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Conferenza Partito radicale
Partito Radicale Alessandra - 22 aprile 1994
Cara annamaria,

Grazie per la sollecitazione, ma proviamo a immaginare con quali mezzi, con quali interlocutori e con quale incisività.

E qui mi vengono alcune riflessioni.

L'esasperazione dell'opinione pubblica è anche delirio d'impotenza, quello che colpisce ciascuno individualmente considerato e come generica colletività umana. Le immagini buie - perchè impossibile filmarle - e, quindi, ancor più vere perchè parte dell'immaginario di ognuno di noi ci danno il senso della complicità con lo sterminio in atto. Esistono, a mio parere, alcune possibilità, a questo punto della guerra di aggressione serba, di fronte a quanto sta succedendo: l'indifferenza o la reazione. L'indifferenza è a tutti nota, fa parte della vita quotidiana della società contemporanea; la reazione è, appunto, agire a seguito di una situazione che esiste, e che, quindi, non si è stati in grado di impedire che evolvesse in quel senso. La mia personalissima re-azione alla notizia dello sterminio nell'enclave di Gorazde è stata quella di manifestare per chiedere il bombardamento delle truppe serbe assedianti. Dopo tutto questo sarebbe stato rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Ma chi sarebbe st

ato in quell'ipotesi l'interlocutore? I pensatori ufficiali di fronte alla propria e altrui impotenza si sono accorti d'un tratto - come riporta oggi l'International Herald Tribune - che "Non esiste una comunità internazionale". Bella scoperta! Dunque avremmo potuto manifestare. E in questo senso hanno manifestato i musulmani bosniaci negli Stati Uniti. L'evoluzione delle prese di posizione politiche di Clinton, della Russia, della Francia (che propone di mettersi al tavolo con i vincitori a cose fatte, in buona sostanza) è nota. Ma l'impotenza che ci angoscia continua. Siamo complici del genocidio. Questo è certo vero per ciascuno. Non così per questo Partito radicale di poco più di poco più di 4mila iscritti nel mondo.

Il partito radicale si propone istituzionalmente di organizzare per la prima volta nella vita politica e sociale la nonviolenza come partito politico, cioè come parte e forza nei conflitti, tale da poter vincere o essere battuta; e non più, come finora nella storia, costituire forza di testimonianza, di mera reazione o di ripiegamento nel sostegno della "violenza degli aggrediti" o di quella "più vicina al diritto e alla giustizia". Per far questo c'è bisogno di qualcosa e anche più che di 4mila azionisti.

Pensa che con la marcia di Pasqua questo strano partito è riuscito a fare quel qualcosa che tu oggi inviti legittimamente a fare: ha manifestato. E Goradze, ancora, i più non sapevano neppure dove fosse. Per non parlare delle azioni nonviolente e delle scelte politiche passate. Pensa che questo strano partito ha in mente di dialogare con le Nazioni Unite perchè creino quel tribunale che giudichi i crimini contro l'umanità. Barbara Spinelli dice: "le parole diventano opinioni e la realtà dei fatti è inghiottita dal regno dove governano i sofisti che scompongono i termini e li rendono tutti equivalenti. Solo i tribunali hanno la forza di riconnetere le parole alle verità fattuali, agli obiettivi patimenti degli uccisi, ai racconti di testimoni ...". Mi sembra una ragionevole affermazione. Tribunale per non lasciare impuniti i crimini contro l'umanità, per affermare la legalità, il valore positivo della legge, dei diritti individuali. Non tribunali politici. Sarà poca cosa, ma questo strano (per me) partito ha

scelto di esercitare la sua forza nonviolenta, mettendo nel conto la sconfitta, su questo obiettivo. Manifestare è cosa buona e giusta. Ma sarebbe opportuno - ogni volta che si pensa di dare dimensione organizzata e incisiva, non di reazione e di testimonianza dell'impotenza - fare i conti con le possibilità di chi deve organizzare il manifestare. Il Partito radicale sceglie di non testimoniare?

Certo si potrebbe; io aggiungo se solo fosse possibile rendere comprensibile le ragioni, i motivi, i mezzi, gli ideali e le idee che ne sono la causa prima: manifestare per essere parte e forza nonviolenta nei conflitti. Far politica è scegliere. Personalmente scelgo di non manifestare l'esasperazione. Scelgo di perseguire con i pochi mezzi e le fragili gambe di questo strano partito un'obiettivo che seppur parziale e immediatamente non incisivo sul genocidio non è reazione, ma è azione politica, per creare attraverso le istituzioni e nel dialogo critico con le istituzioni diritto e strumenti per applicarlo. Quegli stessi strumenti che, oggi, mancano venendo a cadere l'equilibrio del terrore ed essendoci invece la pace mondiale con il terrore dei nazionalismi imperanti.

Questo scegliere, per quanto mi riguarda, non mi impedisce di immaginare il possibile. Forse di chiedere a chi manifesta il 25 aprile la pacifizazione nazionale, di manifestare contro i nuovi fascismi, i nazionalismi che "il mondo libero", della non ingerenza negli affari interni, ha consentito ai dittatori dell'est e del sud di massacrare interi popoli.

Certo chiedere al Partito radicale transnazionale di manifestare è legittimo, è comprensibile. Credo, invece, che non serva testimoniare l'esasperazione, anche questa comprensibile. E credo che la situazione di fronte alla quale ci troviamo mostri sempre più la fondatezza delle ragioni costitutive di questo partito. Pensare ad un nuovo ordine internazionale fondato sul diritto, sulla democrazia e sulla legalità dei diritti umani e individuali, non è cosa rinviabile. Ma a dar corpo a queste idee, da tutti riconosciute di fronte alle tragedie, rstiamo sempre in meno di 5mila.

 
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