Bello l'intervento di Angiolo, ma su un punto non mi convince, sul punto della negatività del nazionalismo, che egli pone come dato.Che questo valore io lo valuti personalmente come negativo ed estraneo, nemico, anche, non ci piove.
Ma dal nazionalismo non può prescindersi, come non può prescindersi dalla constatazione che è quello il vero valore vincente, oggi.
Combatterlo contrapponendo un valore opposto non mi sembra efficace, come dimostra la storia e la cronaca di oggi.
Probabilmente l'essere umano è nazionalista... E la scelta di conseguenza non è tra nazionalismo o non, ma tra genere umano o altro... Per ora, almeno.
A mio parere il punto è altrove, ed è nella forma della nazione e del nazionalismo, nello sbocco istituzionale, quindi politico.
Rispetto a duecento anni fa è cambiato tutto, non la nozione di stato. Ancora, lo stato e la nazione sono la stessa cosa, e lo stesso Angiolo sembra bloccato alla concezione per cui la nazione e lo stato sono concettualmente la stessa cosa.
Credo che il punto, il capo da doppiare, culturalmente e politicamente, sia proprio questo. Che è quello dello sbocco istituzionale della nazione e del nazionalismo.
Il nazionalismo ci impone il suo terreno di confronto, che è quello per cui ogni popolo ha diritto ad uno stato, ad autogovernarsi, senza che si ponga in discussione il concetto di autogoverno come identico, sovrapposto a quello di stato.
Noi si dovrebbe essere capaci di opporre un terreno diverso: quello per cui la nazione, sacrosanta quanto si vuole, non è detto che debba essere automaticametne fonte di rivendicazione di territorio.
Se oggi perfino l'economia - da parecchi decenni - non è più strettamente connessa al territorio che produce o su cui sono insediate le fabbriche, sembra incongruo che la politica, le istituzioni, il sistema istituzionale e politico e amministrativo sia invece al territorio, al territorio delimitato da confini, così strettamente vincolato.