Il seguente articolo e' stato pubblicato venerd́ 17 Giugno su "L'opinione", che ha dedicato all'argomento l'intera pagina 14 nella rubrica degli Esteri (con tre fotografie tratte dalla mostra "Kurdistan - oasi di guerra").
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Il Kurdistan, Bosnia del Medio Oriente: ancora un banco di prova per l'Occidente
UN POPOLO DIMENTICATO
di Antonio Stango
Esiste un popolo di venticinque milioni di persone che il mondo normalmente non ricorda: i curdi, il cui territorio e' diviso fra quattro Stati (Turchia, Irak, Iran e Siria), sono vittime da decenni di tentativi di genocidio, nel generale silenzio della comunita' internazionale. Stretti fra le aree slava, persiana, araba e turca, sono costretti a lottare in primo luogo per la propria stessa sopravvivenza, quindi per mantenere l'identita' etnica e linguistica; e il sogno antico di uno Stato curdo si stempera per molti dei loro leader nella realta' di un difficile raggiungimento almeno di una effettiva autonomia.
Un censimento della popolazione curda non puo' essere realizzato. Dati attendibili riportano tuttavia la presenza di dodici milioni di curdi entro i confini attuali della Turchia, sei in quelli dell'Iran, quattro in quelli dell'Irak, uno in Siria, cinquecentomila nell'ex Unione Sovietica ed in particolare in Armenia; circa un milione sono i curdi della diaspora in Paesi di altre aree. Si tratta, verosimilmente, del piu' grande popolo senza Stato del mondo.
Il Kurdistan turco - chiamato dal governo di Ankara "il Sud-Est" - e' sotto la morsa di una sostanziale occupazione militare, che vede ormai l'impiego di circa quattrocentomila uomini. Arresti di massa, ricorso sistematico alla tortura dei prigionieri, bombardamenti in zone residenziali delle citta' curde e sui campi-profughi in Irak sono normali da anni. Il quotidiano turco pro-kurdo "Ozgur Gundem" e' stato chiuso, il suo direttore arrestato, otto dei suoi giornalisti sono stati uccisi da "squadre della morte" ed un nono e' scomparso.
La Turchia e' lo Stato cui e' dedicato il maggior numero di pagine nel rapporto di Nigel Rodley per il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ed in quello del Comitato Scrittori Detenuti del PEN Club. In nessun altro Paese sono stati uccisi piu' giornalisti negli ultimi anni. Lo sforzo di sradicare l'identita' curda e' contrario a tutte le convenzioni internazionali sui diritti delle minoranze.
Circa trentacinquemila curdi dalla Turchia sono stati costretti a rifugiarsi nel Kurdistan iracheno, in condizioni di estrema indigenza. Piu' di ottanta villaggi sono stati distrutti negli ultimi due mesi, decine di altri sono isolati per lo stato di assedio imposto dalle autorita' militari turche: centinaia di persone sono state uccise, altre sono scomparse da tempo. Se il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) effettua atti di terrorismo, incluso in alcuni casi l'omicidio di collaborazionisti ed informatori delle autorita' militari turche - come evidenzia un recente rapporto dell'Helsinki Watch americano -, il governo di Ankara non fa nulla per trovare una soluzione politica della questione: si e' giunti invece a far aprire il fuoco, uccidendo decine di persone, su dimostrazioni pacifiche, in particolare in occasione del Capodanno curdo che si celebra il 21 Marzo. Mai i responsabili di queste repressioni, cosi' come delle torture dei detenuti, sono stati puniti. In questo modo, sembra che lo stermini
o sia la sola soluzione che il nazionalismo turco al potere intenda effettivamente perseguire, sulla scorta della tragica soluzione finale, negli anni Dieci, della questione armena. E la Turchia, pur con diverse ma insufficienti contestazioni, fa parte della CSCE, della NATO e del Consiglio d'Europa, ed ha avuto l'ardire di chiedere l'adesione alla stessa Comunita' - ora Unione - Europea.
E' da notare, fra l'altro, che la Turchia ha ricevuto dagli Stati Uniti a fondo perduto centinaia di milioni di dollari ogni anno per "assistenza militare", oltre che velivoli ed attrezzature militari in eccesso, fino al 1992; su pressione delle organizzazioni per i diritti umani, nel 1993 quattrocentocinquanta milioni di dollari per "assistenza militare" sono stati dati solo in forma di prestito, mentre sono stati donati centoventicinque milioni di dollari per "sostegno economico". La Turchia ha dunque un vitale bisogno di ricevere - a vario titolo - denaro ed aiuti occidentali, e sarebbe quindi estremamente agevole, oltre che doveroso, esercitare delle pressioni rigorose per esigere da parte turca il rispetto dei diritti della persona e di quelli delle minoranze.
La minoranza curda gode di una serie di diritti, quale quello alla lingua anche nelle scuole, su pubblicazioni periodiche ed in trasmissioni radiofoniche, nella sola Armenia. Non e' invece riconosciuta in Siria, dove il territorio curdo occupa una fascia ristretta a ridosso del confine con la Turchia e con l'Irak e sono presenti colonie curde anche a Damasco e ad Aleppo; sono violati dal regime di Assad, come e' intuibile, tutti i diritti spettanti alle minoranze, anche se negli ultimi anni non si registrano forme violente di repressione. Circa duecentomila fra i curdi siriani non hanno cittadinanza, altri sono stati sottoposti a forti politiche di arabizzazione, e' proibito anche possedere libri in lingua curda. D'altra parte, e' politica tradizionale della Siria tollerare, con tentativi di infiltrazione, alcuni partiti curdi che si presume possano avere un effetto destabilizzante nel vicino Irak.
In Iran, dopo un momento importante per la storia curda come l'esistenza di una repubblica curda di Mahabad fra il 1946 e il 1947, fino al suo annientamento da parte delle truppe iraniane, tanto il regime dello scia' Reza Pahlavi quanto quello degli ayatollah hanno finito col negare qualsiasi forma di autonomia e con l'esercitare un severo controllo poliziesco e militare; va aggiunto che uno dei fondamenti ideologici della repubblica islamica e' la negazione del concetto di nazione in favore di quello di "comunita' dei credenti". Gli anni fra il 1979 ed il 1989, in gran parte coincidenti con la guerra fra Irak ed Iran, hanno visto le truppe iraniane combattere anche contro i curdi, provocando circa cinquantamila vittime fra la popolazione non in armi ed uccidendo in battaglia oltre quattromila peshmerga, i guerriglieri curdi il cui nome significa "coloro che stanno di fronte alla morte".
Infine, nell'Irak di Saddam Hussein sono avvenute negli anni Ottanta le repressioni e le stragi di maggiori proporzioni. In Irak, la questione e' complicata dalla presenza, nella regione curda di Kirkuk, del settanta per cento del petrolio iracheno, mentre il regime ha investito annualmente nel Kurdistan, finche' ne ha esercitato la giurisdizione effettiva, solo il cinque per cento dei proventi petroliferi. Una vera guerra per l'indipendenza del Kurdistan iracheno venne combattuta sulle montagne fra il 1974 ed il 1975 da decine di migliaia di peshmerga finche' poterono contare sugli aiuti, in funzione anti-irachena, dall'Iran dello scia', mentre l'Irak era sostenuto anche militarmente dall'Unione Sovietica; l'accordo di Algeri del 6 Marzo 1975 fra lo scia', d'intesa con gli Stati Uniti, e Saddam Hussein lascio' pero' quest'ultimo libero di intraprendere la prima di una serie di azioni di sterminio: migliaia di curdi morirono nel tentativo di rifugiarsi in Iran, i prigionieri vennero passati per le armi, ce
ntinaia di villaggi vennero bombardati e distrutti. La regione di Kirkuk fu successivamente sottoposta ad una violenta arabizzazione; gli oppositori politici curdi vennero uccisi, i loro corpi fatti scomparire con acido solforico. Dal 1987 - durante la guerra contro l'Iran -, Saddam fece ricorso sistematicamente contro i curdi alle armi chimiche: sono probabilmente dodicimila le vittime del bombardamento con i gas effettuato sulla citta' curda di Halabya il 16 Marzo del 1988, una delle date piu' tragiche della storia di questo secolo.
Dopo l'ultima "Guerra del Golfo", la zona di non sorvolo e l'arretramento delle truppe irachene imposti dalle Nazioni Unite hanno reso possibile un'autonomia di fatto della maggior parte - esclusa pero' la regione petrolifera - del Kurdistan iracheno, con la tenuta di elezioni, la gestione del funzionamento di scuole e di altre istituzioni ed il controllo militare delle montagne in mano ai curdi. I peshmerga continuano tuttavia ad imbracciare le armi: la gente sa che un improvviso cambiamento nelle relazioni internazionali potrebbe ancora una volta dare il "via libera" ad una nuova ondata di stermini.
La diversita' di intenti e di metodi fra le numerose forze politico-militari curde nei quattro Stati in cui il Kurdistan e' diviso non favorisce una soluzione pacifica e stabile della questione curda, una delle maggiori dell'area medio-orientale. La comunita' internazionale, la CSCE, i Paesi democratici vi trovano pero' un banco di prova, che non potranno ignorare a lungo, della loro piu' volte proclamata volonta' di difendere la vita ed il diritto. E' una delle "Bosnie" dimenticate, di fronte alle quali e' sempre piu' urgente che l'Occidente smetta di mostrarsi impotente.