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Leccese Annalucia - 19 aprile 1994
LA TESTIMONIANZA DA GORAZDE DI UN MEDICO DI MEDECINS SANS FRONTIERES "Qui la morte avanza ora dopo ora" di Paola Caridi, La Voce, 19 aprile 1994

Dite al chirurgo e all'anestesista di restare a Sarajevo: qui non c'è più nulla né da fare , né da vedere, , tranne l'agonia di un popolo il cui unico desiderio era quello di vivere". Olivier van Bunnen conclude così l'ultimo telex inviato da Gorazde domenica notte, poco prima dell'assalto finale lanciato dagli assedianti serbo-bosniaci. Con Pablo Nuozzi, l'altro suo collega di Medecins sans Frontiéres, il dotto Van Bunnen aveva deciso di rimanere nella cittadina dichiarata un anno fa dall'Onu "zona protetta". La sua testimonianza, resa pubblica ieri dall'ufficio di Msf a Bruxelles, è l'appassionata cronaca di un'agonia annunciata, vissuta in un'attesa senza speranze.

"Già stamattina - scrive il dottor van Bunnen - sapevamo di essere in un giorno infernale. All'alba si potevano udire le prime cannonate, accompagnate da spari e colpi di mortaio. Si poteva trattare solo di un altro giorno a Gorazde: eppure in un certo senso il rumore era più vicino di prima, i cannoni si facevano più distruttivi. Abbiamo sentito parlare di una riunione a Pale. Perché? Per chi? Dicono che ci sarà un accordo. Da parte di chi? Con chi? Qui la morte avanza ora dopo ora, accompagnata soltanto dalle urla e dalle lacrime dei civili".

Continua Van Bunnen: "Questo pomeriggio le forze che stanno assediando la città si stanno evidentemente avvicinando. Adesso sono sulle colline e guardano giù la gente in agonia, soddisfatte per questo momento da lungo tempo atteso. Nell'ospedale regna il caos. Le finestre delle corsie sono colpite dai proiettili, le granate stanno esplodendo nel giardino e in ogni momento il rumore si ripercuote lungo tutto questo cosiddetto bastione di neutralità. La corsia d'emergenza è piena di feriti, di cadaveri, civili e militari. Le loro urla e le loro lacrime si confondono col sibilo dei proiettili, con il continuo scoppio delle armi automatiche, con il rimbombo da batticuore dei cannoni. Il sangue dei feriti e le lacrime del personale sono una cosa sola. Pablo, il mio collega, ha dovuto lasciare l'ospedale per la sua incolumità personale, lasciando dietro di sé dozzine di pazienti insanguinati. Questi sanno bene che cosa significhi per loro la sua partenza, eppure gli rimarranno per sempre grati. Qui all'ospedale c

i stiamo preparando per l'attacco di domani. Soldati e dottori prenderanno le armi insieme per difendere l'ospedale e i pazienti. L'edificio sta per trasformarsi in un bunker. Sfortunatamente però si trasformerà anche in un obiettivo militare".

Nell'ospedale da cui Van Bunnen trasmette il suo diario di guerra si trovano un migliaio di feriti, senza contare quelli tra le forze militari bosniache e i civili che non è stato possibile soccorrere per le strade.

"I carri armati sono entrati in città, terrorizzando la popolazione che ha già sofferto così tanto. I quartieri meridionali di Gorazde sono già stati sgomberati. Adesso la gente è obbligata ad abbandonare la parte nord-orientale della città e a dirigersi verso il centro ormai sovraffollato. Questa sera donne e bambini dormiranno per le scale delle case: non è rimasto nessun altro posto dove andare".

Van Bunnen non è più soltanto un medico andato in Bosnia per curare le vittime della guerra. E' divenuto un assediato, un cittadino di Gorazde suo malgrado. E ai suoi concittadini acquisiti dedica le ultime righe della cronaca di una "tranquilla" domenica d'assedio. "Il coraggio della gente mi sorprende ogni giorno di più. E' ormai chiaro che la città è perduta. Ogni abitante lo sa. Questi uomini sono stati abbandonati dal mondo. La loro alternativa è semplice. Possono o morire, o mettersi in salvo da qualche parte, Dio sa dove. Ma, ciononostante, sopravvivono nella speranza che sia loro consentito di vivere ancora.

 
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