Mi chiedo a cosa serva ormai il Partito Radicale.
Non è una domanda provocatoria, ma una domanda senza aggettivi: a che serve il Partito radicale, il transpartito transnazionale che è il PR?
L'articolo uscito oggi sull'Opinione a firma di Filippo di Robilant e Danilo Quinto evita di anche soltanto evocare lo spettro del PR. E' un segnale. Sia questo conseguenza di sciatteria o di calcolo, è un segnale. Su cui riflettere.
Probabilmente il Partito Radicale non serve più, o per il momento non serve, mentre servono entità di altro genere, collegate più o meno strettamente al PR, ma con legami il meno pubblici possibile. Può darsi che sia opportuno far così, può darsi che sia utile. A me sembra che il PR stia consumandosi, spendendo senza investire.
Ma c'è una argomentazione che è soprattutto necessario esporre.
Per parte mia rimango convinto delle ragioni per cui al Partito Radicale mi sono iscritto: mi sono iscritto allo strumento della campagna per il diritto internazionale, al partito del diritto internazionale. Ma sfugge, sfugge e delega le responsabilità che si è assunto in congresso, e poi a Sofia.
Per fortuna Emma ha rilasciato ieri una dichiarazione nella sua qualità di segretaria del Partito...
Ho sempre ritenuto che la ragione della ragionevole follia che è il Partito Radicale fosse quella di farsi strumento delle battaglie che i congressi volta per volta decidono di aprire, battaglie sulle quali soltanto ci si associa, ci si impegna a portare avanti insieme.
Se il Partito Radicale questo non è, se abbisogna di strumenti specifici per orcanizzare le proprie campagne, le campagne su cui ci si associa, il Partito Radicale diviene un punto di riferimento ideologico, cui fanno capo le battaglie organizzate. Se non è il Partito lo strumento delle campagne, delle battaglie, questo si riduce a punto di riferimento ideologico, punto di riferimento non politico, ma ideologico. Un contenitore non laico, per propria natura.