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Conferenza Partito radicale
Partito Radicale Angiolo - 3 aprile 1994
Roma, 3 marzo 1994

SUPPLICA DI UN RADICALE FEDERALISTA PANNELLIANO

ALL'ON. BERLUSCONI

Onorevole Berlusconi,

nel farle tutte le mie congratulazioni per la vittoria elettorale sono anche ben lieto di augurarle di poter arrivare a governare, e a lungo, questo paese.

La sua vittoria - mi pare si possa dirlo - è stata raggiunta sul piano della forza politica, ma non appare visibilmente sostenuta ancora dal crisma di quei meriti sottili e difficilmente definibili che perentoriamente designano una classe dirigente e un leader di prospettiva, portatore di una "grande" cultura di governo. La cosa non è grave, e soprastutto è rimediabile: basta prestare attenzione ad alcune cose.

Sono certo che anche lei si rende già perfettamente conto che l'aver promesso più mercato e più posti di lavoro non è ancora credenziale sufficiente per garantire quello che si usa definire come il "buongoverno": che è concetto assai più complesso, vagabondo e perfino melanconico; perché - udite udite - deve saper includere anche pessimismo, senso della finitezza e del tragico, e magari una certa dose di autoironia. "Gubernar no es asfaltar" diceva, se non erro e se non cito male, uno statista spagnolo (e comunque la battuta mi pare azzeccata). Governare è guardare a cose che non entrano nell'"asfaltar", e neppure prioritariamente si curano delle correnti regole del mercato.

Mi perdoni, onorevole, questo inizio un po' pomposo ed eccessivo di quella che vuole essere una supplica minima, relativa a cose secondarie e che possono stare a cuore solo a un malinconico, un depresso, uno che per età ha gli occhi piuttosto voltati all'indietro che drizzati avanti: all'indietro, e specificamente alla riflessione su quello che a lui pare una autentico dramma, vale a dire l'immenso degrado urbano e paesaggistico cui è ormai da almeno quindici anni condannato questo paese. Perciò anticipo subito - tanto per tagliar corto - che io mi rivolgo a lei, supplice, per chiederle solo, ma urgentemente, di mantenere al suo posto quello che si è rivelato un grande ministro dei Beni Culturali, il prof. Ronchey.

Un universale consenso ha seguito, confortato, plaudito le iniziative semplici, efficaci, e sopratutto perseveranti con le quali questo giornalista arrivato per caso al "potere" ha insegnato a tutti quale altissima dignità sia nell'essere un ministro "tecnico", vale a dire votato esclusivamente al servizio dello Stato e di colui che è e deve essere, in un sistema "uninominalista", l'unico responsabile "politico", vale a dire il primo ministro. Inutile enumerarle le benemerenze conquistate dal prof. Ronchey: sono sotto gli occhi di chiunque abbia speso un minimo di tempo sui problemi cui egli si è dedicato.

E sono problemi di altissima qualità di governo; non so se appartengano alle tematiche del mercato e della 'efficienza': io sono però convinto, assieme ad alcuni pochi altri melanconici, che essi siano addirittura prioritari rispetto a qualsiasi altro: la perdita dei "valori" incorporati nella tradizione culturale e artistica del paese appartiene alle grandi tragedie del nostro secolo, cui fa riferimento ormai da qualche tempo (non a caso) anche Marco Pannella, quando lamenta i rischi della "mutazione antropologica" cui si avvia l'umanità, proprio a causa dello smarrimento e della perdita di senso rispetto a quei valori. Per questo penso che la massima attenzione, una attenzione esclusiva, vada loro assegnata: anche a scapito del mercato, o di quello che si spaccia per tale solo per cupa ignoranza di altri beni.

Ero stamattina alla Marcia di Pasqua: e proprio sulla Piazza del Quirinale mi sono reso conto ancora una volta dell'ampiezza del disastro cui stanno andando incontro i beni culturali, artistici, ambientali di questo paese. Io non so se lei ha mai sollevato lo sguardo ai due Dioscuri di marmo, opera d'arte greca, che affiancano la vasca e l'obelisco per cui la piazza è famosa nel mondo. Io li ho sempre amati, fin quando da ragazzo salivo ad ammirarli, indorati dal sole di Roma. Ero un diciottenne avido di bellezza: e trovavo sconvolgente e inafferrabile lo splendore di quei marmi sullo sfondo degli intonaci di pozzolana violacea dei palazzi circostanti. Era una cosa da brivido: può credermi sulla fiducia, lei che, da buon padano, queste armonie romane non può aver conosciuto.

Ebbene, stamani quei marmi erano lividi, torbidi, senza né luce né tantomeno splendore. Apparivano raschiati e spellati da un oscuro cancro, da una oscena lebbra (di terra, fango e liquidi oleosi) che aveva spento il fulgore che per centinaia (centinaia!) di anni li ha resi "immortali": come le opere d'arte devono essere, per consolarci del nostro essere mortali.

Ebbene, mi sono detto, chi potrà sperabilmente curarsi di queste cose, di queste minuzie, di queste "essenzialità"? Io so che alla sua corte, onorevole Berlusconi, vi sono cinematografari e uomini-spettacolo che ambiscono scalzare Ronchey e soffiargli la poltrona. Sono degnissime persone ma, mi creda, inadatte a occupare un posto nel quale più che l'apparire occorre porre in esercizio una modesta caparbietà, una insistenza sgradevole e puntigliosa, una memoria tenace per antichi insegnamenti, antichi affetti, antiche aristocrazie (di cui, particolarmente, mi sembrano privi quei cinematografari e uomini-spettacolo).

Il prof. Ronchey mi pare invece persona adatta ad occuparsi di vecchie pietre, vecchi marmi, vecchie tele; proprio perchè non vuole trasformarli in nuovi fronzoli o specchietti. Oltretutto, egli è visibilmente dotato anche di quella indipendenza di giudizio che invece manca a certi funzionari (romani, appunto) che avrebbero il compito di occuparsi di quelle stesse cose ed invece, dopo averle massacrate nell'ambizione di lavarle e pettinarle - à la Mitterrand - grazie a un fiume di miliardi incautamente ottenuti e spesi, paiono solamente proni a non disturbare i governanti di turno, non prospettando loro con coraggio e franchezza - come dovrebbero!, come dovrebbero! - le terribili necessità e urgenze cui occorre porre mano prima che marmi, pietre e tele, nel giro di un'altra generazione, scompaiano definitivamente, logorati dall'usura e dal degrado prodotti dal progresso (e, dimenticavo, onorevole Berlusconi, dal mercato).

Non voglio dilungarmi ancora. Già temo che lei abbia distolto gli occhi da una supplica troppo lunga, giudicata superflua e persino inutile, in termini di mercato. Continuo però ardentissimamente a sperare che invece lei trovi il modo di prestare attenzione a questa vox clamantis in deserto, e di accogliere la sua insignificante richiesta.

Suo, in tanta speranza,

Angiolo Bandinelli

 
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