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Conferenza Partito radicale
Leccese Annalucia - 17 marzo 1994
"Ciao, Andrea" - articolo di apertura di Mamuka Tsagareli nell'edizione russa del giornale "Nessuno tocchi Caino"

Migliaia di persone in tutto il mondo, ogni anno, si iscrivono al Partito Radicale. Persone di qualsiasi professione, molte delle quali non si occupano di politica. Iscrivendosi al Partito Radicale esse intendono sostenere le idee e le persone che giorno dopo giorno, anno dopo anno, lavorano affinché queste idee divengano realtà. E' un lavoro non facile. A volte anche pericoloso. In alcuni casi può anche suscitare il riso. Sto pensando, per esempio, a quello sparuto gruppo di persone che si raccoglie davanti all'Ambasciata cinese a Roma e scandisce slogan del tipo:"Libertà al Tibet". I passanti sorridono nel vedere questi stravaganti: in verità la Cina è un paese immenso e loro sono così pochi...

Effettivamente essi sono pochi. Queste persone si fanno chiamare "radicali". E' una grande famiglia, i cui membri sono sparsi per tutto il mondo, dall'America del Nord sino all'Africa. Li si può incontrare a Sarajevo o nel Nagorno Karabax. Tra di loro si incontrano raramente - una o due volte l'anno - in occasione dell'Assemblea del Consiglio Geenerale o del Congresso del partito. Questi incontri sono molto simili a delle grandi feste in famiglia.

Quest'anno, il 9 aprile, i radicali si sono ritrovati a Firenze. Ma non è stata una festa. Ci siamo riuniti per dire parole di addio al nostro amico Andrea Tamburi, morto il 27 febbraio nel reparto rianimazione dell'Istituto Sklifasovskij di Mosca. Tre giorni prima era stato investito sullo Strastnyj boulevard, nel centro di Mosca, non lontano dalla sua abitazione.

Da 15 anni Andrea lavorava al partito radicale. Mi sembra ora superfluo dire che aveva preso parte a tutte le sue iniziative, che era un "radicale vero". Io non posso e non voglio parlare di lui come di un compagno radicale scomparso. Mi è anche molto difficile scrivere di lui, di che tipo di persona fosse, di cosa rappresentasse per me e per tutti quelli che lavorano nell'ex Unione Sovietica.

Non so quello che avrebbe detto Andrea se si fosse trovato ora al mio posto. Ma, sono sicuro che, come sempre, sarebbe stato sincero e spontaneo. Egli era capace di esserlo, lui era proprio così. Io, invece, ho paura delle mie parole perché so che attraverso di esse è molto difficile esprimere quello che ora provo. Esse potrebbero perdere l'essenziale e ridursi a un comune necrologio.

Voglio solo raccontare quello che ho visto e provato in questi ultimi giorni. Per tre giorni lo abbiamo cercato. Abbiamo telefonato alla polizia, ci siamo recati negli ospedali e negli obitori, mentre lui moriva nell' ospedale Sklifasovskij, dove ci avevano detto che non vi era nessun malato con il nome Tamburi. A molte domande su come sia avvenuta la morte di Andrea non abbiamo ancora trovato risposte. Si faranno le indagini, forse la verità verrà alla luce.

Tutto questo è come un terribile sogno.

Non posso dimenticare la voce di Nikolaj Khramov quando, piangendo, mi diceva che non aveva mai avuto un amico più caro di Andrea. Essi hanno a lungo vissuto e lavorato insieme a Kiev. In due anni di sua permanenza nell'ex Unione Sovietica erano apparsi molti amici che lui amava e dai quali era contraccambiato.

Di rado parlava della sua vita privata. Anche a a casa, dietro una tazza di thé parlava comunque di lavoro. Nonostante questo, egli era in grado di circondarsi di tante persone. Di quel poco che so della sua vita privata posso dire che, parlando dei suoi amici, spesso nominava Riccarda e Begona. So che le amava molto. Ed io ho visto come loro lo amassero. Nella sede di Roma, è appeso un grande manifesto con l'immagine di Andrea su cui è scritto "Ciao Andrea". Lui guarda con il suo buon sorriso. Quella foto è stata fatta al matrimonio di Antonella e Gaetano Dentamaro. Lui era il testimone di Antonella. Lei mi ha raccontato che Andrea si preoccupava di lei come un padre , spesso le chiedeva se non avesse bisogno di qualcosa, se non potesse in qualche modo aiutarla.

Olivier Dupuis mi ha detto che prova un sentimento strano, una sensazione di vuoto. Dieci anni fa hanno lavorato insieme, fianco a fianco, spesso pranzavano insieme, ma sembra che tra i due non ci fosse un profondo legame. Solo ora si è accorto di aver perso un amico molto caro. Credo che la stessa cosa avrebbe potuto dire Aleksandr Deperlinghi, il quale seduto su una pietra lì nel cimitero di Firenze piangeva come un bambino.

Julia Kalinina, anche, dopo la sua morte non ha detto niente, ma qualche tempo prima mi aveva detto che era pronta a perdonare tutto ad Andrea Tamburi, perché lui era diverso da tutti gli altri che erano arrivati in Russia dall'Occidente, lui era riuscito a diventare veramente come uno di noi.

Aveva due case e due uffici. Uno a Kiev e uno a Mosca. Mi sembra che lui amasse di più Kiev. Senza dubbio, lì lo amavano molto. Natasha Vasiljuk, Sasha Kostrickij, Lena Vorotnikova, Volodja Ivanov, arrivati da Kiev gli hanno portato la sua cioccolata preferita. Sono sicuro che avrebbero avuto di che parlare su Andrea, ma a Mosca lo abbiamo salutato in silenzio.

Non so se debba parlare ancora di lui, o di noi che siamo vivi. Marco Pannella in chiesa ha detto che noi non piangiamo lui ma noi stessi. Forse è proprio così. In verità dovremmo imparare ad amarci e proteggerci l'un l'altro quando siamo ancora in vita. Forse non lo facciamo abbastanza...

Nella famiglia "radicale" il dolore è grande. Ma essa continua a vivere e a lavorare. Si prepara alla Marcia di Pasqua del 3 aprile, prepara questo giornale. Era quasi pronto, ma è toccato in qualche modo modificarlo. Ora, aprendolo, vedrete in prima pagina il sorriso buono di Andrea Tamburi, di un uomo che sapeva, voleva e amava vivere.

Mamuka Tsagareli

Roma,12 aprile

 
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