Inutile dire che non è stata pubblicata.Roma, 4 marzo 1994
Gentile direttore,
questa che riceve è una lettera di rabbia.
Domenica scorsa è morto, in un ospedale di Mosca, un nostro amico e compagno radicale: Andrea Tamburi.
Riceve queste righe perché ci ribelliamo al silenzio sotto il quale è passata anche questa storia radicale.
Nemmeno una riga è uscita sul suo democratico giornale per informare, solo per informare, della morte di un cittadino italiano, una persona che si trovava in un Paese straniero non per una settimana di vacanze invernali, ma che lì, da quasi due anni, lavorava per quello che lui riteneva essere un impegno civile e politico.
Il suo giornale non è stato capace nemmeno di cogliere il significato della morte di una persona in un Paese e in una città come è oggi Mosca, in cui di notte vieni falciato dall'auto di un probabile ubriaco, ti portano in ospedale e ti lasciano lì, con il passaporto in tasca, da solo, per tre lunghissimi giorni senza nemmeno avvertire il Consolato, qualcuno, la polizia....e gli amici ti cercano, ti cercano ma nessuno sa più nulla di te.
Che cosa ci faceva Andrea, un fiorentino della Fiorentina radical pazzo, lì a Mosca?
A fare cosa?
Appena ricevuta la notizia della sua morte Radio Radicale ha improvvissato una trasmissione in suo ricordo.
Le testimonianze che si sono succedute sono state quelle dei suoi vecchi amici di tavoli e di "toscanate" fiorentine, di quelli che lo hanno conosciuto durante tanti anni di battaglie e amicizie radicali a Roma, Trieste, Praga, Madrid, Zagabria, Budapest, quelle dei suoi nuovi amici e compagni di lavoro di Mosca e Kiev.
Una traduttrice che lavora alla sede di Mosca ha raccontato di quando ha domandato ad Andrea perchè avesse deciso di stare lì, di cosa lo spingesse a battersi, per esempio, contro la pena di morte in un Paese come quello e lui le aveva dato la risposta più banale e cioè che credeva semplicemente a quello che faceva e che era convinto di poter dare il suo contributo per il cambiamento.
Altri suoi compagni di altre Repubbliche dell'ex Unione Sovietica hanno voluto esprimere la loro disperazione per non essere riusciti a proteggere una persona che era andata da loro per aiutarli; avrebbero compreso la loro stessa morte di cittadini di Paesi in guerra - dove la morte è un rischio calcolato - e il senso di colpa che provavano era inconsolabile.
Andrea non era un eroe, non aveva proprio - e lo sa bene chi lo ha conosciuto - il "physique du role" dell'eroe che va a morire sul campo di battaglia. Viveva e faceva politica da militante, andava insieme ad altri compagni in giro per l'Europa, nei paesi dell'Est, a fare manifestazioni per la democrazia e i diritti civili in quei Paesi. Ma oggi che i mass media ci propongono quotidianamente scene di orrore e morte, chi se li può ricordare i radicali che in Yugoslavia nel '85 andavano a distribuire volantini con su scritto "Yugoslavia democratica, nella Comunità europea", che aprivano enormi striscioni in 5 secondi e venivano regolarmente presi a forza e buttati fuori?
Per noi, e per il nostro concetto di democrazia, è inaccettabile che questa storia, che queste storie vengano sistematicamente censurate. Storie che non esistono, che non devono esistere ed essere conosciute dalla gente.
E nemmeno la morte di un uomo, a venti gradi sotto zero, nel Paese in cui era andato a lavorare contro la pena di morte, a raccogliere firme per l'istituzione del Tribunale Internazionale contro i crimini di guerra in ex-Yugoslavia, ad incontrare deputati per chiedergli l'adesione alle attività del Partito Radicale Transnazionale, a fare tavoli informativi e di incontro con la gente, nemmeno questa morte ha avuto, sul suo giornale, dignità di notizia come le mille altre iniziative che lei oggi come sempre tace.
Mentre altri andavano ad incassare rubli, il Partito Radicale, anche con Andrea, andava a portare la forza, gli strumenti e l'appoggio per un progresso di civiltà, di democrazia e di rispetto della dignità umana.
Gentile direttore è così sicuro che gli italiani non debbano conoscere la storia di Andrea? O forse le battaglie di Andrea sono così distanti dalla mediocrità della politica alla quale siamo - e ci avete - abituato, per essere capite e raccontate dal suo comodo ufficio di direttore?