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Se le tendenze prevalse a partire dal 1980 continuassero ancora per i duemila giorni che ci separano dal Duemila, nel Duemila il prelievo tributario medio sarebbe pari al 60% del reddito, e la spesa pubblica assorbirebbe il 75% del Prodotto Interno Lordo.
Ammesso che questo esito sia possibile -e io non lo credo- sarebbe la fine del nostro benessere e delle nostre liberta'.
Che senso avrebbero le liberta' politiche, in un Paese in cui i tre quarti di tutto cio' che viene prodotto vengono assorbiti dai canali politico-burocratici mentre soltanto un quarto rimane a disposizione dei singoli, delle famiglie, delle imprese?
Se la crescita enorme della spesa pubblica fosse il risultato di una politica intenzionale, la soluzione sarebbe semplice: basterebbe sostituire gli spendaccioni con governanti piu' responsabili, per invertire il corso delle cose.
Ma questo esito non si e' determinato perche' qualcuno lo ha voluto, bensi' per l'assenza di regole che disciplinino il bilancio pubblico.
In uno Statoi liberale, in cui i compiti del settore pubblico sono rigorosamente definiti e circoscritti ed e' massimo lo spazio per le iniziative spontanee, individuali, volontarie, il consenso popolare e' uno strumento: e' lo strumento per la realizzazione
dei grandi obiettivi di interesse generale.
Invece la "democrazia acquisitiva" (che e' stata chiamata anche "consociativismo", ed anche "statalismo"), ha ribaltato questo rapporto: il consenso popolare e' diventato il fine ultimo dell'azione politica, e la spesa pubblica e' divenuta lo strumento per la sua acquisizione.
I nostri politici si sono dati a far uso della spesa pubblica per acquisire consensi.
La nostra crisi finanziaria e' interamente dovuta alla crescita delle spese nel settore pubblico.
Se dal 1980 al 1992 le spese totali del settore pubblico fossero non diminuite; non rimaste costanti; non aumentate in proporzione alla crescita dei prezzi in modo da mantenerne invariato il valore reale, ma cresciute ancora di piu' -purche' non oltrepassassero il tasso di crescita del reddito- nel 1992 il nostro bilancio avrebbe avuto un attivo totale di 56 mila miliardi, anziche' il passivo di 156 mila miliardi che ha avuto.
E si noti che sto parlando di "attivo totale", non di "avanzo primario). Il debito pubblico avrebbe rappresentato il 28% del PIL anziche' il 111% : un modestissimo provvedimento di controllo della rapidita' di crescita della spesa (non di "contenimento" della spesa, ma di semplice controllo della rapidita' di incremento della spesa) avrebbe risanato in soli 10 anni le nostre finanze.
Cio' non e' accaduto, e la colpa non e' certo dei contribuenti italiani, che hanno continuato a fare il loro dovere anche in condizioni difficili. Quando sento parlare di contribuenti italiani cui mancherebbe il senso di responsabilita', non posso evitare di pensare a quella mattina in cui i contribuenti romani si presentarono alle sei, a mettersi in fila al Catasto per avere informazioni su come pagare l'imposta, ed aspettarono l'orario di apertura degli uffici che non si aprirono se non alle 10,30, e vennero irrisi ed insolentiti prima dai funzionari e poi da un Ministro delle Finanze in vacanza in isole tropicali...
Nell'ultimo decennio, dal 1983 al 1992, il PIL e' aumentato di circa 900 mila miliardi, e le spese del settore pubblico sono aumentate di oltre 540 mila miliardi. Cio' significa che per ogni milione di prodotto in piu', ben 600.000 lire sono andate a finire in canali politico-burocratici, e solo 400.000 lire sono rimaste a disposizione dei singoli, delle famiglie e delle Imprese.
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Gli economisti hanno studiato il problema che si determina quando ognuno dei partecipanti, perseguendo razionalmente il proprio interesse, finisce col dar vita ad un risultato che danneggia tutti. In assenza di regole, tutti si danno a proporre nuove spese, e il bilancio esplode.
Abbiamo bisogno di nuove regole.
Il modo di proporre nuove spese, finora, e' stato di questo tipo: si e' guardato alla "desiderabilita'" dell'obiettivo della spesa, e -una volta accertati che la spesa era "desiderabile"- la si e; decisa. E' poi toccato al Ministro delle Finanze darsi da fare affannosamente per reperire i mezzi per finanziare quella spesa. Il risultato e' stato che la spesa pubblica e' cresciuta senza controllo, e le entrate hanno cercato invano di inseguire una spesa pubblica fuori controllo.
Noi proponiamo di invertire questa procedura. Noi proponiamo di partire da un tetto della fiscalita': bisogna stabilire, prima di tutto, qual'e' l'ammontare di risorse che il settore pubblico puo' prelevare senza determinare guasti irreparabili all'economia.
Una volta appurato di quanto il settore pubblico puo' disporre, saranno il Parlamento ed il Governo a decidere come utilizzare quelle risorse.
Noi vogliamo che si segua il suggerimento di Parkinson in un famoso libro pubblicato 30 anni fa in italiano: applicare al bilancio dello Stato esattamente gli stessi criteri che valgono per la finanza privata. Che cosa facciamo noi, nel nostro bilancio privato? Prima guardiamo al reddito di cui possiamo disporre, e poi decidiamo come utilizzarlo: se guardassimo agli obiettivi senza tener conto delle disponibilita', finiremmo in galera per aver speso piu' di cio' che potevamo permetterci di spendere.
Noi vogliamo che -in obbedienza all'art.81 della Costituzione-ogni spesa pubblica abbia la sua copertura finanziaria preventiva: ma non la copertura fittizia, solo per il primo anno (addirittura per una frazione residua di anno solare, come spesso accade) bensi' una copertura effettiva, anche per tutti gli anni successivi, quando la decisione di spesa comporti erogazioni ulteriori.
Questi due pilastri -il tetto alla fiscalita' e la copertura finanziaria- garantiscono responsabilita' nelle decisioni di spesa.
E veniamo ora al fisco, argomento di gran contendere in queste settimane...
A mio avviso, la fiscalita' e' oggi - in Italia - assolutamente ECCESSIVA. Non abbiamo mai pagato tanto, nell'intera storia del nostro Paese: ne' in assoluto, ne' in termini reali, ne' in percentuale rispetto al reddito.
Dal 1983 al 1992 le entrate totali del settore pubblico si sono piu' che triplicate, passando dai 257 mila miliardi dell'83 agli oltre 710 mila miliardi del 1992: un aumento di oltre 450 mila miliardi all'anno in soli dieci anni.
Per darvi un'idea della rapidita' di crescita della fiscalita': nel 1960 le entrate totali del settore pubblico rappresentavano il 31% del PIL; nei venti anni successivi sono cresciute piu' rapidamente del reddito, tanto che nel 1980 rappresentavano il 34,6% del PIL. Dunque, l'incidenza sul reddito era aumentata di 3,6 punti percentuali in venti anni.
Ebbene, dal 1980 al 1992 siamo passati dal 34,6% al 47,3%: Tre punti e 6 in piu' in vent'anni, e quasi 13 punti in piu' nei successivi dodici anni. Una crescita esplosiva. Per questo affermo che la nostra fiscalita' e' eccessiva.
La nostra fiscalita' e', anche, del tutto INGIUSTIFICATA.
Nessun italiano e' disposto a sostenere che quello che paga di imposte sia giustificato dalla quantita' e qualita' del servizi resigli dal settore pubblico. Adam Smith diceva che, dove esiste il sospetto generale di spese non necessarie o errori nell'impiego della pubblica entrata, le leggi relative sono poco rispettate. In effetti, per essere rispettata, la legge fiscale deve essere rispettabile; e l'uso del denaro pubblico deve essere realmente nell'interesse della collettivita'.
La nostra fiscalita' e' FRAUDOLENTA. L'ottanta per cento della spesa pubblica e' finanziata con imposte occulte. Per ogni milione di lire che il contribuente paga sapendo di pagare, lo Stato glie ne porta via altri quattro senza che lui neanche se ne accorga.
Questo e' non soltanto fraudolento, ma anche antidemocratico, poiche' "democrazia" significa che il popolo controlla il Governo: e come puo' il popolo controllare il Governo, se neppure sa quanto il Governo gli costa?
La nostra fiscalita' e' ARBITRARIA (basti pensare alle moalita' del prelievo, a quella vergogna che e' il "reddito presuntivo", la "minimum tax") ed e' INCOSTITUZIONALE. Abbiamo accresciuto le entrate fiscali non per Legge, ma attraverso il meccanismo del drenaggio fiscale, cioe' con l'inflazione: con cio' contravvenendo al dettato costituzionale (art.23: "Ogni prestazione personale o patromoniale deve essere imposta in base alla legge").L'aumento automatico dovuto all'inflazione non e' stato autorizzato da alcuna legge, e quindi viola l'art.23 della Costituzione.
La nostra fiscalita' e' INUTILMENTE COMPLESSA. Su 200 tributi esistenti, SEI fruttano da soli oltre l'84 per cento dell'intero gettito.
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La nostra proposta si basa su due pilastri fondamentali:
1) i meno abbienti dovrebbero essere esentati dal pagamento
dell'imposta sui redditi;
2) si dovrebbe passare dall'attuale progressivita' per scaglioni
ad un nuovo sistema di progressivita' per detrazione.
Occorre tener presente che l'imposta sul reddito e' stata introdotta anche con funzione perequativa. Ora, la finalita'
progressiva (togliere ai ricchi per dare ai poveri) non consente che i poveri siano costretti a loro volta a pagare una imposta sul reddito.
Ecco che cosa e' accaduto, nel tempo: per via dell'inflazione, e del gonfiamento dei redditi monetari, quelle aliquote che al momento della loro introduzione erano state pensate per contribuenti benestanti hanno finito col gravare su contribuenti a redditi medio o medio-basso.
Noi cominciamo a colpire con l'imposta sul reddito un imponibile di 7.200.000 lire. Un imponibile di 14,4 milioni/anno ha a che fare con una aliquota marginale del 27%.
Negli Stati Uniti l'aliquota marginale massima e' del 33%.
Rockfeller ha di fronte a se' una aliquota marginale che il contribuente italiano sopporta gia' a partire da redditi di pura sopravvivenza.
La soluzione che noi proponiamo e' di AUMENTARE SENSIBILMENTE LE DETRAZIONI PERSONALI.
Oggi noi abbiamo detrazioni personali del tutto simboliche.
Per cinque figli a carico, il contribuente italiano gode (si fa per dire) di una detrazione di 415.535 lire l'anno. Quanti minuti possono sopravvivere, cinque figli, con 415.535 lire?!
Noi riteniamo che le detrazioni debbano essere elevate anche per un'altra ragione. Attualmente, data l'esiguita' delle detrazioni,il fisco tratta allo stesso modo redditi simili di due famiglie che hanno un numero di componenti assai diverso: e' chiaro che un dato reddito e' elevato per una famiglia di due persone, e del tutto inadeguato per una famiglia di sei persone,
Portando le detrazioni personali ad un livello tale da consentire le spese per la vita di una persona, una maggior giustizia sociale sarebbe assicurata.
Il secondo pilastro della nostra proposta consiste nel PASSARE DALLA ATTUALE PROGRESSIVITA' PER SCAGLIONI AD UN NUOVO SISTEMA DI PROGRESSIVITA' PER DETRAZIONE.
L'attuale progressivita' per scaglioni e' superata dagli eventi, come si e' detto, a causa dell'inflazione.
Un sistema ad aliquota unica e' anch'esso progresivo, ma si tratta di una progressivita' attenuata.
Mettetvi nei panni di un contribuente gravato di un'aliquota marginale del 50%: se produce un milione di reddito, gli restano 500.000 lire; se evade un milione di imposte, gli resta tutto. Per lui, l'attivita' di evasione vale esattamente il doppio di cio' che gli rende l'attivita' di produzione.
Alte aliquote marginali incoraggiano l'elusione e l'evasione: per contro, scoraggiano il lavoro, il risparmio e l'investimento.
Questa cosa cosi' semplice l'hanno capita ormai tutti, dagli Stati Uniti alla Gran bretagna, alla Svezia: le aliquote marginali vanno ridotte, per incoraggiare il lavoro e disincentivare invece l'elusione.
La maggioranza degli studiosi piu' seri, anche di sinistra, sono dello stesso parere: gia' moltissimi anni fa Giorgio Fua' sosteneva questa tesi, e nel settembre del 1986 Antonio Pedone (socialista, professore di scienza della finanza) propose una aliquota massima del 34%. Bruno Visentini, allora, gli obietto' che una simile decisione avrebbe avuto un costo per l'Erario di 2000 miliardi di gettito. Anche ammesso che i calcoli di Visentini fossero esatti, duemila miliardi per lo Stato costituiscono una cifra irrisoria: per di piu' sarebbero stati compensati dal vantaggio enorme che la riforma avrebbe portato, col recupero dell'elusione e l'incentivo al lavoro, al risparmio e agli investimenti.
Questa obiezione viene opposta anche oggi alla nostra proposta di aliquota unica. La risposta e' la stessa di allora.
E c'e' ancora da osservare che non si puo' giustificare una imposta iniqua affermando che essa frutta un buon gettito all'Erario. Anche il ladro ruba perche' ha bisogno di soldi, ma questo criterio non puo' diventare una teoria della finanza pubblica.
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Generalmente, non ci vengono opposti argomenti concreti: si preferisce accusarci di essere "dei Robin Hood alla rovescia, che vogliono togliere ai poveri per dare ai ricchi". Naturalmente, per dire questo, si tace l'altro aspetto essenziale della nostra proposta: e precisamente l'aumento delle detrazioni, e la progressivita' perequativa attraverso il sistema delle detrazioni.
Naturalmente sappiamo che una riforma di questo tipo non si fa in un giorno, e che questo deve essere il punto di arrivo di un processo graduale di trasformazione. Non troppo lungo, pero'.
Noi siamo convinti che gli obiettivi della nostra riforma sono perfettamente realizzabili senza eccessivo sacrificio di gettito iniziale, per una serie di motivi:
1) la riduzione dell'aliquota marginale massima dovrebbe scoraggiare l'evasione e fare emergere un imponibile che attualmente e' occultato.
2) il nostro piano per l'occupazione e lo sviluppo (noi proponiamo la detassazione triennale per la creazione netta di nuovi posti di lavoro) fara' aumentare il reddito, e quindi il gettito IRPEF.
3) il gettito di tutte le imposte dirette nel 1992 ha finanziato soltanto il 28% delle spese totali del settore pubblico. Anche se, con la nostra riforma, il gettito IRPEF diminuisse, si tratterebbe di un costo minimo rispetto ai grandi obiettivi della riforma fiscale e al recupero dei contribuenti oggi evasori.
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