(Epoca del 17 maggio 1994) di L.G. Per tre mesi gli italiani furono divisi in due: di qui, quelli che il divorzio proprio non lo sopportavano, di là, i sostenitori della legge varata nel 1970. Si scontrarono al referendum del 1974 e si sa come finì: vinsero i divorzisti.
Oggi sembra facile, anzi banale. Ma il 28 dicembre 1970 a Luisa Benassi, 45 anni, da Modena, operaia con un figlio, il cuore batteva fortissimo in gola. E' stata lei la prima che, per smettere per sempre di essere la signora Cappi, è entrata in tribunale. La legge sul divorzio, la 898, era freschissima, approvata neanche un mese prima. Quando Luisa arrivò in tribunale per firmare l'atto che la scioglieva dal marito Alfredo dopo sette anni di separazione, trovò la stampa scatenata. E divenne, volente o nolente, un caso nazionale. Aveva un bel dire lei: "Io stavo bene anche separata, è soprattutto mio marito che ha voluto il divorzio". Per i paladini dell'indissolubilità era una donna "forse libera, ma certo infelice". Per chi, dopo tanti anni, vedeva realizzato un sogno di civiltà, era un eroina, un simbolo.
Nel 1971 un boom di richieste. A ventiquattro anni da quando gli onorevoli Fortuna (socialista) e Baslini (liberale) vinsero la loro battaglia in Parlamento, e vent'anni dopo che gli italiani hanno detto con un referendum che la legge non si tocca, oggi, per gli italiani il divorzio è un fatto normale. Una di quelle cose che, per usare il linguaggio degli anni in cui la legge nacque, è entrato nel patrimonio della nazione. La punta massima di richieste, 56 mila, fu nel 1971 (come è logico con tutte quelle unioni già sfasciate, ma costrette a continuare a esistere), poi si è mantenuta abbastanza costante (attorno alle 15 mila l'anno) con qualche picco da studiare sociologicamente (31 mila richieste nel 1988). L'ultimo dato Istat disponibile, quello che si riferisce al 1992 e ai primi sei mesi del 1993, parla di 30.452 definitivi annullamenti di matrimonio, l'ottanta per cento al Nord.
La battaglia in Parlamento. Ma questa "normalità" alla fine degli anni Sessanta era un solo sogno per la sinistra, un incubo per Chiesa e conservatori. Quando in Italia, ultimo tra i Paesi "avanzati" dell'Europa, si comincia a parlare di legge sul divorzio, il Paese si spacca. E non è solo un modo di dire. Contraria la Democrazia cristiana, ma non tutti i democristiani: un trenta per cento si dichiara a favore. Entusiasta il Partito comunista, ma critici alcuni comunisti: un 12 per cento è per il no. Il problema è sociale, ma anche di coscienza. Al Parlamento però la legge passa con i voti di Pci, Psi, Pli, Psiup, Pri. I laici esultano, la Dc (che con l'Msi ha detto no) medita la vendetta. I tentativi di modificare la legge con iter normali non approdano a nulla e così matura l'idea di chiamare gli italiani a pronunciarsi con un referendum. La scelta è solenne prima di allora c'è stata una sola consultazione di questo tipo, quella che ha portato alla scelta della Repubblica e all'abbandono della Monarch
ia.
Il referendum. Al giorno fissato, 12 maggio 1974, si arriva dopo una dura battaglia combattuta per cento giorni in strada e sui giornali: nasce l'astro Marco Pannella, il leader radicale che a colpi di digiuno e di proclami clamorosi, diventa l'uomo simbolo della resistenza anti-abrogazionista. Sì, perchè la paura che si torni indietro è tanta. Anche tra chi proprio rivoluzionario non è. Indro Montanelli scrive: "Il (...) Paese è in fondo migliore e più solido di quanto vadano dicendo certi nottoloni, annunciatori e propiziatori di malasuerte. Siamo stanchi delle loro trombe, del loro linguaggio millenaristico, dei loro giudizi manichei, del loro Gott mitt uns". Replica, meno tranquillo, l'onorevole Giulio Andreotti: "L'innocuità o il danno di una legge del genere non si possono giudicare a breve termine. Il timore è che l'esistenza del divorzio indebolisca la serietà della scelta matrimoniale, minando la coscienza dei giovani, già tanto minata da molti altri impulsi sconvolgenti". E a un Pannella che t
uona: "Il referendum è una iattura, una catastrofe di fronte alla quale qualsiasi compromesso e prezzo sono possibili e doverosi", replica Paolo VI con la consueta misura: "A noi pare che la vigente legge canonica sul matrimonio meriti fiducia come interprete e tutrice di norme sacre e fondamentali per l'uomo, per il matrimonio, per la famiglia, per la società".
La vittoria dei no. Sia come sia, gli italiani votano. E il no, il no all'abrogazione della legge, quindi il sì al divorzio, vince con quasi 5 milioni di voti di scarto. La sinistra festeggia con balli e cortei nelle strade e i radicali buttano la pasta: una mega mangiata di tortellini in piazza a Bologna mette fine al loro digiuno e alla questione divorzio in Italia.