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Conferenza Partito radicale
Vacirca Daniela - 13 febbraio 1994
IL MINISTRO NON E' UN BUGIARDO
(Lettera di B. Andreatta) "LA STAMPA" 11 FEB. 1994

Caro Direttore, ho letto con attenzione l'editoriale di

Barbara Spinelli del 9 febbraio e con qualche ansia sono andato

alla ricerca di quella »bugia che avrei divulgato da

Bruxelles, lunedì scorso, riepilogando ai nostri giornalisti la

sostanza della lunga riunione dei dodici sulla Bosnia

Erzegovina. Con sollievo ho constatato che l'articolo, al di là

dell'apodittica durezza del titolo, ricollegava poi la presunta

bugia ad uno slancio di sincerità, ad un eccesso di chiarezza,

molto in linea con l'icona che mi trascino dietro sin dalle mie

prime esperienze pubbliche; poco in linea, probabilmente, con

l'assuefazione ad un lessico politico del »dire e non dire ,

che temo non riuscirò mai a fare mio. La tragedia della Bosnia

Erzegovina è ferita aperta.

Comprendo, quindi, la tensione e l'indignazione per la scarsità

sin qui di risultati concreti dell'azione internazionale;

chiedo, a mia volta, comprensione se, quando parlo di Bosnia,

il mio volto davanti alle telecamere si fa »grave o se, nel

prospettare come auspicabile l'eventualità di un intervento

armato, io ne abbia al contempo sottolineato le dolorose

implicazioni per il rischio non remoto di costi umani. Quanto

alla sostanza, l'addebito mossomi è di aver anticipato

l'eventualità di un ultimatum, estrapolando per eccesso sulla

volontà politica effettivamente espressa dai Dodici. Le

decisioni del Consiglio Atlantico del 9 febbraio, hanno invece

confortato l'interpretazione che avevo ritenuto di dover dare

della Dichiarazione europea integrandola, nonostante originarie

differenze di percezione sul piano operativo-militare: come

avevo, appunto, detto a Bruxelles, i »termini, i tempi e

l'intensità dell'ultimatum, sarebbe spettato in prima istanza

alla Nato di definirli.

La svolta politica emersa dall'ultima riunione del Consiglio

ministeriale dell'Unione Europea, anche sull'onda emotiva della

strage al mercato di Sarajevo, ha fra l'altro avuto il merito

di spingere ad un avvicinamento della posizione di Washington a

quella dei Dodici, che io stesso ho ritenuto di dover

sollecitare mettendomi in contatto con Warren Christopher

lunedì scorso. Si è così pervenuti alla formalizzazione di un

ultimatum che non è fine a se stesso, ma si colloca a forte

supporto dell'iniziativa negoziale: si è trattato di un passo

impegnativo, pur collocandosi solo all'inizio di un percorso

che rimane assai difficile. Forse qualche mio collega a

Bruxelles lunedì scorso, nel parlare alla stampa, ha preferito

accentuare un'interpretazione nazionale della discussione tra i

Dodici, offuscando la portata effettiva della Dichiarazione in

cui un dibattito complesso, ma fruttuoso, ha finito per

consolidare le posizioni europee. Vorrei poi aggiungere qualche

cenno delle molte iniziative in corso, più che altro per dare

testimonianza della estrema difficoltà del contesto in cui ci

si muove e che si riassume nell'impossibilità per la comunità

internazionale, oggi come oggi, di imporre coercitivamente una

determinata soluzione. Dal mio incontro con il ministro degli

Esteri croato Granic la settimana scorsa è uscita comprovata la

necessità di un rapido superamento del conflitto fra croati e

musulmani, irragionevole in una prospettiva di stabilità e di

equilibrio nella regione e foriero di una possibile estensione

del regime delle sanzioni alla Croazia stessa. Nelle mie

consultazioni a Roma, immediatamente successive con Owen e

Stoltenberg si è delineata l'opportunità di continuare apremere per un più forte consenso internazionale intorno al

Piano d'azione europeo. Ho poi potuto constatare in un lungo

colloquio col primo ministro bosniaco Siladzic a Ginevra

mercoledì scorso quanto ancora il governo di Sarajevo rimanga

attaccato ad una soluzione multietnica e cantonale per la

Bosnia Erzegovina, pur nel contesto di una intensa e concreta

ricerca di un'intesa istituzionale con la Croazia. La riunione

dei Paesi confinanti con l'area del conflitto cui ho

partecipato ancora l'altro ieri a Ginevra, ha evidenziato la

necessità di esaminare anche taluni aspetti generali ma

essenziali del contesto balcanico, tra i quali in primo luogo

la futura applicazione alla regione ex jugoslava dell'accordo

Cfe per il disarmo convenzionale e dei relativi meccanismi di

verifica. Ci troviamo in una fase di accelerazione che va

sostenuta con determinazione ed immaginazione cercando di

valorizzare ogni opzione, inclusa quella della minaccia del

deterrente militare, per imporre quanto prima un cessate il

fuoco nei centri a maggiore densità di popolazione.

Non solo a Sarajevo, infatti i civili risultano inermi ostaggi

di un'intricata partita politico-militare che si gioca del

tutto al di fuori della loro capacità di influire sugli eventi.

Anche per questo ho ritenuto di dover sollecitare al segretario

generale Boutros Ghali una razionalizzazione dell'azione

umanitaria affinchè l'opera preziosa e insostituibile delle

varie Agenzie dell'Onu presenti nella ex Jugoslavia possa con

maggiore efficacia farsi carico degli immani problemi

dell'assistenza ai centri abitati. Con particolare attenzione

occorrerà inoltre studiare anche attraverso l'Unicef delle

soluzioni innovative per sollevare la condizione dei fanciulli

delle città bosniache colpite dalla guerra. Proseguiremo ad

adoperarci per la pace »opportune et Importune come vuole S.

Paolo e se anche la delicatezza del contesto imporrà talvolta

una doverosa riservatezza conto che non potranno esserci dubbi

sulla intensità e sincerità dell'impegno italiano. - Beniamino

Andreatta -

 
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