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Giannini Leonello - 9 maggio 1994
INTERVISTA/ BOUTROS GHALI:»LA MIA ONU NON HA FALLITO
(La Repubblica, sabato 7 maggio 1994, pag.13)

Ginevra-Che cosa risponde il Segretario Generale delle Nazioni Unite a quanti oggi mettono sotto processo l'Organizzazione internazionale? A quanti hanno chiesto perfino le sue dimissioni? Pranziamo con Boutros Boutros Ghali davanti a prelibatezze della cucina cinese in uno dei tre ristoranti dell'albergo posto fra il lago e l'ormai storico Palais des Nations ginevrino. Nella sua giornata a ritmo incalzante è questo uno dei rari momenti di respiro. »Tanto per cominciare - esordisce Boutros Ghali - il fatto che ho disaccordi con membri importanti delle Nazioni Unite prova che sono indipendente, che cerco di difendere l'indipendenza e la specificità dell'Organizzazione. Le Nazioni Unite sono oggi criticate, non potevano esserlo prima perchè non facevano niente. Oggi ci occupiamo di diciassette diverse operazioni nel mondo. Abbiamo ben settantamila militari, il nostro bilancio per il mantenimento della pace è passato da 500milioni di dollari a 4 miliardi. Abbiamo moltiplicato per dieci le nostre attività. Ci oc

cupiamo non solo dei conflitti ma di un gran numero di questioni, dall'ambiente alla salute, all'istruzione. Ci occupiamo anche del processo di democratizzazione e di elezioni. Nel Sudafrica abbiamo inviato 2600 osservatori per il controllo delle elezioni, dal 92 lavoriamo con la polizia locale per contenere la violenza. Certo, abbiamo incontrato difficoltà in alcune aree ma abbiamo ottenuto anche successi come in Cambogia, nel Salvador, in Mozambico sulla base dell'accordo concluso in Italia. Perfino in Somalia siamo riusciti a formare i quadri di una polizia, a vaccinare 300 mila bambini. Non dimentichiamo che nel Biafra ci furono due milioni di morti. In Somalia abbiamo invece salvato duecentomila ragazzi. Si dice che abbiamo fallito in Jugoslavia. Non è vero: abbiamo stabilito il cessate il fuoco nella Krajna fra Croati e Serbi, abbiamo soccorso due milioni di profughi, trasportato milioni di tonnellate di cibo a Sarajevo. Per la prima volta nella storia dell'Onu abbiamo inviato truppe dove ancora non c'

è una guerra, in Macedonia, in un quadro di diplomazia preventiva. Non si può pretendere che tutte le oprazioni in cui intervengono le Nazioni Unite debbano riuscire per forza .

-Nel giudizio della gente forse pesa l'effetto Somalia....

»Ora però tutti dovrebbero sapere perchè laggiù tutto è stato così difficile. Lo ha rivelato il Washington Post spiegando esattamente e diffusamente quello che è avvenuto: c'erano conflitti fra i differenti responsabili militari americani. Davanti a ciò noi non potevamo imporre la pace .

-Prevedeva, assumendo il suo incarico, gli ostacoli a cui andava incontro ?

»Sì e no. Sapevo bene che cominciava una fase nuova del mondo in cui non si sa ancora quali siano le regole e i nuovi concetti che devono gestire le relazioni internazionali. Ero consapevole che da parte degli Stati, finita la guerra fredda, c'era la volontà politica di dare un nuovo ruolo alle Nazioni Unite, ma il problema è che gli Stati non hanno ancora deciso quale nuovo ruolo vogliono che esse giochino.

-Lei si riferisce alla sola superpotenza rimasta?

»Non è vero. C'è anche il Giappone. I giapponesi sono divisi, non si sa quello che vogliono in proposito, l'opinione pubblica non è molto favorevole ad impegnarsi. Ho fatto tre visite in Germania. Stesso discorso, stesse risposte. E questo vale anche per l'Argentina, per il Cile. Se tutti questi Stati decidessero di fare la loro parte, le Nazioni Unite diventerebbero veramente un'istituzione internazionale con potere. Se si vuol dar loro potere....ma fino allo scorso gennaio dei 184 Stati membri solo 20 hanno pagato i loro contributi. Gli Usa ci devono quasi un miliardo di dollari.

-Può dare una spiegazione?

»Prima spiegazione: molti non sanno ancora quali sono le regole del gioco del dopo guerra fredda. Seconda: per alcuni Stati, come l'America e la Russia, era facile ottenere i miliardi dai cittadini quando c'era un nemico chiaro e preciso. Ora è molto più difficile ottenere una mobilitazione quando il pericolo è diffuso nel mondo. Terza: la gente accettava di morire per difendere il proprio territorio ora non accetta più di partecipare a lontane operazioni, sotto una strana bandiera, per difendere la pace di altri .

-Arriveremo alla formazione di un esercito dell'Onu?

»Non sono mai stato favorevole. Vorrebbe dire creare una burocrazia. Che cosa ne faremmo dei generali se non ci fossero guerre? Quello che chiedo agli Stati è di tenere pronto uno speciale reparto da mettere a disposizione in 24/48 ore reparto che al termine dell'operazione tornerebbe nei rispettivi ranghi. All'Italia ho proposto un contratto per disporre, all'occorrenza, di cinque aerei da trasporto appartenenti sempre alla Difesa italiana. Non dubito che certe situazioni sarebbero state risolte se fosse stato possibile intervenire in pochi giorni. Per esempio, non dubito che se avessimo potuto mandare 5000 uomini in Ruanda in 48 ore avremmo sistemato le cose. Ora occorrono mesi di estenuanti negoziati, per decidere chi prende il comando e per creare corpi di spedizione fra gente che non si conosce e che cambia opinione all'ultimo momento .

-Queste lungaggini hanno influito anche nel caso bosniaco?

»Le dirò in proposito che nel giugno scorso avevo chiesto di disporre di 10.000 uomini in più. In realtà, sulla base di uno studio, avevo detto che erano necessari 35 mila uomini. Mi hanno risposto: te ne diamo 10 mila e basta. Il fatto è che finora non sono riuscito ad ottenere nemmeno questi .

-Si è rivolto per la Jugoslavia anche all'Italia nonostante sia uno Stato confinante?

»Siamo in tali guai che ho finito per chiedere anche all'Italia di partecipare. Certo per l'Italia c'è il pericolo di svegliare vecchi ricordi, ma nell'attuale situazione è un pericolo minore. Tra i due pericoli ho fatto una scelta. Non possiamo fare a meno della qualità delle truppe italiane che appartengono alla Nato e che hanno lo stesso armamento degli altri contingenti .

-E la risposta italiana quale è stata?

»Non abbiamo ottenuto risposta, abbiamo aspettato, poi abbiamo rinnovato la domanda. Ci hanno detto che si doveva aspettare il risultato delle elezioni. Ora dobbiamo aspettare il nuovo governo.

Ecco un esempio. Ma il caso dell'Italia non è il solo. In Germania mi hanno risposto che hanno problemi costituzionali. Perciò ho mandato una delegazione al Tribunale Costituzionale. Io poi ho discusso per tre ore con la Commissione Affari Esteri del Bundestag per lo stesso motivo sono stato già due volte in Giappone, ci andrò una terza volta. Tutto questo prende un'infinità di tempo .

-Crede possibile la fine della tragedia jugoslava?

»La guerra etnica é come una malattia contagiosa che si diffonde

e si propaga.Ritengo che le Nazioni Unite abbiano già fatto molto

contenendo la guerra in Bosnia e evitando che essa si allargasse oltre le frontiere della ex Jugoslavia. Quanto al resto occorrerà molto tempo. Purtroppo non posso che fare un confronto con il Libano. E' difficile chiudere una tragica partita quando ha prodotto tanti morti. Anche Beirut era un centro importante non meno di Sarajevo. Era un centro bancario, un centro culturale con quattro università, un centro d'informazione con le residenze degli sceicchi e gli interessi dei petrolieri. Eppure quella guerra è durata quattordici anni.

 
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