Barbara Spinelli, "LA STAMPA" 11 Feb. 1994Senza dubbio il ministro Andreatta aveva previsto giusto: alla
fine c'è stato l'ultimatum lanciato ai serbi dalla Nato, come
lui aveva annunciato lunedì. Ma l'ultimatum non scaturisce
purtroppo da un accordo fra governanti europei, non è nato
dalla loro unione, nè dall'»avvicinamento di Washington alla
posizione dei Dodici . E' questo che mi ha spinto a reagire -
troppo assertivamente forse per via di tanti fallimenti europei
negli ultimi anni - e a chiedere che i discorsi comincino a
essere meno camuffati: perchè la storia si fa ogni giorno, non
è raccontabile a cominciare dagli epiloghi. Questo mi è
mancato, nelle parole di Andreatta: non il coraggio della
posizione italiana, ma una chiara spiegazione delle divisioni
europee e atlantiche; non la consapevolezza di quanto sia
dolorosa la linea dura, ma la verità su un'Europa che in gran
parte vuol sfuggire a tale gravità, e dolori. Menzogna è parola
troppo pesante ma spesso anche gli eufemismi creano confusione:
chi »estrapola per eccesso già dice una parte di verità. E
perchè non dire discordia europea invece di »differenze di
percezione sul piano operativo-militare perchè non dire guerra
di aggressione serba, invece di intricata partita politico-
militare . Questi termini sono difficili, ministro, soprattutto
quando si sente parlare di dolori e di rischi non remoti di
costi umani. In realtà l'ultimatum è stato possibile perchè la
Francia ha preso le distanze da questa Europa chiacchierona e
divisa, e ha preso atto che un solo Paese è tuttora in grado di
occuparsi dei nostri destini: l'America. L'America è tuttora il
nostro protettore, il nostro federatore. Italiani e belgi hanno
appoggiato i francesi, ma l'iniziativa dell' ultimatum è
franco-americana. Washington si schiera ormai in maniera
riluttante in Europa, lenta. Ma per fortuna c'è ancora un
briciolo di idea d'Europa Oltreatlantico: un briciolo più
consistente che in Europa. Senza America l'Europa non è capace
di occuparsi di se stessa, gravemente. E' perchè è divisa, e
non sa definire neppure un interesse comune in politica estera,
che la guerra in Bosnia si è protratta per tanti anni. I
duecentomila morti bosniaci, i corpi straziati mostrati alla
televisione, le molte città ridotte a macerie: tutto questo è
conseguenza dell'aggressione serba ma anche delle divisioni fra
Stati europei, che hanno finto di occuparsi dei Balcani ma in
realtà si guardavano l'un l'altro, in cagnesco, permanentemente
sospettandosi. Alcuni dicono: il mattatoio in Bosnia non
sarebbe avvenuto se la Germania o il Vaticano non avessero
voluto il riconoscimento della Croazia e della Bosnia, se fosse
stata salvaguardata la Jugoslavia. Questa menzogna, presa in
prestito senza pudore dalla propaganda serba, spesso è fatta
propria dai nostri diplomatici. I quali nascondono le vere
colpe degli europei: il non aver visto che da tempo esisteva
un piano pan serbo inteso a ridisegnare la Jugoslavia, e che a
questo scopo si era formata un'alleanza nazionalcomunista a
Belgrado, fin dalla guerra in Kossovo negli anni 80: guerra
laboratorio di Milosevic, ignorata all'ovest. L'ultimatum è un
piccolo passo fuori dai nostri disastri: compiuto non a causa
delle fermezze europee ma a dispetto dell'Europa sempre
tentennante. Tanto più difficile sarà tenere duro, nei dieci
giorni che ci separano dalla scadenza: già i russi chiedono
l'immediata convocazione del Consiglio di Sicurezza, vorrebbero
porre i veti, cui la NATO per ora resiste, coraggiosamente.
Già cominciano le pressioni russe su Boutros Ghali, cuispettal'ultima decisione di inviare gli aerei. Penso che non
convenga
illudersi: non è escluso che una spedizione aerea si rivelerà
del tutto insufficiente, che occorrerà impegnare truppe
terrestri per assicurare il controllo di posizioni altrimenti
imprendibili. Anche questo i responsabili europei potrebbero
spiegarlo alle opinioni pubbliche: che esiste la possibilità di
escalation, come di un bluff. La tentazione di sganciare
qualche bomba e poi lasciare la Bosnia alla catastrofe é
grande, in Francia come in America. In Francia alcuni parlano
di baroud d'honneur, di impennata di chi, sapendo di doversi
arrendere, vuole almeno salvare l'onore. Due cose comunque a me
sembrano chiare: non esiste nessuna "Comunità internazionale"
capace di agire politicamente. Questa capacità è tuttora nelle
mani dei singoli Stati. Ed esistono ancora due blocchi,
l'occidentale da una parte e il russo dall'altra. Tutti i
responsabili lo sanno e non sarebbe male che cominciassero a
dirlo. Allo stesso modo converrà meditare sull'evento forse più
rilevante dei giorni scorsi: sul dislocamento che è avvenuto -
in poche ore - negli equilibri classici dell'Europa. Non è
affatto consueto che la Francia scelga l'Atlantico e l'America
piuttosto che gli alleati continentali, e quella che i
diplomatici francesi hanno sempre chiamato, gelosamente,
l'Europa europea. Non è consueto nè per i gollisti, nè per
Mitterrand. Di solito non é Parigi a cercare un legame
privilegiato con Washington ma Londra, o Bonn. Questo vuol dire
che esistono degli anelli deboli in Europa -l'Inghilterra, la
Germania - che spingono la Francia a spostarsi verso
l'Atlantico in questioni vitali per la sicurezza sua, e
dell'Europa. Anche di questo si sente la mancanza: di una
spiegazione, fra europei, su quel che ognuno vuole. Su quel che
c'é di marcio, nell'Unione troppo presto festeggiata. C'è
bisogno di un chiarimento su quello che ognuno vuol fare di
fronte alla nuova politica russa, che torna ad essere
antagonista con gli occidentali e che ormai sistematicamente
copia le proprie posizioni da quelle di Zhirinovskij, e dalle
sue minacce di una terza guerra mondiale. Sento questa mancanza
anche nella lettera del ministro dove la Russia non è nominata.
Eppure l'ultimatum occidentale è un segnale lanciato anche a
Mosca, è il tentativo di restaurare anche nei confronti della
Russia una dissuasione credibile. E' il rifiuto opposto a un
protettorato russo in Jugoslavia. Sapere tutto questo è
essenziale, soprattutto per gli italiani che sono così vicini
all'ex Jugoslavia. Più esposta delle altre nazioni europee,
dopo l'incorporazione dei malconci territori orientali, la
Germania torna a essere il Paese malato dell'Europa. Lo si è
visto nei giorni scorsi: interpellati, i tedeschi non esprimono
che timori, ripetono tutto il tempo: "siamo gli ultimi a poter
parlare, per ragioni storiche". Anche la Germania è mutata
rispetto all'89, in parallelo con la rinascita del nazionalismo
russo. E' divenuta più vulnerabile, la sua sovranita è di nuovo
limitata. Anche per questo forse i francesi si sono precipitati
verso l'Atlantico, sia pure temporaneamente. E' già successo
una volta, ai tempi di De Gaulle, resistente e della Francia
occupata. Solo che questa volta non è l'aggressività tedesca
che mette paura. E' la sua debolezza, che è debolezza
dell'Europa intera. Di questa Europa debole e vulnerabile
sarebbe tanto utile parlare più chiaro: nei ministeri, nei
nostri Parlamenti, nelle nostre campagne elettorali.