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Conferenza Partito radicale
Vacirca Daniela - 13 febbraio 1994
Alain Juppé su "LA STAMPA"
Caro Clinton, l'Europa ha la guerra alle porte

PARIGI RECENTEMENTE, un presunto disaccordo franco-americano a

proposito della Bosnia ha dato origine a molte chiacchiere e

qualche pettegolezzo. E' vero che Francia e Usa hanno approcci

diversi, che riflettono una storia e una geografia diverse. Per

la Francia, questo si traduce in un senso di angoscia e di

urgenza di fronte a un conflitto che si svolge alla porta

accanto. Ma la caratteristica di una vera amicizia tra alleati

che in questo secolo hanno superato così tante prove è la

capacità di parlarsi con franchezza. Le forze Nato nell'ex

Jugoslavia, alle quali la Francia ha dato il maggior contributo

con più di seimila soldati stanno facendo miracoli, in

condizioni difficili e pericolose. La Francia ha pagato un

prezzo di sangue, con venti morti e quasi trecento feriti.

L'azione Nato ha permesso di evitare il disastro che tutti

temevamo facendo arrivare aiuti alla gente tagliata fuori dal

mondo. Ognuno è consapevole delle gravissime conseguenze di un

eventuale ritiro dei Caschi blu: catastrofe tra la

popolazione civile, intensificazione del conflitto a danno dei

musulmani, rischio di estensione al resto dei Balcani - con

tutte le implicazioni per l'Europa. Se non si tiene conto della

gravità di queste conseguenze, non si può capire perchè

praticamente tutti gli europei si siano detti contrari alla

proposta di togliere l'embargo delle armi. E' naturale che a

una prima occhiata possa sembrare generoso dare alle vittime

dell'aggressione i mezzi per difendere i loro diritti con le

armi. Ma non sembri cinico sottolineare i ben più gravi

pericoli impliciti in una cura che di fatto sarebbe peggiore

della malattia. Una mossa di questo genere sarebbe infatti

incompatibile con il permanere delle forze Onu in

Jugoslavia. Questo approccio non può portare a una prospettiva

politica soddisfacente. Può soltanto portare a una guerra

balcanica generalizzata, che sicuramente obbligherebbe gli Usa

a impegnarsi molto più di quanto non vogliano fare. Oggi

occorre convincere i musulmani che hanno da guadagnare più dal

negoziato che dalle armi. Attualmente essi controllano un 22%

scarso di territorio bosniaco e sono alla mercè dell'offensiva

serba o serbocroata, mentre il piano di pace europeo garantisce

loro il 33%, come hanno chiesto. Guardando indietro, è

possibile valutare la responsabilità di quanti hanno criticato

tanto aspramente il piano di pace Vance-Owen, che aveva molti

più meriti di quanti gli sono stati riconosciuti. Il piano

d'azione dell'Unione Europea che ho avviato con il mio collega

tedesco, Klaus Kinkel, offre l'ultima possibilità di evitare la

catastrofe. Le tre parti compresi i musulmani, hanno accettato

la cornice generale proposta dagli europei. Questo è

essenziale, perchè è impensabile imporre la pace contro il

volere delle parti.

Alcuni punti non sono ancora risolti, alcuni hanno

complicazioni tecniche, ma queste difficoltà sono assai minori

di quelle che dovranno essere risolte tra Israele e i

Palestinesi, ad esempio. E' urgente tentare un ultimo sforzo

diplomatico per uscire da una impasse che può portare alla

soppressione finale dei musulmani impedendo perciò qualunque

soluzione politica del conflitto.

Ma perchè questo sforzo abbia successo, devono verificarsi due

condizioni. Dobbiamo ripristinare la credibilità della comunità

internazionale con azioni risolute a Srebenica e Tuzla,

compresa la minaccia di una rappresaglia aerea in caso diattacco contro le forze Onu. Poi dobbiamo coordinare i nostri

sforzi diplomatici per raggiungere l'obiettivo che ci siamo

proposti. Dobbiamo continuare a fare pressione sui serbi in

modo che facciano le necessarie concessioni. Ma dobbiamo anche

convincere i musulmani che la guerra non è un'opzione

realistica. Europei e americani non hanno le stesse

responsabilità né gli stessi vincoli. Gli europei capiscono in

particolare che sono loro a dover fornire la maggior parte

delle truppe, con i sacrifici che questo implica. D'altronde,

essi sono anche convinti che l'America deciderà di impegnarsi

al loro fianco sulla strada di un'azione diplomatica

congiunta.

Alain Juppé (New Perspectives Quarterly e Los

Angeles Times e per l'ltalia La Stampa

 
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