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Giannini Leonello - 15 febbraio 1994
SOTTO LA MERCE LA MICCIA SEMPRE ACCESA - articolo di Oliviero Toscani apparso su "Il Manifesto" del 15 febbraio 1994

IL MIO OCCHIO cinico si è posato questa volta su un paio di pantaloni e su una maglietta. Sono arrivati per posta, chiusi in una scatola di cartone: un packaging strano, più somigliante a un bagaglio da emigrante che ai colorati involucri che avvolgono i capi di abbigliamento acquistati in boutique. Quando l'ho aperta, in presenza dei miei collaboratori, non ho potuto fare a meno di provare una forte emozione. Erano i pantaloni di una tuta mimetica e la t-shirt che un ragazzo indossava quando è stato ucciso. la cintura rotta, il sangue secco, il foro di un proiettile. Un biglietto scritto a macchina, debitamente firmato mi comunicava qualcosa in una lingua a me sconosciuta, il serbo-croato. Siamo rimasti a guardare questi abiti e queste parole in silenzio. La guerra era arrivata lì, in quell'ufficio accogliente della Benetton a Ponzano Veneto. La guerra così vicina ma così lontana, quel biglietto incomprensibile ci hanno trascinati in una realtà che è più facile rifiutare. "Quei vestiti senza un corpo dentro

sono il simbolo di una guerra di cui non abbiamo voluto sapere niente, quella frase indecifrabile è il vocabolario che non abbiamo mai voluto aprire", ha detto, con chiarezza disarmante, una mia allieva, qualche giorno fa, quando ho mostrato la foto in anteprima agli studenti del corso di Comunicazione visiva alla facoltà di sociologia di Roma. Dietro a quei vestiti c'era un ragazzo che voleva vivere, finire di studiare, sposarsi. Quella frase tradotta rivela le parole di un padre che dice: "Io, Goiko Gagro, padre del defunto Marinko, vorrei che si utilizzasse il nome e ciò che resta di mio figlio per la pace e contro la guerra".

Ci sarà -è sicuro- chi ci accuserà di cinismo, chi dirà che non abbiamo rispetto nemmeno per la morte. Altri proveranno fastidio nel vedere il marchio verde United colors of Benetton firmare questa foto, come se, durante la guerra, le merci smettessero di esistere e come se, mentre consumiamo e viviamo, non si morisse contemporaneamente. Siamo talmente abituati a una pubblicità che ci rimbambisce che quando ci troviamo di fronte una pubblicità che ci parla ci troviamo spiazzati. Si concepiscono i temi "sociali" solo sulle pagine della "Pubblicità Progresso". Ma la pubblicità progresso la si trova, spesso, dove meno ci si apetta. Io l'ho trovata, recentemente nella ironica campagna di un'agenzia di onoranze funebri: "Schianti classico", "Quanto sfumi al giorno", "Perché arrivare prima" sono gli slogan più efficaci che io ho mai visto contro gli incidenti stradali e contro il fumo. E, sotto, "Eugenio Fabozzi - onoranze funebri".

E non è "sociale" quello spot che ci mostra quella certa famiglia felice riunita attorno al tavolo della prima colazione, ben sveglia, pulita, lavata, loquace e sorridente alle 7 di mattina? Come le casalinghe, i mariti, le nonne, i bambini che occupano i canali televisivi e le pagine dei giornali, quello spot non vuole venderci un prodotto: vuole venderci un intero sistema, quello del consumo, facendoci credere che è il migliore nel quale si possa vivere. Allora, se la pubblicità mi parla di guerra , è comprensibile un certo fastidio. E' una pubblicità che non vuole vendermi niente. Una pubblicità che non dà risposte né soluzioni. E' chiaro: una pubblicità che provoca domande disturba. L'ha detto bene il sociologo francese Gilles Lipovetsky: non c'è più l'arte a scandalizzare, come una volta. Oggi i tabù possono essere infranti o messi in discussione dall'unico mezzo capace di raggiungere le masse: la pubblicità è una miccia accesa che potrebbe esplodere. Se non la si mantiene nei binari della scemenza auto

rizzata, potrebbe essere pericolosa.

 
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