di PREDRAG MATVEJEVIC, sull'Unità2 di Sabato 12 Febb.1994GLI AVVENIMENTI di Bosnia-Erzegovina finiscono per stancare
l'Europa dopo averla sconvolta. L'assedio di Sarajevo compie ormai
due anni. Mostar, la mia città natale, detta la »Hiroshima della
ex Jugoslavia è completamente distrutta, con il suo vecchio ponte
costruito ai tempi di Solimano il Magnifico, simbolo del vincolo e
della convivialità degli abitanti di questa città mediterranea.
Anche Srebrenica, Zenica, Vitez sono diventate tragici simboli
dell'annientamento. Sono ormai più di una le regioni sottoposte
alla »pulizia etnica o alla pura e semplice epurazione religiosa.
La Biblioteca nazionale di Sarajevo, che custodiva la memoria e la
storia di questi sventurati popoli, è stata bombardata e
incendiata; insieme a centinaia di migliaia di libri sono andati
in fumo vecchi manoscritti redatti nelle lingue degli indigeni e
dei conquistatori: slavo, arabo, turco, bosniaco, croato o serbo,
testi in spagnolo portati, durante il loro esodo, dagli ebrei
sefarditi, approdati in una città senza ghetto. Nessuno riesce a
vedere la fine di questa tragedia. Le speranze sono sempre più
tenui. Il numero delle vittime e dei rifugiati aumenta senza
sosta: le prime sono ormai decine di migliaia, i secondi
centinaia. L'Europa apre con difficoltà le sue frontiere a questi
umiliati ed offesi: sta per sorgere una nuova "cortina di ferro" o
un "muro", altrettanto impenetrabile di quello che è stato appena
demolito?
In Bosnia Erzegovina si aspettano, insieme agli aiuti umanitari,
sempre insufficienti, gesti »forti . I principi proclamati nelle
Carte dei diritti dell'uomo e delle nazioni sembrano non avere
alcun peso sulla bilancia.
E' in gioco la nostra coscienza. I nostri valori sono in pericolo.
Il mondo in cui viviamo non può fare a meno di interrogarsi su una
tragedia di queste dimensioni. L'Europa di Maastricht deve
confrontarsi con quella di Sarajevo. Immaginiamo oggi l'unità
europea sulla base di queste categorie in apparenza opposte: è
forse solo così che la immaginiamo nel suo insieme. Quella che
ieri veniva chiamata »un'altra Europa non dovrebbe più rimanere
un'Europa »altra , diversa...
In Bosnia, e in particolare a Sarajevo, la vita diventa
sopravvivenza e tuttavia la cultura non è stata spenta: è proprio
essa che aiuta a sopravvivere! Nei tragici messagi che mi giungono
dalla capitale bosniaca, vengo a sapere che i giovani attori e
ballerini recitano »Hair , la commedia teatrale ispirata
alla guerra del Vietnam, resa attuale da quella in Bosnia. Susan
Sontag ha messo in scena »Aspettando Godot : Godot tarda a venire
a Sarajevo. Il famoso »Festival invernale di Sarajevo si svolge
in parte nella città assediata e in parte di diverse altre città
d'Europa che lo ospitano. Gli scrittori hanno formato un club
bosniaco sotto le bombe. Juan Goytisolo vi si è recato per
scrivere il suo libro testimonianza da una città martire. Il
compositore e direttore d'orchestra inglese Hugues Reiner ha
radunato i musicisti dispersi e ha diretto, tra i colpi di
cannone, la »Sinfonia eroica di Beethoven. In questi giorni sta
per essere inaugurata, alla Biblioteca nazionale di Parigi, una
grande mostra dei mastri incisori bosniaci, dedicata alla tragedia
del loropaese. Non possiamo non pensare alla cultura come un mezzo
di sopravvivenza. E questa una delle sue più nobili funzioni.