accorpamenti forzati, sono ora esplose anacronisticamente (od apparse di colpo all'evidenza di un'informazione che troppo a lungo non le aveva notate) non come effetto della fine dei regimi comunisti e della dissoluzione sovietica od jugoslava, ma come una delle conseguenze di quel sistema e di quelle artificiose unioni. Nell'assunto di avere esaurito la Storia, se ne erano invece r

itardati processi - quali quello del formarsi di Stati nazionali, di democrazie politiche e di libere associazioni fra Stati democratici - che oggi si gettano furiosamente sulla scena da cui si era tentato di escluderli.

Se tale fenomeno non ha assunto la portata di un conflitto generalizzato in tutta l'Europa centro-orientale, cio' si deve in primo luogo al fatto che molti passi diplomatici e politici preventivi erano stati compiuti per tempo, sebbene con l'intenzione da parte occidentale non di scardinare il totalitarismo, ma semplicemente di legare la concessione di alcuni benefici sul piano commerciale alla possibilita' di infiltrarvi e rafforzarvi i semi della democrazia e del diritto: semi che possono incontrare seri ostacoli o restare occultati anche per anni in terreni difficili, ma che di rado rimangono sterili. Furono soprattutto gli accordi di Helsinki del 1975 ed i loro seguiti, con l'attivita' del "movimento Helsinki" e con la spirale di liberalizzazione sul piano interno come su quello della circolazione delle idee e delle persone che comportarono, a fare si' che dagli spiragli della "perestrojka" e della "glasnost", inizialmente concepite dall'apparato del PCUS soltanto come surrogato della democrazia, le id

ee di liberta' crescessero progressivamente portando all'abbattimento del sistema prima che questo riuscisse ad organizzare una estrema, di tutto distruttrice difesa.

E' stato grazie a quello spirito ed a quel quadro di conciliazione internazionale che si sono evitate guerre devastatrici al momento delle restaurazioni o delle instaurazioni dell'indipendenza degli Stati baltici, dell'Ucraina, della Slovacchia. Nell'analizzare quanto di intollerabile (che non dovrebbe, cioe', essere tollerato, ma che si tollera di fatto con tragiche conseguenze) accade nell'area ex jugoslava, dobbiamo anche valutare quegli esempi in senso positivamente contrario.

Quello che e' invece un prodotto di scarto tossico della dissoluzione della seconda superpotenza militare e' il rischio di diffusione su larga scala, e con controlli scarsissimi, dei suoi armamenti nucleari, chimici, batteriologici e convenzionali, sia attraverso la semplice esportazione, sia mediante la cessione di materiali e conoscenze tecnologiche, sia infine con l'emigrazione di scienziati e tecnici. Altri regimi, retti con formule diverse, hanno con tutta probabilita' gia' iniziato ad usufruirne. L'esperienza storica degli ultimi quarantacinque anni suggerisce che e' in particolare con riferimento allo scacchiere mediorientale che questo fenomeno deve essere bloccato con urgenza; ma certo non si tratta della sola area con forte potenziale di conflittualita'.

L'analisi delle fonti di rischio costituite dagli arsenali ex sovietici gestiti da una Russia ancora non democratica e dall'Ucraina, dalla Bielorussia, dal Kazachistan deve oggi essere una delle basi della politica internazionale. Soprattutto, e' necessario chiedersi come bloccare da un lato l'immissione sul mercato, dall'altro la domanda di armamenti.

Alla prima esigenza si puo' far fronte in termini di sostegno economico e di programmi di riconversione civile, che gli esperti del settore hanno iniziato a proporre e che i governi dovrebbero concretizzare al piu' presto, poiche' ogni giorno perduto puo' avere effetti che sarebbe poi difficile annullare. Per quanto attiene il controllo della domanda, e' piu' che mai necessario praticare tutte le vie politiche per giungere all'affievolimento di quei regimi dittatoriali e totalitari che sono i primi responsabili delle aggressioni militari: il caso di Saddam Hussein e' emblematico, ma il tentativo di un poderoso riarmo rientra nelle ambizioni di qualsiasi sistema autocratico.

In particolare, popoli in maggioranza non alfabetizzati offrono ancora masse di manovra per le oligarchie militari o teocratiche in quasi tutti i Paesi di tradizione musulmana. E' bene ricordare la gravita' e la pericolosita' del regime iraniano, al quale una risoluzione del Parlamento Europeo del 1993 dedica giustamente una "preoccupata ed indignata" attenzione: dopo avere citato la relazione del Novembre 1992 sulle flagranti e sistematiche violazioni dei diritti umani in Iran elaborata da Reynaldo Galindo Pohl, rappresentante speciale delle Nazioni Unite, e "le informazioni secondo cui l'Iran si avvicina sempre di piu' al momento in cui sara' in grado di sviluppare armi nucleari", la risoluzione sottolinea che l'Iran "continua a perseguire una politica estera di tipo aggressivo", ricorda "la condanna espressa dagli Stati del Golfo per l'occupazione delle isole Tumb e Abou Moussa, appartenenti agli Emirati Arabi Uniti, da parte delle truppe iraniane" e "gli sforzi sempre piu' intensi del governo Rafsanji

ani di diffondere l'integralismo e di esportare il terrorismo, che mirano di fatto a imporre l'egemonia di questo Paese in una regione delicata e di grande importanza strategica come il Medio Oriente"; il Parlamento Europeo quindi "condanna le persistenti violazioni dei diritti umani in Iran, in particolare le persecuzioni nei confronti di donne e minoranze religiose"; chiede, fra l'altro, che sia imposto a tutti gli Stati membri "di vietare la vendita o l'esportazione all'Iran di qualsivoglia armamento o materiale suscettibile, in particolare, di impiego nella produzione di armi di distruzione di massa"; sottolinea "il dovere delle autorita' giudiziarie degli Stati membri di assicurare alla giustizia le persone e le organizzazioni che partecipano al commercio illegale con l'Iran o che cooperano con i suoi agenti terroristi"; infine, "chiede una stretta cooperazione, in questo ambito, fra la Comunita' e i suoi Stati membri e gli Stati dell'ex Unione Sovietica".

La mozione individua chiaramente la connessione fra criminalita' di un regime contro il proprio stesso popolo ed aggressivita' verso l'esterno. Proviamo dunque a riassumere un criterio che dovrebbe ispirare la politica estera di qualsiasi Stato democratico: non solamente nuovi e piu' distruttivi armamenti non devono entrare in possesso di dittature totalizzanti, ma queste devono lasciare il posto al piu' presto a sistemi politici informati al diritto internazionale e dotati di dinamiche interne di controllo che sono il primo perno della sicurezza.

La recente ripresa delle esplosioni nucleari sperimentali da parte della Cina e la sua riaffermata indisponibilita' ad accettare un blocco dell'attuale situazione di disparita' tecnologica nel settore vanno inquadrate sotto lo stesso angolo visuale: intenso sforzo di preparazione bellica e sistema totalitario, insieme, costituiscono una minaccia che occorre sapere affrontare. Se a questo uniamo il fatto che la Cina (in nulla ostando la spregiudicatezza sul piano degli accordi commerciali con l'estero, spesso frettolosamente scambiata per "democratizzazione" o "conversione verso l'economia di mercato") sta ormai tentando apertamente di assumere la funzione di guida ideologica dei regimi dittatoriali del Terzo Mondo un tempo svolta soprattutto dall'Unione Sovietica - come si e' visto ad esempio con i veti imposti ad un corretto svolgimento della conferenza di Vienna sui diritti umani nel Giugno del 1993 - ci rendiamo conto che il nodo del contenimento dell'aggressivita' politico-militare cinese non puo' piu'

essere ulteriormente rinviato.

Sono dunque pressanti le esigenze di attenzione, di responsabilizzazione e di intervento cui i Paesi di democrazia politica devono oggi rispondere, senza cullarsi nel sogno di una facile pace e di un comodo accesso a manodopere di basso costo o ad enormi mercati da esplorare. Se esiste un rischio davvero insito nel crollo dell'Unione Sovietica e nella fine dei regimi comunisti in gran parte del mondo - ma ancora non in Cina, non a Cuba, non in Corea del Nord - e' che al contrario nei Paesi occidentali scemino (ulteriormente, perche' mai furono abbastanza) la volonta' e la forza di lottare per i diritti civili e la democrazia come parte essenziale e qualificante dei diritti umani, senza i quali la guerra, la fame, le epidemie, l'eliminazione degli oppositori dilagano; e, in un complesso sistema sociale internazionale, tutta la rete delle iniziative politiche e diplomatiche deve essere volta a costruire il diritto in ogni regione, come la piu' efficace misura di prevenzione di nuovi e piu' rovinosi conflitti

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