(Rocca, Rivista della Pro Civitate Christiana, 15 maggio 1994)E'probabile che quando il Sudafrica sarà diventato uno Stato come gli altri, avvenga davvero, come ha vaticinato un irriducibile bianco di destra in un estremo tentativo di difesa »da sinistra dell'apartheid che una borghesia nera si allei con una borghesia bianca per ripetere l'eterno rito della sopraffazione dei ricchi sui poveri, e che nuove ingiustizie divisioni e lotte vengano a turbare la pace sociale. Nel travaglio della storia, i detrattori delle utopie di chi si batte per una società migliore hanno fin troppo facile gioco, per le apparenti conferme che i fatti arrecano al loro interessato pessimismo, inteso a conservare il mondo così com'è. Eppure, ogni volta che si spezzano delle catene, degli uomini si liberano e la storia fa un balzo in avanti, quello è un momento in qualche modo definitivo, il cui valore non si potrà mai più cancellare. Così è per l'evento che in questi giorni si è prodotto in Sudafrica.
C'è un'immagine che lo ha reso visibile agli occhi del nostro cuore, che lo ha fatto risuonare nel nostro io più profondo. E l'immagine di una fila composta, paziente, interminabile di neri che, sulle strade di terra battuta che innumerevoli volte i loro piedi schiavi avevano percorso, attendevano per la prima volta di poter votare per esercitare la loro sovranità, per celebrare il riconoscimento della loro pari umanità. Non avevano fretta, quei piedi finalmente liberi: che cos'è aspettare delle ore, e anche un giorno dinanzi a seggi inabituati a tale affluenza, quando quel giorno si era aspettato per tutta una vita?
E non era nemmeno solo una vita: da molto più tempo i neri aspettano che sotto ogni cielo siano riconosciuti i loro diritti, insieme a tutti i discriminati, a tutti gli esclusi, a tutti i poveri della terra. In Sudafrica la lotta era cominciata molto prima che prendesse forma il movimento di liberazione, prima che Mandela fosse gettato in carcere per la lunga iniziazione alla libertà. E' cominciato quando qualcuno ha dato voce alla coscienza degli oppressi, quando Gandhi, proprio in Sudafrica, faceva le prime esperienze di lotta nonviolenta. E' del 1908 una lettera di Gandhi a Tolstoj in cui il giovane leader indiano illustrava al grande profeta russo dell'evangelismo non violento, la lotta che egli stava conducendo nel Transvaal per rivendicare la dignità e i diritti della minoranza indiana in Sudafrica, vittima anch'essa, al pari della popolazione nera, del »pregiudizio contro gli uomini di colore vigente in quel Paese. C' era stata un'ennesima legge del potere imperiale britannico, riguardante particolar
mente gli Asiatici, che a parere di Gandhi »era umiliante e studiata per avvilire coloro cui doveva essere applicata . Gandhi convertitosi alla non violenza proprio leggendo Tolstoj, aveva lanciato un grande movimento di resistenza, pacifico e disobbediente, il cui punto di forza era che il carcere o »qualsiasi altra pena imposta dalla legge , fossero preferibili alla sottomissione alla legge. I più deboli cedettero, e circa la metà della popolazione indiana preferì andarsene, ma i più forti accettarono la strada della lotta non violenta, facendosi imprigionare, » per motivi di coscienza , alcuni fino a cinque volte, affrontando lavori forzati, sofferenze e rovina economica. Quella strada di resistenza passiva, come si sa, fu poi da Gandhi ripresa in India. Ma anche in Sudafrica quella scelta non restò senza conseguenze. Più tardi essa fece scuola tra i neri, che potevano anch'essi subire o resistere, ma l'unica cosa che non potevano fare era di andarsene, da quella che era la loro terra. Mandela, come Gand
hi sessant'anni prima, decise che affrontare la prigione era meglio che accettare, insieme al suo popolo, di »non essere per legge. Vi entrò e ne uscì ventisette anni dopo, non da vinto, ma da vincitore. La previsione di Gandhi, nel suo carteggio con Tolstoj, secondo cui la lotta degli Indiani nel Transvaal, »la più grande dei tempi moderni, per gli ideali che ha espresso sia riguardo al suo fine che ai mezzi adottati per raggiungerlo , sarebbe stata »un esempio per milioni di uomini in India e per i popoli oppressi di altre parti del mondo , si è avverata; quella lotta ha avuto successo, e proprio nel Sudafrica da cui era partita .
Questa storia ci conferma, ancora una volta, che tra la forza e la debolezza, tra la violenza e la non violenza, tra l'ingiustizia e il diritto, si gioca una partita sempre aperta, e che non appartiene affatto all'ordine naturale delle cose che a vincere siano sempre i ricchi, i potenti, i dominatori, i carcerieri e i violenti; ma che anzi, nei tempi lunghi, sono proprio i miti, i pacifici, i poveri a »possedere la terra .
La »buona notizia può dunque continuare ad essere annunciata: I prigionieri saranno liberati, parleranno i muti, cadranno i potenti dai loro troni, e neri, »coloured , indiani, zulù e ogni altro popolo e nazione, si ritroveranno in lunghe file per esercitare e celebrare il loro diritto di uomini, segno che la salvezza è un fatto non individuale ma collettivo, anticipazione di quel corteo escatologico che i profeti hanno visto, nella fede, salire al monte santo di Sion.
N.B. Il carteggio Gandhi Tolstoj si trova in: Pier Cesare Bori e Gianni Sofri, Tolstoj e Gandhi, Il Mulino, Bologna, 1985