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Partito Radicale Danilo - 27 luglio 1994
NON C'E' PACE SENZA GIUSTIZIA

A cura e a spese del Comitato Non c'è pace senza giustizia è stato tradotto dall'inglese il RAPPORTO FINALE DELLA COMMISSIONE DI ESPERTI ISTITUITA CONFORMEMENTE ALLA RISOLUZIONE 780 DEL 1992 DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE.

Alla commissione, presieduta dal professor Cherif Bassiouni, era stato affidato il compito - come si legge nella lettera di accompagnamento al rapporto a firma del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros-Ghali e rivolta al Consiglio di Sicurezza - di "esaminare e analizzare informazioni che corcernono le prove sulle gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra ed altre violazioni del diritto umanitario internazionale, commesse sul territorio della ex Jugoslavia".

______________

Lettera del Segretario Generale al Presidente del Consiglio di Sicurezza

27 maggio 1994

Con la Risoluzione 780 (1992) del 6 ottobre 1992, il Consiglio di Sicurezza ha richiesto l'istituzione di una Commmissione di Esperti per esaminare ed analizzare informazioni che concernono le prove sulle gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra ed altre violazioni del diritto umanitario internazionale, commesse sul territorio della ex Jugoslavia. Il 26 ottobre del 1992, ho nominato 5 membri, con a capo il Professor Frits Kalshoven, e dopo le sue recenti dimissioni, è subentrato il Professor Cherif Bassiouni. La mia relazione sull'istituzione della Commissione di Esperti è stata sottoposta al vaglio del Consiglio il 14 ottobre 1992 (S/24657).

La Commisssione ha iniziato il suo lavoro nel novembre del 1992 e lo ha concluso nell'aprile del 1994. Durante questo periodo ci sono state 12 sessioni e sono stati condotti una serie di studi e di indagini sul posto, usando, a tal fine, l'aiuto dei Governi e delle ONG. La Commissione si è avvalsa, inoltre, di un archivio elettronico, designato a fornire dati su tutte le violazioni accertate delle Convenzioni di Ginevra e di altre violazioni del diritto umanitario internazionale. I due rapporti provvisori, che descrivono il suo lavoro e le sue prime conclusioni, sono state inoltrate al Consiglio di Sicurezza con le mie lettere del 9 febbraio 1993 (S/25274) e del 5 ottobre 1993 (S/26545).

Il rapporto finale della Commissione comprende: una sintesi del suo lavoro dal momento del suo insediamento, il suo mandato, la sua struttura e metodo di lavoro, il suo parere su testi giuridici selezionati di particolare importanza per quanto riguarda la ex Jugoslavia, uno studio generale sulla struttura militare delle "fazioni belligeranti" con relative tattiche e strategie, e considerevoli scoperte su presunti crimini, tra i quali la "pulizia etnica", il genocidio ed altre numerose violazioni dei diritti umani elementari, stupro, violenze sessuali e distruzione dei beni culturali, commessi in varie zone della Bosnia-Erzegovina.

Sulla base delle informazioni raccolte, esaminate ed analizzate, la Commissione ha concluso che le gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e delle altre norme di diritto umanitario internazionale sono state commesse sul territorio della ex Jugoslavia su larga scala ed eseguite in modo brutale e feroce. La pratica della cosiddetta "pulizia etnica" e, in particolare, dello stupro e delle violenze sessuali è stata compiuta da alcune delle parti in conflitto, in modo così sistematico, che sembrano seriamente essere parte di un disegno politico, cosa che può essere anche supposta considerando il consistente fallimento ad ostacolare il perpetrarsi di tali crimini e a perseguire e punire i colpevoli.

Il rapporto finale comprende parecchi allegati contenenti indagini e ricerche che ne costituiscono la parte integrante. Nella sua lettera del 6 maggio 1994, il Capo della Commissione mi ha chiesto che gli allegati fossero pubblicati, sebbene, a causa del costo e del volume del lavoro (circa 3000 pagine), è stato suggerito che fossero pubblicati solo in inglese con i fondi in eccedenza del Trust Fund della Commissione di Esperti.

Ho esaminato accuratamente il rapporto finale della Commissione e ritengo di dover condividere pienamente le conclusioni a cui è pervenuta. La Commissione ha, a mio parere, adempiuto il mandato affidatogli dal Consiglio di Sicurezza con la Risoluzione 780 (1992) e sono sicuro che il materiale raccolto ed analizzato dalla Commissione aiuterà enormemente il Tribunale Internazionale nel perseguire i responsabili delle gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, commesse sul territorio della ex Jugoslavia dal 1991, adempiendo così al suo mandato. Su mia direttiva, l'archivio elettronico e tutte le informazioni raccolte dalla Commissione, nel corso del suo lavoro, sono state inviate all'Ufficio del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale.

Come da paragrafo 4 della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 780 (1992), trasmetto al Consiglio il rapporto finale della Commissione di Esperti, istituita a seguito della Risoluzione del Consiglio di Sicureza 780. Gli allegati saranno inviati ai membri del Consiglio appena disponibili.

Boutros Boutros-Ghali.

Allegato

Rapporto finale della Commissione di Esperti istituita conformemente alla Risoluzione 780 (1992) del Consiglio di Sicurezza

INDICE

I. MANDATO, STRUTTURA E METODI DI LAVORO pag.1-407

A. Mandato

B. Composizione

C. Metodi di lavoro

D. Finanziamento del lavoro della Commissione

E. Coordinamento e Cooperazione con altre strutture e organizzazioni

F. Metodi d'indagine usati dalla Commissione

1. Raccolta ed analisi delle informazioni

2. Missioni d'indagine

3. Informazioni raccolte dai Governi di vari Paesi

4. Testimonianze

G. Piano di lavoro della Commissione

H. Conclusione dei lavori

I. Ringraziamenti

J. La natura del rapporto

II. IL DIRITTO APPLICABILE

A. Carattere internazionale e non-internazionale del conflitto

B. Gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e del Protocollo I e II

C. Il diritto internazionale consuetudinario del conflitto armato

D. La responsabilità del Comando

E. Gli ordini dei superiori

F. Le rappresaglie

G. L'ingerenza nei confronti dei convogli di aiuto umanitario

H. I crimini contro l'umanità

1. Il conflitto armato

2. Le persone protette

3. I reati che costituiscono crimine contro l'umanità

4. La natura sistematica e diffusa dei reati

I. Il genocidio

1. La capacità di distruzione di un gruppo

2. I gruppi protetti

3. L'intento

4. Atti che costituiscono crimine di genocidio

5. Azioni punibili

6. Colpevolezza.

7. Lo statuto del tribunale internazionale, istituito per perseguire i responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale commesse sul territorio della ex Jugoslavia dal 1991

J. Gli aspetti legali relativi allo stupro e alle altre violenze sessuali

III. STUDI GENERALI

A. La struttura militare delle fazioni in lotta e le strategie e tattiche impiegate

B. La "pulizia etnica"

IV. Scoperte significative

A. Lo studio di Optina Prijedor, un distretto nel nord-ovest della Bosnia: presunto genocidio e numerose violazioni di diritti umani elementari

1. Descrizione generale

2. I serbi prendono il potere il 30 aprile 1992

3. Conseguenze immediate della presa di potere da parte serba

4. Le maggiori operazioni militari serbe nel distretto

5. Campi di concentramento e deportazioni

6. La strategia della distruzione

7. La totale mancanza di protezione per i non-serbi

8. Responsabilità

9. Conclusioni

B. La battaglia e l'assedio di Sarajevo

1. La composizione e posizione delle forze dentro e fuori la città

2. Posizione e caratteristiche dell'artiglieria

3. La frequenza dei bombardamenti

4. Il bombardamento sistematico di bersagli specifici

5. Un disegno di bombardamento non mirato

6. Il legame tra i bombardamenti e i fatti politici

C. Le indagini su Sarajevo

D. Le indagini a Medak Pocket

E. Strutture di detenzione

1. I campi del Governo bosniaco

2. I campi croato-bosniaci, del Consiglio di Difesa croato, del Governo e dell'Esercito croati

3. I campi della "Repubblica serbo-bosniaca"

F. Lo stupro ed altre forme di violenza sessuale

1. Lo studio sullo stupro e le altre violenze sessuali: l'archivio elettronico della Commissione

2. Lo studio pilota sullo stupro

3. Lo stupro e le altre violenze sessuali: interviste alle vittime e ai testimoni

G. Le fosse comuni

H. L'indagine sui luoghi di sepoltura ad Ovara, nei pressi di Vukovar (UNPA, Settore Est, Croazia)

I. Le indagini sui luoghi di sepoltura nei pressi di Pakra ka Poljana (UNPA, Settore Ovest, Croazia)

J. La distruzione dei beni culturali

K. Le indagini a Dubrovnik

L. Le indagini su zone radioattive (UNPA, Settore Ovest)

V. CONCLUSIONI GENERALI E SEGNALAZIONI

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I. MANDATO, STRUTTURA E METODO DI LAVORO

A. Il mandato

1. Il 6 ottobre 1992, il Consiglio di Sicurezza ha adottato la Risoluzione 780 (1992), con la quale si richiedeva al Segretario Generale l'istituzione di una Commissione di Esperti per esaminare ed analizzare, inter alia, informazioni conformi alle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 771 (1992) del 13 Agosto 1992 e 780 (1992) del 6 Ottobre 1992, al fine di fornire al Segretario Generale prove sulle violazioni delle Convenzioni di Ginevra e di altre violazioni del diritto umanitario internazionale, commesse sul territorio della ex Jugoslavia.

2. Inoltre, nella risoluzione 787 (1992) del 16 Novembre 1992, il Consiglio di Sicurezza ha richiesto alla Commissione, inter alia, di procedere attivamente con le sue indagini, in particolare quelle sulla pratica della "pulizia etnica".

3. Tenendo presente le indicazioni nel rapporto provvisorio della Commissione di Esperti (S-25274, allegato I, (qui in avanti il primo rapporto provvisorio), il Consiglio di Sicurezza ha deciso con la Risoluzione 878 (1993) del 22 Febbraio 1993 l'istituzione di un tribunale internazionale per perseguire i responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, commesse sul territorio della ex Jogoslavia dal 1991. Il 25 Maggio 1993, il Consiglio, con la risoluzione 827 (1993) sotto il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, ha adottato lo statuto del Tribunale Internazionale, istituito per perseguire i responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario intenazionale, commesse sul territorio della ex Jugoslavia dal 1991, contenuto nella relazione del Segretario Generale (S/25704 allegato). A tal fine, il Consiglio, in attesa della nomina del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale, ha chiesto alla Commissione di continuare con una certa solerzia la raccolta di informazioni,

conformemente al suo mandato.

4. La Commissione ha raccolto le informazioni fornitele da differenti organismi e strutture del sistema delle Nazioni Unite. In particolare, ha tenuto presente la Risoluzione dell'Assemblea Generale 47/147 del 18 Dicembre 1992, nella quale l'Assemblea riaffermava che tutti coloro che eseguono o autorizzano crimini contro l'umanità o altre violazioni del diritto umanitario internazionale sono individualmente responsabili di quelle violazioni, e che la Comunità Internazionale adopererà ogni sforzo per processarli, e richiederà a tutte le parti in conflitto di fornire alla Commissione qualsiasi informazione pertinente.

B. Composizione

5. Conforme al paragrafo 3 della risoluzione 780 (1992), il Segretario Generale ha presentato il 14 Ottobre 1992 una relazione al Consiglio di Sicurezza (S/24657), nella quale indicava il modo in cui intendeva applicare la risoluzione. Il 26 Ottobre 1992, il Segretario Generale ha annunciato la nomina del Capo della Commissione e di quattro suoi membri .

6. Al 26 Ottobre 1992 la Commissione era composta da Frits Kalshoven (Olanda) in qualità di Capo della Commissione, da M. Cherif Bassiouni (Egitto), da William J. Fenrick (Canada), da Keba M'baye (Senegal) e da Torkel Opsahl (Norvegia).

7. Il 19 Ottobre 1993, a seguito delle dimissioni di Kalshoven per motivi di salute, e della morte prematura di Opsahl, la Commissione è stata ricostituita. Di conseguenza, il Segretario Generale ha nominato Bassiouni a presiedere la Commissione, e Christine Cleiren (Olanda) e Hanne Sophie Greve (Norvegia)

come nuovi membri.

C. Metodi di Lavoro

8. I metodi di lavoro della Commissione sono stati definiti da norme di procedura, adottate nel gennaio 1993 (S/25274, allegato 1, appendice).

9. La Commissione si è riunita in 12 sessioni, durante le quali sono stati discusse una serie di importanti questioni metodologico-organizzative, relative al suo mandato. (nota1) Durante la sessione finale, la Commissione ha adottato, unanimemente, il presente rapporto.

10. Conforme alla legge 10, paragrafo 1, delle sue norme di procedura, la Commissione ha nominato dei relatori per le varie questioni generali e non. Così, Bassiouni è stato nominato Relatore per la Raccolta ed Analisi dei Fatti; Fenrick, Relatore per le Indagini sul Posto, come anche Relatore per le Questioni di Diritto; Greve, Relatrice del Progetto Prijedor. A M'baye e a Cleiren è stato assegnato lo Studio e il Rilevamento della Distruzione dei Beni Culturali e, rispettivamente, gli Aspetti Giuridici delle Violenze Sessuali.

11. Secondo la legge 10, paragrafo 2, delle norme di procedura, la Commissione ha sottoposto al Segretario Generale due rapporti provvisori che sono stati approvati dalla Commissione alla sua terza e settima sessione, rispettivamente (S/25274, allegato 1 e S/26545, allegato (di qui in avanti secondo rapporto provvisorio)).

D. Finanziamento del lavoro della Commissione

12. I fondi per finanziare i lavori della Commissione sono stati forniti, in parte, dal budget ordinario delle Nazioni Unite (Ufficio Degli Affari Legali) e dal Trust Fund per la Commissione di Esperti, istituito il 26 marzo 1993, conformemente alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza 780 (1992).

13. Sebbene il Segretario Generale avesse previsto di affrontare le spese della Commissione il più possibile attraverso le risorse esistenti, la Commissione si è munita di fondi addizionali per un periodo di nove mesi, dal 1 dicembre 1992 al 31 agosto 1993. Questo finanziamento ha coperto le spese di retribuzione e di viaggio dei membri, come anche quelle di viaggio e soggiorno dei membri e dell'equipe assegnata dall'Ufficio degli Affari Legali. Il fondo aggiuntivo ha anche permesso di pagare le spese per una assistenza temporanea, e ha permesso l'assunzione di due segretari.

14. Alla fine dell'agosto 1993, con la scadenza del periodo iniziale di budget, la Commissione ha informato che i fondi avrebbero dovuto essere stanziati per coprire la sua attività fino al 31 dicembre 1993, ovvero il budget dell'Ufficio degli Affari Legali.

15. All'inizio del 1994, la Commissione è stata informata che non ci sarebbe stata alcuna assegnazione per finanziare l'attività della Commissione con il budget ordinario e che solo tre cariche professionali sarebbero state fornite dall'Ufficio degli Affari Legali. Tutte le altre spese, incluse le missioni d'indagine e le retribuzioni, il viaggio e il soggiorno dell'equipe di segreteria, come anche la retribuzione dei due segretari e di un assistente amministrativo saranno affrontate dal Trust Fund.

16. Come su menzionato, il Segretario Generale ha istituito il 16 marzo 1993 un Trust Fund per aiutare il lavoro della Commissione. Il 24 maggio 1993 ha chiesto ai Governi di aiutare la Commissione in termini di risorse finanziarie e umane. La somma totale di contributi al Trust Fund è stata di $ 1.320.631 I contributi al Trust Fund, comunque, non sono stati disponibili prima del luglio/agosto 1993. Le indagini della Commissione sono state finanziate dal Trust Fund.

17. L'archivio elettronico della Commissione è stato finanziato esclusivamente con i fondi messi a disposizione dall'Istituto Internazionale per i Diritti Umani della DePaul University. Quel finanziamento ammontava a più di 1 milione di dollari al 30 aprile 1994. (nota2)

E. Coordinamento e Cooperazione con altre strutture e organizzazioni

18. La Commissione si è impegnata, sin dall'inizio del suo lavoro, a stabilire un rapporto di cooperazione e di coordinamento con altre strutture delle Nazioni Unite e organizzazioni intergovenative e non governative, interessate alla situazione sul territorio della ex Jugoslavia. Ha tenuto in considerazione, in particolare, la richiesta della Commissione sui Diritti Umani, contenuta nella sua risoluzione 1992/S-2/1 del primo dicembre 1992, di una più stretta possibile cooperazione con il Relatore Speciale della Commissione, Tadeusz Mazowiecki.

F. Metodi di indagine usati dalla Commissione

19. La Commissione ha usato tre metodi di indagine

1) Raccolta ed analisi delle informazioni inviate o richieste dalla Commissione

2) Missioni di indagine nei territori della ex Jugoslavia o in altri Paesi al fine di ottenere ulteriori informazioni, testimonianze e, ove possibile, prove

3) Informazioni raccolte, per conto della Commissione, dai Governi di vari Paesi.

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1. Raccolta ed analisi delle informazioni

20. Secondo le richieste contenute nelle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 771 (1992) e 780 (1992), e attraverso altre fonti, la Commissione ha ricevuto più di 65mila pagine di documentazione - scritta o filmata - contenenti dichiarazioni di gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e del diritto umanitario internazionale, commesse sul territorio dell'ex Jugoslavia (vedi allegato I.A). In aggiunta, la Commissione ha richiesto, da varie fonti, documentazione ed informazioni aggiuntive sulla situazione in ex Jugoslavia. L'analisi di un così vasto volume di dichiarazioni tende a confermare l'alto numero di vittime riportato su larga scala, sebbene la Commissione non abbia ancora potuto verificare tutte le informazioni contenute in questi rapporti.

21. Dal Dicembre 1992, la Commissione ha costituito un archivio elettronico destinato a fornire dati consistenti, comprensibili ed utilizzabili circa le violazioni gravi delle Convenzioni di Ginevra e del diritto umanitario internazionale, commesse sul territorio della ex Jugoslavia. Questo archivio è stato creato all'International Human Rights Law Institute della De Paul University di Chicago, sotto la supervisione del Professor Bassiouni, Relatore della Raccolta ed Analisi dei Fatti, nonché Presidente dell'Istituto e Presidente della Commissione. Le informazioni archiviate arrivano da parecchi Governi, da organizzazioni non-governative, come da organizzazioni intergovernative e da settori delle Nazioni Unite. L'archivio elettronico contiene, anche, informazioni provenienti da altre fonti e da notizie fornite dai mass media.

22. L'archivio elettronico verrà trasferito nell'Ufficio del Pubblico Ministero del Tribunale ad hoc.

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2. Missioni d'indagine

23. Tra i metodi d'indagine usati dalla Commissione vi è quello della spedizione di missioni d'indagine nel territorio della ex Jugoslavia o in altri Paesi che hanno accolto profughi jugoslavi, per poter ottenere maggiori informazioni, testimonianze e, ove possibile, prove.

24. La Commissione ha formato 32 missioni con l'obiettivo di organizzare o di condurre le indagini.

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3. Informazioni raccolte dai Governi di vari Paesi

25. Parecchi Governi hanno aiutato la Commissione nella raccolta di prove, soprattutto nei loro Paesi. Questi sono: Austria - Germania - Paesi Bassi - Norvegia - Stati Uniti.

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4. Testimonianze

La Commissione ha ricevuto numerose testimonianze per cui ha dovuto lavorare con una procedura di estrema sicurezza, sia per le vittime che per i testimoni

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G. Piano di lavoro della Commissione

27. Nel suo primo rapporto la Commissione aveva adottato un piano di lavoro che prevedeva:

a) Creazione dell'archivio elettronico

b) Lavoro di indagine accurata su:

- Uccisioni di massa e distruzione della proprietà

- Trattamento dei prigionieri e dei detenuti

- Sistematicità delle violenze sessuali

- "Pulizia etnica"

28. Questo piano di lavoro è stato approvato dal Segretario Generale con la sua lettera del 9 febbraio '93 al Presidente del Consiglio di Sicurezza.

29. In seguito, al piano di lavoro è stato aggiunto uno studio specifico relativo all'area di Prijedor.

30. Tenendo conto del personale, del tempo a disposizione e delle limitate risorse finanziarie, la Commissione ha dovuto seguire un metodo selettivo di lavoro. Non è stato possibile indagare in modo esaustivo sui diversi casi per verificare tutte le violazioni del diritto umanitario internazionale, commesse sul territorio della ex Jugoslavia. Nella scelta e nel metodo seguito nel condurre le indagini, la Commissione ha cercato di essere sempre imparziale.

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H. Conclusione dei lavori

31. Con la Risoluzione 827 del 1993, il Consiglio di Sicurezza, essendo ancora pendente la nomina del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale, ha chiesto alla Commissione di provvedere urgentemente a raccogliere le informazioni, secondo il suo mandato. (nota3)

32. Il 14 Dicembre '93, la Commissione è stata informata che, alla luce dell'istituzione del Tribunale e della nomina del Pubblico Ministero, doveva concludere il rapporto e trasferire i documenti e l'archivio elettronico al Tribunale entro il 30 aprile '94.

33. In una lettera del 2 marzo 1994, l'allora Supplente del Sotto-Segretario Generale in carica dell'Ufficio degli Affari Legali ha richiesto alla Commissione che tutte le informazioni a sua disposizione fossero tramesse all'Ufficio del Pubblico Ministero. Il trasferimento di tutta la documentazione è stato ultimato prima che il presente rapporto fosse sottoposto al Segretario Generale.

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I. Ringraziamenti

34. La Commissione ringrazia, per il sostegno ricevuto, i seguenti Governi: Austria, Bosnia-Erzegovina, Canada, Croazia, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Islanda, Liechtenstein, Micronesia (Stati Federati), Marocco, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Slovenia, Svezia, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e Jugoslavia.

35. Questo sostegno si è espresso in termini finanziari informa di contributi al Volontary Trust Fund,(nota4) assistenza nella ricerca di testimoni e sostegno generale alle indagini della Commissione, particolarmente da parte dei Governi di Croazia, Bosnia-Erzegovina, Slovenia e Repubblica Federale di Jugoslavia.

36. La Commissione ringrazia, inoltre, l'UNPROFOR per il supporto amministrativo e logistico.

37. La Commissione ringrazia per il loro contributo le numerose Organizzazioni non governative, ma in particolare meritano di essere menzionate: Physicians for Human Rights e Human Rights Watch Helsinki.

J. La natura del rapporto

38. Il mandato della Commissione è unico nella storia delle Nazioni Unite ed anche significativamente ampio. Questo rapporto rispecchia solo in parte il lavoro e le analisi fatte dalla Commissione, in circostanze difficili e restrittive. Gran parte del suo lavoro è contenuto negli allegati che la Commissione considera come parte integrale del rapporto. Essa attende che il Segretario Generale pubblichi gli allegati in modo da rendere completo il presente rapporto. (nota5)

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II. Diritto applicabile

41. La Commissione ha scelto di esprimere un parere su questioni legali, selezionate in base al loro particolare significato per la comprensione del contesto relativo alle violazioni del diritto umanitario internazionale, commesse sul territorio della ex Jugoslavia. Il mandato della Commissione è quello di fornire al Segretario Generale, nelle sue conclusioni, le indicazioni sulle violazioni e non fornire un analisi di tipo legale. Sarà il tribunale internazionale ad occuparsi degli accertamenti legali legati ai singoli casi.

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A. Carattere internazionale e non-internazionale del conflitto

42. La classificazione in internazionale e non internazionale dei vari conflitti nell'ex Jugoslavia dipende da importanti questioni di fatto e di diritto.

Se un conflitto viene classificato come internazionale, allora le gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra (nota6) (incluso il Protocollo Aggiuntivo)(nota7) si applicano come violazioni alle leggi e alle consuetudini del diritto di guerra. Il trattato e il diritto consuetudinario applicabile ai conflitti armati internazionali è ben definito.

Il regolamento designato per un conflitto armato interno è dato dal comune art. 3 delle Convenzioni di Ginevra, dal II Protocollo Aggiuntivo del '77 (nota8) e dall'art. 19 della Convenzione dell'Aja per la Tutela del Patrimonio Culturale in caso di Conflitto Armato. (nota9) Queste fonti legali non usano le definizioni "gravi violazioni" o "crimini di guerra". Inoltre, il contenuto del diritto consuetudinario applicabile nei conflitti armati interni è dibattuto. Ne risulta, in generale, che a meno che le parti in conflitto non vengano ad altri accordi, i soli reati commessi in un conflitto armato interno, per i quali esiste una giurisdizione internazionale, sono "i crimini contro l'umanità e il genocidio", applicati indifferentemente alla classificazione del conflitto.

43. Per essere precisi, i maggiori conflitti nella ex Jugoslavia sono avvenuti in Croazia e in Bosnia-Erzegovina.

Stabilire quando questi conflitti siano nazionali o internazionali, è una impresa difficile perchè i fatti legalmente rilevanti non sono ancora stati concordati. E' questo uno dei compiti del Tribunale Internazionale.

44. Tuttavia, come indicato dal paragrafo 44 del primo rapporto ad interim, la Commissione è del parere che le caratteristiche e la complessità, relative al conflitto armato, combinate con la rete del diritto umanitario e degli accordi che le parti hanno concluso tra loro, giustifica l'approccio della Commissione nell'applicare il diritto applicabile ai conflitti internazionali all'intero conflitto armato sul territorio dell'ex Jugoslavia.

B. Gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 1949 e dei Protocolli I e II

45. Come "gravi violazioni" sono definite le maggiori violazioni del diritto internazionale umanitario che possono essere perseguite da ciascuno Stato sulla base della giurisdizione internazionale. Gravi violazioni son elencate nell'art. 50 della Prima Convenzione di Ginevra (feriti e ammalati), nell'art. 51 della Seconda Convenzione di Ginevra (marittimo), art. 130 della Terza Convenzione di Ginevra (prigionieri di guerra), e l'art. 147 della Quarta Convenzione di Ginevra (civili) del 1949. Gravi violazioni sono anche elencate nell'art.11 paragrafo 4, e 85 del Protocollo Aggiuntivo del 1977. Le "gravi violazioni" previste nelle Convenzioni di Ginevra e nel I Protocollo sono degne di nota solo durante un conflitto armato internazionale. L'articolo 3, comune alle Convenzioni di Ginevra e al II Protocollo Aggiuntivo del 1977, sono applicabili nel caso di conflitti armati interni, ma nessuno di questi documenti fa alcun riferimento alle gravi violazioni.

46. All'interno di tutte e quattro le Convenzioni, le gravi violazioni vietano, inter alia, l'omicidio premeditato, la tortura, lo stupro o il trattamento disumano delle persone protette, incluse le sperimentazioni biologiche, che, intenzionalmente, causano grandi sofferenze o serie offese al corpo e alla salute, vaste ditruzioni e appropriazioni della proprietà, non giustificate da necessità militari e al di fuori della legalità.

47. Nel caso dei prigionieri di guerra, è considerata anche violazione grave il costringere un prigioniero di guerra ad entrare in forza nell'esercito nemico o privarlo del suo diritto ad un giusto e regolare processo. Nel caso dei civili nelle mani della parte avversa, è considerato come grave violazione:

a) Deportare o trasferire illegalmente un prigioniero;

b) Confinare illegalmente un prigioniero;

c) Costringere un prigioniero a servire l'esercito nemico;

d) Privare volontariamente un prigioniero del diritto ad un giusto e regolare processo;

c) Tenere persone in ostaggio.

48. L'art. 11 del I Protocollo Aggiuntivo elenca un certo numero di pratiche mediche, considerate gravi violazioni del Protocollo.

49. All'art. 85, paragrafo 3, del I Parotocollo Aggiuntivo, i seguenti atti costituiscono gravi violazioni se commessi intenzionalmente, in violazione degli articoli rilevanti del Protocollo, e se causano morte o serie offese fisiche e psicologiche:

"a) Fare della popolazione civile o dei singoli oggetto di attacchi;

"b) Lanciare un indiscriminato attacco nei confronti della popolazione civile o di obiettivi civili, sapendo che un tale attacco causerebbe perdite umane, danni ai civili e alle cose...;

"c) Lanciare una attacco contro centri produttivi o installazioni contenenti sostanze nocive nella consapevolezza e causerebbe perdite umane, danni ai civili e alle cose...;

"d) prendere come bersaglio zone non-protette e demilitarizzate;

"e) Prendere una persona come bersaglio, sapendo che è estranea al combattimento;

"f) L'uso improprio dello stemma della croce rossa, della mezzaluna rossa o del leone rosso, del sole o di altri simboli riconosciuti dalla Convenzione e dal Protocollo."

50. Il I Protocollo Aggiuntivo prevede anche, nell'art. 85, al paragrafo 4, che determinati atti costituiscono gravi violazioni se commessi intenzionalmente e in violazione della Convenzione o del Protocollo, vale a dire:

"a) Il trasferimento da parte di una Forza Occupante di parti della propria polazione civile in un territorio occupato, o la deportazione o trasferimento di tutta la popolazione di quel territorio entro o fuori di questo territorio..;

"b) L'ingiustificato ritardo nel rimpatrio di prigionieri di guerra o civili

"c) La segregazione o altre pratiche disumane e degradanti, basate sulla discriminazione razziale e che rappresentano un'offesa alla dignità umana;

"d) Il prendere come bersaglio monumenti storici, opere d'arte o luoghi di culto, che costituiscono l'eredità culturale e religiosa dei popoli e degni un trattamento speciale, determinandone la loro massiccia distruzione;

"e) Il privare qualsiasi persona, protetta dalle Convenzioni o dal Protocollo, del diritto a un regolare processo

51. Si deve tener conto che lo statuto del Tribunale Internazionale, nell'articolo 2, fa riferimento alle gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 1949 e, nell'articolo 3, alle violazioni del diritto di guerra. Non fa riferimento esplicito alle gravi violazioni del Protocollo Aggiuntivo I. Molte delle violazioni gravi del Protocollo Aggiuntivo costituiscono anche violazioni delle leggi e delle consuetidini del diritto di guerra.

C. Il diritto internazionale consuetudinario del conflitto armato

52. E' necessario distinguere tra diritto internazionale consuetudinario applicabile ai conflitti armati internazionali e quello applicabile ai conflitti armati interni.

Il trattato sul diritto applicabile ai conflitti armati interni è relativamente recente ed è contenuto nell'articolo 3 delle Convenzioni di Ginevra, del Protocollo Aggiuntivo II, e nell'articolo 19 del 1954 della Convenzione dell'Aja sui Beni Culturali. E' improbabile che ci sia una qualche parte essenziale del diritto internazionale consuetudinario applicabile ai conflitti armati interni che non abbia origine da questi articoli del trattato. E' probabile che il comune articolo 3 venga visto come un'enunciazione del diritto internazionale consuetudinario, ma è improbabile che lo siano gli altri atti giuridici. In particolare, sembra non esserci un diritto internazionale consuetudinario applicabile ai conflitti armati interni che includa il concetto di crimine di guerra.

53. Il diritto internazionale consuetudinario applicabile ai conflitti armati internazionali include i crimini di guerra ed un'ampia gamma di articoli della Convenzione IV dell'Aja del 1907, delle Convenzioni di Ginevra del 1949, e del Protocollo Aggiuntivo I.

53. Bisogna osservare che la violazione delle leggi e consuetudini di guerra, riferite all'articolo 3 dello statuto del Tribunale internazionale, è ritenuta reato se commessa in conflitti armati internazionali e non interni.

D. La responsabilità del Comando

55. La Commissione ha trattato la questione della responsabilità del comando nei paragrafi che seguono 51, 52 e 53:

"51. La persona che impartisce l'ordine di commettere un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità è perseguibile allo stesso modo della persona che lo ha commesso. Questo principio, già presente nelle Convenzioni di Ginevra, è applicabile a superiori militari sia di forze armate regolari che irregolari, e ad autorità civili.

"52. I superiori sono per giunta individualmente responsabili per crimini di guerra o crimini contro l'umanità commessi da subordinati se erano a conoscenza o avevano informazioni sul fatto che un subordinato stava o avrebbe commesso un tale atto e non hanno preso le opportune misure in loro potere per prevenirlo o frenarlo.

"53. I comandanti militari hanno l'obbligo particolare, nei confronti dei membri delle forze armate o di altre persone sotto il proprio comando, di prevenire, e dove necessario, di reprimere tali atti e di denunciarli alle autorità competenti."

56. La Commissione vede con soddisfazione che l'articolo 7 dello statuto del Tribunale Internazionale ha una simile formulazione.

57. Le norme di responsabilità dei comandanti sono dirette principalmente ai comandanti militari poiché essi hanno l'obbligo personale di assicurare il mantenimento della disciplina tra le truppe sotto il loro comando. La maggior parte dei casi legali in cui queste norme di responsabilità sono state considerate hanno visto coinvolti imputati militari e paramilitari, anche se, in alcune circostanze, anche leader politici e funzionari pubblici.

58. E' parere della Commissione che l'elemento soggettivo necessario del reato quando il comandante non abbia impartito l'esecuzione di un crimine è (a)l'effettiva conoscenza, (b)una personale negligenza da parte del comandante, tale da costituire una voluta noncuranza delle possibili conseguenze, o l'imputazione di una presunta conoscenza, cioé, in base ai fatti e alle circostanze del caso specifico, il comandante era a conoscenza dei reati commessi e di ciò acquiesciente. Per determinare se un comandante sia stato a conoscenza degli atti dei suoi subordinati, si dovrebbe considerare una quantità di elementi che sono:

a) il numero di reati

b) il tipo di reati

c) lo scopo del reato

d) la durata del reato

e) il numero e il tipo delle truppe coinvolte

f) la logistica adottata, se ve n'è

g) il luogo in cui il reato è avvenuto

h) la frequenza con cui i reati sono stati commessi

i) il tempo tattico delle operazioni

j) le modalità di esecuzione di simili reati

k) gli ufficiali e lo staff coinvolti

l) la sede del comandante al momento del reato

59. Il comandante militare non è responsabile di tutti i reati commessi dai suoi subordinati. Possono essere commessi reati isolati dei quali non è a conoscenza o non ha alcun controllo. Per sua peculiarità, comunque, un comandante ha come dovere quello di controllare le sue truppe e di prendere tutte le misure utili perché osservino le leggi. Le argomentazioni sulla scarse capacità personali del comandante o sul fatto che le truppe possano essere incontrollabili sono deboli. In particolare, un comandante militare che comanda e controlla dei gruppi di combattenti armati implicati in crimini di guerra in passato, dovrebbe astenersi dal farli combattere, fino a che essi non dimostrino, in futuro, la loro intenzione e capacità ad osservare le leggi. Così, un comandante ha il dovere di fare qualsiasi cosa per evitare le violazioni di legge. Un tale fallimento porta con sé una responsabilità.

60. In ultimo, un comandante militare ha il dovere di punire quei soldati che egli sa o ha buone indizi per sapere che hanno commesso delle violazioni.

E. Gli ordini dei superiori

61. Nel paragrafo 54 del suo primo rapporto provvisorio, la Commissione ha affermato che:

"54. Un subordinato che ha eseguito un ordine di un superiore o agito sotto comando del Governo e, a seguito di ciò, ha commesso un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità può portare a sua difesa il fatto che non può essere responsabile penalmente per un reato che gli è stato ordinato di commettere. La Commissione annota che, purtroppo, le Convenzioni tacciono a questo proposito.

L'interpretazione della Commissione del diritto internazionale consuetudinario, come è, in particolare, affermato nei principi di Norimberga, è che chi abbia commesso un crimine su ordine del proprio Governo o di un superiore non è esente da responsabilità rispetto al diritto internazionale, in quanto ciò che gli è stata data una potestà morale di scelta.

62. La Commissione nota con soddisfazione che l'articolo 7, al paragrafo 4, dello statuto del Tribunale Internazionale abbia un approccio simile in merito.

F. Le rappresaglie

63. Una rappresaglia deve essere distinta da un semplice atto di ritorsione o vendetta. Un atto fuorilegge commesso in guisa di ritorsione o vendetta rimane un atto fuorilegge, e l'addurre, quindi, che si possa essere trattato di ritorsione o vendetta non costituisce argomento a difesa.

64. Una rappresaglia è invece un atto illegale a cui si è ricorso dopo che la parte avversaria ha essa stessa commesso atti illegali e si è rifiutata di desistere dopo intimazione. Il fine di una rappresaglia è quello di costringere la parte avversaria a sospendere la sua attività illegale. Deve essere proporzionata all'atto illegale subito e terminare non appena questo cessa di compiersi. La proporzionalità non è mai rigida, poiché se la rappresaglia vuole sortire un qualche effetto, spesso deve essere di peso maggiore dell'atto illegale subìto. Comunque sia, deve esserci un ragionevole equilibrio tra l'offesa subìta e la misura della rappresaglia.

65. Sono però specificatamente proibite le rappresaglie contro le seguenti categorie e obiettivi:

a) I feriti, i malati, il personale, gli edifici o gli equipaggiamenti protetti dalla Prima Convenzione di Ginevra (art.46)

b) I feriti, le persone malate o i naufraghi, il personale, le navi e gli equipaggiamenti protetti dalla Seconda Convenzione di Ginevra (art.47)

c) I prigionieri di guerra (Terza Convenzione di Ginevra), art.13 e Protocollo Aggiuntivo I, art.44)

d) I civili nelle mani di una parte del conflitto della quale non sono connazionali, inclusi gli abitanti di territori occupati (Quarta Convenzione di Ginevra, art.33 e Protocollo Aggiuntivo I, art.73)

e) I civili (Protocollo Aggiuntivo I, art.51, paragr.6)

f) Gli obiettivi civili (Protocollo Aggiuntivo I, art.52, paragr.1)

g) I monumenti culturali e i luoghi di culto (Protocollo Aggiuntivo I, art.53 (c))

h) Edifici indispensabili per la popolazione civile (Protocollo Aggiuntivo I, art.54, paragr.4)

i) L'ambiente naturale (Protocollo Aggiuntivo I, art.55, paragr.2)

j) Installazioni contenenti sostanze nocive (Protocollo Aggiuntivo I, art.56, paragr.4)

66. Non c'è restrizione sulle rappresaglie come da articolo 3 e Protocollo Aggiuntivo II applicabile ai conflitti armati nazionali. Nei conflitti internazionali armati, ai quali viene applicata la Quarta Convenzione di Ginevra e il Protocollo Aggiuntiv I, le rappresaglie lecite devono essere dirette esclusivamente contro combattenti o altri obiettivi militari soggetti alle restrizioni previste dalle Convenzioni di Ginevra, dal Protocollo I e dal diritto internazionale consuetudinario dei conflitti armati. Nei conflitti armati internazionali per i quali non viene applicato il Protocollo Aggiuntivo I, le rappresaglie possono essere dirette contro un più vasta categoria di persone e obiettivi, comunque soggetti alle restrizioni del diritto internazionale consuetudinario dei conflitti armati.

G. L'ingerenza rispetto ai convogli di aiuto umanitario

67. L'ingerenza rispetto ai convogli di aiuto umanitario è stata di frequente praticata durante il conflitto in ex Jugoslavia.

68. La Commissione è del parere che, lì dove è applicabile la legge sui conflitti armati internazionali, sono altresì applicabili le clausole dell'articolo 54 del Protocollo Aggiuntivo. Questo articolo stabilisce in parte che:

"1. Il privare di risorse i civili come metodo di guerra è proibito

"2 E' proibito attaccare, distruggere, rimuovere o rendere inservibili quelle cose indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile, come generi alimentari, zone agricole, terre coltivate, bestiame, centrali idriche e di irrigazione, al fine specifico di privare i civili o la Parte avversaria dei mezzi di sussistenza, qualsiasi sia il motivo, affamare i civili o provocare la loro fuga.

69. La privazione delle risorse assunto come metodo di guerra, senza tener conto delle modalità usate, è contrario anche al diritto consuetudinario applicabile ai conflitti armati internazionali.

70. La Commissione tiene in considerazione anche l'articolo 70, paragrafi 2-4, del Protocollo Aggiuntivo che stabilisce che:

"2. Le parti in conflitto e ciascuna Parte Superiore del conflitto deve permettere e facilitare un rapido e sicuro passaggio di tutte le spedizioni di soccorso, di equipaggiamenti, e personale stabilito in accordo con questa Parte, anche se tale assistenza è destinata alla popolazione civile della parte avversaria.

"3. Le parti in conflitto e ciascuna Parte Superiore che permette il passaggio di spedizioni di soccorso, equipaggiamenti e personale, secondo il paragrafo 2:

"a) Deve avere il diritto di richiedere le condizioni tecniche, inclusa la perquisizione doganale, a cui questo passaggio è consentito

"b) Può rendere questo permesso condizionale alla distribuzione di questa assistenza, essendo fatto sotto la supervisione di Potere di Protezione

"c) Non deve in nessun caso dirottare gli invii di soccorso da quello che è il loro fine o ritardare il loro inoltro.

"4. Le parti in conflitto devono proteggere gli aiuti umanitari e facilitarne la distribuzione.

71. La Commissione deplora ogni atto che mira ad ostacolare i convogli di aiuti umanitari, poiché il passaggio sicuro e celere di questi convogli è essenziale per la sopravvivenza della popolazione civile.

H. Crimini contro l'umanità

72. L'articolo 5 dello statuto del Tribunale Internazionale afferma la competenza del Tribunale internazionale a perseguire persone che commettono "crimini contro l'umanità", definiti come specifici atti "commessi in un conflitto armato, sia esso internazionale o nazionale, e diretti contro ogni popolazione civile", che sia un gruppo nazionale, politico, etnico, razziale o religioso.

73. La definizione di "crimini contro l'umanità" nell'articolo 5 dello statuto codifica principi accettati dal diritto internazionale applicabile erga omnes. Come accertato dal Tribunale Internazionale Militare di Norimberga, ci sono "elementari principi umanitari" che bisogna riconoscere in qualsiasi situazione. L'Assemblea Generale nella risoluzione n.95 dell'11 Dicembre del 1946 affermava i princìpi del diritto internazionale, riconosciuti dalla Carta del Tribunale di Norimberga e da una sentenza del Tribunale.(nota10)

74. Norimberga è stata una risposta alla mancanza all'interno del diritto internazionale della definizione di crimini di guerra stricto sensu. Ha significato, inoltre, riportare in un ambito giuridico - fino ad allora assente - i crimini di uno stesso tipo commessi su vasta scala, organizzati e sistematici.

1. Conflitto armato

75. I crimini contro l'umanità si applicano a tutti i contesti. Questi non sono, inoltre, limitati ai conflitti armati internazionali ma anche a quelli interni, guerre civili, insurrezioni e qualsiasi casus mixus possa sorgere tra i conflitti interni e internazionali. In più, essi includono qualunque conflitto armato, internazionale o meno. Comunque, non tutti gli atti commessi danno ad un conflitto armato questa definizione; si parla di un vero e proprio conflitto armato per distinguerlo da semplici azioni di banditismo o da insurrezioni sporadiche e disorganiche.

76. Gli artt. 2 e 3 dello statuto del Tribunale contro i responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario, commesse nei territori della ex Jugoslavia dal 1991, indicano le gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e le violazioni delle leggi e degli usi di guerra. L'art. 5 - riguardante i crimini contro l'umanità - prevede un minimo di clausole che vanno rispettate, a fortiori, in base ad uno degli artt. 2 e 3 applicabili ad uno specifico conflitto.

2. Persone protette

77. L'art. 5 dello statuto del tribunale internazionale protegge "ogni popolazione civile" che sia inclusa, senza dubbio, all'interno dell'area interessata dal conflitto, senza alcuna distinzione di razza, nazionalità, religione o o di fede politica. I profughi non sono considerati diversamente dagli altri civili e sono considerati protetti come "popolazione civile". L'espressione "popolazione civile" è usata in questo contesto in contrapposizione ai combattenti o ai soldati.

78. Sembra ovvio che l'art. 5 si applichi prima e soprattutto ai civili, intesi come non combattenti. Ciò non deve indurre a facili conclusioni su chi - in particolari condizioni - imbracci le armi. Un esempio pratico: nella ex Jugoslavia le uccisioni arbitrarie sono state una delle caratterisstiche degli attacchi di determinati gruppi. Le informazioni su queste uccisioni sono state usate dagli stessi gruppi per incutere paura e per intimorire altri gruppi in altre aree. Molti tra gli attacchi più barbari nei villaggi sono cominciati con pesanti bombardamenti d'artiglieria, seguiti poi dalla fanteria, mentre i gruppi paramilitari ricercavano gli abitanti casa per casa. Un capo famiglia che in questi casi prova a proteggere la sua famiglia, armi in pugno, ovviamente, non perde il suo status di civile. Questo potrebbe essere anche il caso di un singolo poliziotto o di una guardia locale, se questi cercano di prevenire le tragedie. Questo dato è di rilievo per l'interpretazione di tutti gli altri casi che abbi

ano le stesse caratteristiche. In questi casi, la distizione tra l'autodifesa improvvisata e la difesa militare può essere sottile, ma non meno importante. Questo non è più così se le autorità legittime della zona - come parte di un piano complessivo di distruzione - hanno dato un ultimatum per armarsi alle guardie di difesa civile.

79. Il Tribunale Internazionale Militare di Norimberga ha definito i seguenti come crimini contro l'umanità e l'importanza delle circostanze:

"L'accusato crede che rubare la proprietà privata di un ebreo o dei compagni di prigionia in un campo di concentramentro non sia un crimine contro l'umanità. Ma nei casi che abbiamo qui riportato [enfasi aggiunta], questa difesa è e deve essere respinta. Ciò che è stato fatto è stato fatto per motivi di politica governativa, e i ladri facevano parte del progetto di sterminio e furono uno dei suoi strumenti. Potrebbe essere una strana teoria ritenere chi - consapevolmente faceva parte del piano e disponeva del bottino - venisse poi esonerato e non considerato parte del piano, se si tiene presente che impadronirsi della proprietà della vittima o anche dell'uso dei capelli o dell'oro della bocca era uno degli obiettivi del piano.

Senza dubbio tutti questi atti sono crimini contro l'umanità e chi partecipa o li permette acconsentendovi, è colpevole di un crimine contro l'umanità". (nota11)

80. E' significativo notare che il II Protocollo della Convenzione di Ginevra del '79 relativo alla Protezione delle Vittime di Conflitti armati non-internazionali indica nell'articolo 4 "garanzie fondamentali" e include nel gruppo protetto "tutte le persone che non prendono parte direttamente o che hanno cessato di essere parte nel conflitto".

3. Atti considerati crimini contro l'umanità

81. I diversi atti considerati crimini contro l'umanità sono elencati nell'art. 5 dello statuto del Tribunale internazionale sulla ex Jugoslavia.

Questi sono: "omicidio, sterminio, riduzione in schiavitù, deportazione, prigionia, tortura, stupro, persecuzione politica, razziale, religiosa e altri atti inumani". Con "altri atti disumani" s'intendono i gravi crimini di natura simile agli altri crimini citati. Non è egualmente chiaro se il pricipio dell'interpretazione "eius dem generis" regolamenterà una più ampia interpretazione. E' necessario accertare che gli atti inclusi nel concetto di "crimine contro l'umanità" corrispondano a cio' che è considerato normalmente parte del diritto consuetudinario internazionale.

82. Nell'ambito dei crimini contro l'umanità è rilevante osservare che lo stesso tipo di atti proibiti elencati nel comune art. 3 (relativo ad un conflitto non internazionale) delle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e nel II Protocollo delle Convenzioni di Genevra sono mere codificazioni di elementari princìpi di umanità. L'art. 3 proibisce "la violenza alla vita e alla persona, in particolare l'omicidio di qualsiasi tipo, la mutilazione, trattamenti crudeli e torture; la presa di ostaggi; oltraggi alla dignità umana, in particolare l'umiliazione e il trattamento degradante; e l'esecuzione di sentenze e le esecuzioni senza previo giudizio pronunciato da un tribunale regolare, in accordo con tutte le garanzie riconosciute indispensabili dai popoli civili". L'art. 4 vieta "la violenza alla vita, alla salute fisica e al benessere mentale delle persone, in particolare l'omicidio come il trattamento crudele, la tortura, la mutilazione o ogni altra forma di punizione fisica; punizioni collettive; la presa d

i ostaggi; atti di terrorismo; oltraggi alla dignità individuale; stupro; costrizione alla prostituzione e ogni altra forma di violenze indecenti; schiavitù e commercio degli schiavi in tutte le forme; saccheggio; e le minacce a commettere uno degli atti citati". La ex Jugoslavia ha firmato il II Protocollo l'11 giugno del 1979 e lo ha ratificato lo stesso giorno, senza riserve, obiezioni o osservazioni.

83. I crimini contro l'umanità non sono limitati a situazioni in cui esiste del tutto o in parte l'intento di distruzione di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come, quelli che sono precondizione per il genocidio. I crimini contro l'umanità sono, comunque, gravi violazioni internazionali dirette contro persone protette, che non possono essere visti come conseguenza, per esempio, di un'operazione militare dettata da necessità belliche.

4. Natura sistematica e diffusa degli atti.

84. Atti isolati che costituiscono offese, come esecuzioni extra-giudiziali o altri crimini comuni punibili dalla legge municipale, non si qualificano come crimini contro l'umanità da se stessi. Questi atti devono essere parte di una politica di persecuzione o di discriminazione. In più, questi atti devono essere perpetrati in modo sistematico o massivo. Così, il numero delle vittime e dei criminali è peculiarmente alto.

Poichè i criminali hanno un piano comune che contiene gli elementi già descritti essi non hanno bisogno di ricorrere agli stessi strumenti o atti contro le loro vittime. Si tratta di un processo sistematico di vittimizzazione contro il gruppo protetto. Per esempio, un numero di intervistati ha riportato che alcune persone sono state crocifisse, ma non è necessario che tutte le vittime del gruppo protetto siano crocifisse o che questa particolare pratica disumana sia riconosciuta in se stessa far parte dei crimini contro l'umanità. E' il contesto generale di vittimizzazione, su larga scala, perpetrato come parte di un piano o disegno comune che mostra elementi di sistematicità.

85. Bisogna notare che la crescita improvvisa dei crimini che seguono ad una situazione generale di inosservanza della legge e dell'ordine non necessariamente li qualifica come crimini contro l'umanità. Tuttavia, una tale situazione può essere uno strumento premeditato, una situazione volutamente orchestrata per nascondere la vera natura del danno voluto. In questa maniera non dovrebbe essere accettato in prima analisi che i criminali siano elementi meramente incontrollati, specialmente se questi elementi puntano, quasi esclusivamente, contro gruppi altrimenti discriminati e perseguitati.

La mancanza di volontà di controllare, perseguire e punire questi elementi incontrollati può valere come altra indicazione per ritenere che questi elementi siano, in realtà, invece, un utile strumento per l'impiego di una politica criminale contro l'umanità.

86. I crimini contro l'umanità possono anche equivalere allo sterminio di nazionalità, etnia, razza, religione, o di altri gruppi, se può essere provata l'intenzione che riconduce questi crimini ad essere punibili come genocidio. Questi possono anche, attraverso atti disumani, essere identificati come aberrazioni umane su larga scala. La portata e la natura di questi crimini assume particolare significato e interesse per la Comunità Internazionale per il carattere aberrante del disegno politico globale, per gli strumenti impiegati ad attuarlo e per il numero di vittime che produce.

I. Il genocidio

87. La convenzione del 1948 sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio stabilisce che »il genocidio è un crimine regolato dal diritto internazionale, contrario allo spirito e al fine delle Nazioni Unite, e condannato dal mondo civile , e che »in tutti i periodi della storia il genocidio ha inflitto gravi perdite all'umanità .(nota12)

88. La Convenzione era stata chiaramente adottata con intenti umanitari e su princìpi di civiltà. I suoi obiettivi sono la salvaguardia della reale esistenza di alcuni gruppi umani e l'affermazione e il rafforzamento dei più elementari princìpi umani e morali.

In via di diritto l'impegno legale ad evitare il genocidio è riconosciuto erga omnes.

89. Quando la Convenzione fu stilata, fu ravvisato che non si sarebbe applicata alle allora esistenti forme di genocidio, ma anche »ad ogni pratica che avrebbe potuto evolversi in futuro per distruggere l'esistenza fisica di un gruppo .(nota13) Come sottolineato nel preambolo della Convenzione, il genocidio ha contrassegnato tutti i periodi della storia, ed è questo un riconoscimento assai tragico che connota la sua natura storica in evoluzione.

90. La Convenzione deve essere interpretata in buona fede, in accordo con il significato dei suoi termini, nel loro contesto e alla luce del suo obiettivo e proposito. Inoltre, il testo della Convenzione dovrebbe essere interpretato in modo tale che ad ogni parola possano essere attribuiti una giustificazione ed un significato. Nessuna parola o clausola può essere estrapolata o ritenuta superflua, a meno che questo sia assolutamente necessario per dare efficacia a quanto scritto, preso nella sua interezza.(nota14)

91. Il genocidio è un crimine regolato dal diritto internazionale senza riguardo a " se è commesso in tempo di pace o di guerra" (art.1).

Così, indifferentemente al contesto nel quale avviene (per esempio in tempo di pace, in un conflitto interno, in un conflitto armato internazionale o in una qualunque situazione generale), il genocidio è un crimine internazionale da punire.

92. Gli atti specificati nella Convenzione devono essere »commessi con intento di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, e così via. (Art.II)

1. La capacità di distruzione di un gruppo.

93. La distruzione di un gruppo, del tutto o in parte, non significa che il gruppo può essere o meno sterminato nella sua interezza . L'espressione »del tutto o in parte era stata inserita nel testo per render chiaro che non è necessario l'intento di ammazzare tutti i membri del gruppo.(nota15)

94. Se la leadership completa di un gruppo è minacciata, questo potrebbe equivalere a genocidio. La leadership include leader politici amministrativi, leader religiosi, accademici e intellettuali, imprenditori e altri - la cui totalità può essere una forte indicazione di genocidio senza guardare al numero reale degli uccisi. Un elemento che avvalori questo sarà la sorte del resto del gruppo.

Il carattere dell'attacco alla leadership deve essere considerato nel contesto di ciò che accade al resto del gruppo. Se la leadership è stata sterminata e, allo stesso tempo o in consequenza di questo, nel gruppo vi è un numero relativamente alto di persone uccise o vittime di altri orrendi atti, per esempio deportate su larga scala o costrette a scappare, la quantità delle violazioni deve essere considerata nella sua interezza al fine di interpretare gli articoli della Convenzione nel modo più pertinente. Allo stesso modo, lo sterminio del personale militare e giudiziario di un gruppo può rappresentare una parte determinante di un gruppo in quanto lo si rende privo di difesa contro abusi di natura simile o differente, in particolare se la leadership sta per essere eliminata. Così, l'intento di distruggere l'impalcatura di una società attraverso lo sterminio della leadership, quando è accompagnata da altri atti di eliminazione di parti della società può anche essere considerato genocidio.

2. I gruppi protetti

95. I gruppi nazionali etnici razziali o religiosi sono tutti protetti. I diversi gruppi più importanti del conflitto nella ex Jugoslavia - i serbi, i croati, i musulmani, gli zingari e altri hanno tutti status di gruppo etnico, e possono, almeno in parte, essere caratterizzati attraverso la religione, l'etnia e la nazionalità. Non è una condizione che il gruppo vittima sia una minoranza, questo può benissimo essere in maggioranza numerica.

96. Se ci sono due o più gruppi-vittima, e ciascun gruppo è protetto come tale, può essere intento e spirito della Convenzione considerare tutti i gruppi-vittima come una più ampia entità. Il caso in essere, per esempio, mette in evidenza che il gruppo A vuole ditruggere del tutto o in parte i gruppi B, C e D, o piuttosto ciascuno di coloro che non fanno parte del gruppo nazionale, etnico, raziale o religioso A. In un certo senso, il gruppo A ha definito un gruppo non-A pluralistico usando criteri nazionali, religiosi, etnici. Sembra rilevante analizzare il destino del gruppo non-A lungo linee simili come se il gruppo non-A sia omogeneo. Questo è importante se, per esempio, si considera che tutti i leader del gruppo non-A sono del gruppo B e del minore C. Il gruppo D, d'altro canto, ha un ruolo più marginale all'interno del gruppo non-A per le sue minori dimensioni e per altre ragioni. Il genocidio, "un odioso flagello" da cui la Convenzione intende "liberare il genere umano" (preambolo), sarebbe uno strume

nto legale debole o inapplicabile se i princìpi generali sui gruppi misti non fossero contemplati. Il fulcro di questo ragionamento è che, anche nei casi in cui c'è un gruppo contro tutti, la questione del numero o della parte del gruppo deve essere posta con riferimento a tutti i gruppi considerati, presi nel loro insieme.

3. L'intento

97 .L'intento di distruggere un determinato gruppo in tutto o in parte è un elemento che qualifica i crimini di sterminio e i crimini contro l'umanità come genocidio. Per esserci genocidio nel senso dato dalla Convenzione, i crimini contro un certo numero di individui devono essere diretti al loro insieme o al loro carattere collettivo. Questo può essere dedotto dalla locuzione "come tale" che si trova nell'art. II della Convenzione (vedi paragr. 92). In molti Paesi, i codici penali non contemplano le ragioni, ma piuttosto l'intento, come fondamento del crimine.

La ragione e l'intento possono essere collegate, ma la prima non è citata dalla Convenzione. L'elemento intenzionale puo' essere dedotto dai fatti. In certi casi, ci saranno prove di azioni o omissioni tali da ritenere che l'accusato fosse ragionevolmente consapevole delle conseguenze del suo comportamento, che contribuiscono a stabilirne l'intento, ma non necessariamente la ragione.

4. Atti che costituiscono crimine di genocidio

98. I diversi atti che costituiscono crimini genocidiali sono elencati nell'art. II della Convenzione. Sono: "l'uccisione di membri di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso; il procurare gravi danni mentali o fisici a membri del gruppo, l' infliggere deliberatamente misure sulle condizioni di vita del gruppo in modo tale da arrecare distruzione fisica totale o parziale; l'imporre misure tese a impedire nascite all'interno del gruppo e trasferire forzatamente i bambini da un gruppo ad un altro". Ciascuna di queste azioni puo' costituire crimine di genocidio, così come la fusione tra di esse.

5. Azioni punibili

99. L'art.III della Convenzione elenca le azioni punibili: "genocidio, cospirazione al genocidio, incitamento pubblico o diretto al genocidio, tentativo di genocidio e complicità nel genocidio". Questo elenco indica quanto lontano sia la necessità che il crimine sia già in atto prima di essere considerato punibile. Per esempio, un attentato sarebbe già sufficiente. In secondo luogo, esso descrive quale tipo di coinvolgimento nel genocidio in atto possa risultare penalmente perseguibile in base alla Convenzione. Così, la responsabilità criminale si estende a coloro che sono coinvolti nell'incitamento, nella cospirazione e nel tentativo, così come nell'eseguire individualmente specifiche azioni proibite dalla Convenzione. I mandanti politici o coloro che fanno propaganda non sono meno responsabili di coloro che praticano la carneficina. Ci sono, poi, diverse basi legali per definire la responsabilità criminale individuale che prende in considerazione nella globalità o in parte gli aspetti relativi alla definiz

ione di genocidio.

6. Colpevolezza

100. La Convenzione stabilisce, in modo esplicito, che chi ha commesso genocidio deve essere punito sia che si tratti di "governanti con responsabilità costituzionali, funzionari pubblici o privati" (art IV). Tra i funzionari pubblici viene incluso sia il personale civile che quello militare e chiunque dirige (o dirigeva) un pubblico ufficio - legislativo, amministrativo o giudiziario. Secondo la Convenzione, coloro che rientrano in queste categorie devono essere trattati indipendentemente dalla loro qualifica "de jure o de facto" come responsabili. Singolarmente considerati, sono perseguibili penalmente come qualsiasi altro reo. Non si possono far scudo di alcuna immunità. Le loro responsabilità morali o giuridiche sono le stesse e la necessità di impedire il genocidio non meno chiara a causa della posizione ricoperta dal colpevole.

7. Lo statuto del Tribunale Internazionale, istituito per perseguire i responsabili di Gravi Violazioni del Diritto Umanitario Internazionale Commesse nei Territori della ex Jugoslavia dal 1991.

101. L'art. 4 dello statuto del Tribunale Inetrnazionale stabilisce la sua competenza a perseguire coloro che si sono macchiati di genocidio. La definizione di genocidio contenuta nell'art. 4 dello statuto è identica a quelle previste dalla Convenzione sul Genocidio.

J. Aspetti legali relativi allo stupro e agli altri crimini sessuali (nota16)

102. La stupro costituisce crimine per il diritto umanitario internazionale come per le leggi criminali delle varie Repubbliche che costituivano la ex Jugoslavia. Fa anche parte del diritto sostanziale applicabile allo statuto del Tribunale Internazionale in diversi articoli.(nota17)

103. Diversamente dalla maggior parte dei codici penali nel mondo, nel diritto umanitario internazionale, lo stupro non è precisamente definito. Ma sulla base delle leggi criminali in vigore nella maggior parte dei sistemi giuridici penali nel mondo, la Commissione considera lo stupro come un crimine di violenza di natura sessuale contro la persona. Questa caratteristica di violenza di natura sessuale, si applica anche ad altre forme di violenza sessuale, contro donne, uomini (nota18) e bambini, (nota19) ove queste azioni siano fatte sotto coercizione o con la forza o comportino mutilazione sessuale.(nota20) Va notato che contrariamente alla loro definizione, le violenze sessuali contro uomini, donne o bambini sono proibite dal diritto umanitario internazionale attraverso una normativa prevista che proibisce la violenza contro l'integrità fisica e la dignità della persona. Quindi, lo stupro e le altre violenze sessuali sono coperte all'interno di una "pari materia".

104. Sebbene le violenze sessuali implichino l'aver commesso il crimine da parte di una determinata persona, coloro che non hanno commesso la violenza ma sono direttamente coinvolti nel crimine, come mandanti o superiori, sono anche da ritenersi responsabili secondo la Convenzione sul Genocidio (art.III) e le norme generali sulla responsabilità del comando. (vedi paragr. 55-60).

105. Le violazioni delle leggi e degli usi di guerra applicabili ai conflitti di carattere internazionale sono contenuti in un certo numero di atti giuridici internazionali. La Convenzione dell'Aja (IV) per il Rispetto della Leggi e delle Consuetudini di Guerra sui Territori tratta la questioni delle violenze sessuali nell'art.46: "L'onore e i diritti della famiglia, la vita delle persone e la proprieta privata, come la fede e la pratica religiosa, devono essere rispettate." La Quarta Convenzione di Ginevra proibisce, in maniera esplicita, lo stupro nell'art. 27. La Commissione ritiene che l'art. 147 della stessa Convenzione sulle "gravi violazioni" include lo stupro e le altre violenze sessuali che costituiscono "tortura o trattamento disumano" proibendoli anche perchè tra questi atti "volontariamente si causa grave sofferenza o grave danno al corpo e alla mente". Più oltre, il I Protocollo della Convenzione di Ginevra contiene nell'art. 76 un espresso divieto di stupro e altre violenze sessuali. Inoltre,

questo tipo di azioni, basate sulla discriminazione razziale, costituiscono, anche, "gravi violazioni" per l'art. 85, par. 4 del I Protocollo, che sostiene che "le pratiche disumane e oltraggiose per la dignità personale, basate sulla discriminazione razziale" sono proibite. E' anche contemplato che l'art. 27 della Quarta Convenzione di Ginevra costituisce parte del diritto consuetudionario internazionale, così stabilendo anche i fondamenti giurisdizionali internazionali. Inoltre, va rilevato in riferimento al I Protocollo, che quanto stabilito dall'art. 85, le violazioni sulla base di una discriminazione razziale, rappresentano anche violazione del diritto consuetudianrio internazionale. All'interno di tutte queste clausole, un singolo atto di stupro o violenza sessuale diventa crimine di guerra. Come "grave violazione" questo tipo di violazione ricade sotto la giurisdizione internazionale. Il criminale, comunque, deve essere qualcuno che sia collegato ad una delle parti in conflitto e la vittima deve esser

e collegata ad un'altra parte o essere cittadino di uno Stato neutrale. Va anche tenuto presente che l'art. 76 del I Protocollo è applicabile alle vittime che non sono protette da altri articoli delle quattro Convenzioni di Ginevra.

106. Secondo le clausole applicabili ai conflitti di carattere non-internazionale, si applica l'art.3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra e l'art 4 al paragrafo 2 del II Protocollo.

Entrambi questi articoli includono il divieto di stupro e di altre violenze sessuali, considerandole offese volontarie alla persona. Una singola azione è sufficiente per costituire violazione se chi la commette è legato ad una delle parti in conflitto e se la vittima è legata a un'altra parte del conflitto o è un cittadino di uno Stato neutrale. Sotto il II Protocollo, questi atti costituiscono violazione quando il conflitto è in corso "nel territorio di una Parte Importante del conflitto tra le forze armate e le forze dissidenti o altri gruppi organizzati, che, sotto un responsabile comando, esercitano un tale controllo su una parte del suo territorio da permettere intense e concertate operazioni militari e mettere in applicazione questo Protocollo" (art.1, paragr.1)

107. Due altre fonti di diritto umanitario internazionale inseriscono il divieto di violenze sessuali e stupri indifferentemente alla natura e alla caratterizzazione del conflitto. Si tratta delle leggi convenzionali e consuetudinarie sui "crimini contro l'umanità" e della Convenzione sul Genocidio.

In riferimento ai crimini contro l'umanità, le violenze sessuali e lo stupro ricadono all'interno degli atti disumani. Comunque, i comportamenti proibiti devono essere parte di una politica generale di persecuzione basata su un piano etnico o religioso contro la popolazione civile. Per la Convenzione sul Genocidio, la violenza sessuale e lo stupro sono inclusi nell'art. II della Convenzione, la quale prevede che la condotta criminale è commessa con "l'intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso".

Sia per i crimini contro l'umanità che per la Convenzione sul Genocidio questi atti proibiti sono soggetti alla giurisdizione internazionale. E' anche ben definito che entrambe queste fonti di diritto internazionale umanitario sono considerate parte di "jus cogens" e sono, inoltre, vincolate al diritto consuetudinario internazionale.

108. Le parti di questo conflitto sono vincolate alle 4 Convenzioni di Ginevra del 12 Agosto 1949 e dal I e II Protocollo Aggiuntivo. Sono inoltre vincolate alla Convenzione sul Genocidio, per quanto la Convenzione sia stata ratificata dall'ex Repubblica di Jugoslavia. Le parti sono vincolate a quella Convenzione secondo lo "jus cogens" e il diritto internazionale consuetudinario da obbligazioni derivanti dai crimini contro l'umanità, come sviluppato nel diritto convenzionale e consuetudinario internazionale.

109. La Commissione conclude che nelle Convenzioni di Ginevra e nelle altre fonti di diritto umanitario internazionale lo stupro e le altre violenze sessuali sono senza ombra di dubbio proibite. Inoltre, la Commissione ritiene che gli articoli rilevanti dello statuto del Tribunale Internazionale precisino adeguatamente e correttamente la legge applicabile a questo crimine.

III STUDI GENERALI

A. La struttura militare delle fazioni in lotta e le strategie e le tattiche impiegate.

110. I conflitti militari nella ex Jugoslavia devono essere esaminati all'origine della loro evoluzione, che vede implicate diverse parti in tempi differenti, operanti in separati, anche se spesso in relazione tra loro, teatri di operazione.

111. La prima fase riguarda il conflitto in Slovenia. Il conflitto è iniziato quando la Repubblica ha dichiarato la sua indipendenza dalla ex Jugoslavia il 25 giungo 1991. Quel conflitto ha coinvolto l'Esercito Popolare Jugoslavo (JNA), le Forze di Difesa Territoriale della Slovenia,- le truppe Slovene che avevano lasciato il JNA per entrare nel nuovo Esercito Sloveno - e nella Polizia Slovena croata. Questa fase è durata solo poche settimane, da giugno a luglio del 1991.

112. La seconda fase del conflitto, che ha coinvolto la Croazia, è iniziata prima che la Repubblica dichiarasse ufficialmente la sua indipendenza, il 25 luglio 1991. Da una parte, quel conflitto ha coinvolto il JNA, la milizia serba in Kraijna e nella Slavonia occidentale ed orientale, le forze speciali Serbe (con la partecipazione dei mercenari e degli espatriati serbi), le forze speciali locali, e la polizia serba e i civili armati delle stesse regioni. Dall'altra parte, l'Esercito di nuova formazione croato era formato dalle truppe croate che avevano lasciato il JNA, la Guardia Nazionale Croata, la milizia locale; dalle forze speciali formate dagli espatriati croati e dai mercenari, dalla polizia croata e dai civili armati. Dopo il Novembre '91, il JNA si è formalmente ritirato dalla Croazia, ma ha continuato a sostenere il nuovo esercito dell'autoproclamata Repubblica di Kraijna". Nel frattempo, la nuova Repubblica Croata ha formato il suo esercito, l'esercito croato, che, in linea con le forze special

i croate e gli altri, ha continuato il conflitto armato in quella che è poi diventata area protetta delle Nazioni Unite (UNPAs) in Croazia.

113. La terza fase del conflitto è iniziata in Bosnia-Erzegovina dopo la sua dichiaraziaone di indipendenza, il 6 Marzo 1992. Simultaneamente vengono coinvolti nel conflitto tra Croati e forze del Governo bosniasco, il Governo bosniaco e le forze serbe, e le forze croate e serbe. Le Forze del Consiglio di Difesa Croato nella Bosnia Erzegovina sono state sostenute dall'Esercito Croato, dalla Polizia Croata, dai volontari civili e da "forze speciali" come l'ala militare del Partito dei crai di Destra (HOS) (nominato dopo gli ex Ustasha della seconda Guerra Mondiale, che hanno combattuto anche contro i Serbi nella regione di Krajina). Altre forze armate civili croate hanno operato essenzialmente in aree locali. Dapprima, il Governo bosniaco e il JNA si sono trovati contro. Questo è durato da aprile a giugno del 1992, e, durante questo periodo, le truppe del JNA di Serbia e Montenegro si sono "ufficialmente" ritirate dalla Bosnia Erzegovina, lasciando dietro le truppe serbe del JNA di Bosnia e i loro equipaggiam

enti. Queste erano aiutate de "forze speciali" provenienti dalla Serbia formate da espatriati volontari e mercenari, dalla milizia serbo-bosnaica e dalla polizia, e dai volontari serbi.

114. Nelle prime fasi del conflitto, molti combattenti, inclusi quelli dell'esercito regolare, non indossavano particolari uniformi, stemmi o distintivi di grado, per cui gli ufficiali si muovevano liberamente dall'esercito alla guardia nazionale, da una divisione all'altra. Per complicare ancora di più le cose, alle prime battute del conflitto tra: (a) Croazia e la Repubblica Federale di Jugoslavia e di altre forze serbe all'interno della Croazia, e (b) tra Bosnia Erzegovina e la Repubblica Federale di Jugoslavia ed altre forze all'interno della Bosnia Erzegovia (nel maggio 1992, le forze del JNA della Repubblica Federale della Jugoslavia ufficialmente si ritiravono dalla Bosnia), l'"ordine di battaglia" di quasi tutto l'esercito delle unità della guardia nazionale non era chiaramente definito. Una serie di comandi veniva significativamente stravolta anche dai membri interni, per cui risultava che le strutture di organizzazione di "comando e controllo" fossero seriamente erose, provocando una grossa confusi

one. Questa era più visibile in Bosnia tra i combattenti serbi e sembrava essere stata adottata per motivi meramente politici.

115. Quando ciascuna delle tre Repubbliche di Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina ha espressamente dichiarato la propria indipendenza (nota21), queste non possedevano un proprio esercito. In precedenza l'Esercito del popolo jugoslavo (JNA), o anche detto Esercito Nazionale Jugoslavo, era un unico esercito per tutti i membri della ex Jugoslavia. Gli eserciti delle "fazioni belligeranti" erano formate principalmente da personale militare ed equipaggiamenti dell'ex JNA.

116. Ciascuna di queste repubbliche aveva forze locali di difesa territoriali (TDF) (nota22), che erano parte del sistema di difesa totale della Repubblica Federale di Jugoslavia. Le repubbliche avevano anche forze locali di polizia costituite da personale proveniente dalle loro rispettive repubbliche.

117. In seguito alle successive dichiarazioni di indipendenza di queste tre repubbliche, alcuni dei membri del personale militare del JNA (che erano stati allocati in ciascune di queste repubbliche) hanno lasciato il JNA e si sono costituiti come parte dei nuovi eserciti nazionali di Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina. Il JNA "ufficialmente" ha lasciato la Croazia nel novembre 1991 e la Bosnia Erzegovina tra il maggio e il giugno del 1992. Durante questo periodo, il JNA è stato più volte organizzato dalla Repubblica Federale di Jugoslavia. Sino al maggio 1992 il JNA - ora chiamato Esercito Jugoslavo - era formata esenzialmente di truppe delle Repubbliche di Serbia e Montenegro. Queste due Repubbliche formano l'unione federale sucessiva alla ex Jugoslavia.

118. Oltre agli eserciti regolari su menzionati, ci sono altri tre eserciti: l'Esercito Serbo-Bosniaco, che opera in Bosnia Erzegovina; l'Esercito Serbo di Croazia, che opera in Croazia; e il Consiglio Croato di Difesa, che opera esenzialmente fuori dei confini della repubblica di Croazia e principalmente di Bosnia Erzegovina. I primi due erano un tempo e forse lo sono ancora armati e sostenuti dal JNA (ora Esercito Jugoslavo) e il terzo potrebbe essere stato armato e sostenuto dall'Esercito Croato.

119. Le forze di difesa territoriale (TDFs) sono riconosciute come guardia nazionale. Nel caso della Croazia, le TDFs sono riconosciute come Guardia Nazionale Croata. Le TDFs hanno una struttura autonoma di comando rispetto all'esercito regolare. Tuttavia esse entrano nel conflitto armato collaborando frequentemente con l'esercito regolare e rispondendo ai comandi di ufficiali dell'esercito regolare. Esse operano anche indipendentemente in alcune aree geografiche da cui di solito proveniva la gran parte del personale di queste unità.

120. Inoltre, due altri tipi di gruppi e formazioni paramilitari sono anche coinvolti nelle operazioni militari. Sono costituiti dalle cossiddette "forze speciali" e da forze locali di polizia, con l'aggiunta di civili locali armati. Tutte le fazioni belligeranti fanno uso di tali forze, ma gli apparati di controllo e di comando non sono chiari neanche ai combattenti.

121. Ci sono 45 forze speciali rilevate, che di solito operano sotto il comando di un'unità designata, e, apparentemente con una certa autonomia, ad eccezione di quando fanno parte di un piano di azione all'interno dell'esercito regolare.(nota24) Le forze speciali sono equipaggiate e spesso addestrate dai rispettivi governi. Molte forze speciali rispondono solo ai funzionari politici anziani dei rispettivi Governi. Una tale relazione è frequentemente basata su una fedeltà politica e non è sempre nota pubblicamente. Comunque col tempo le informazioni sul sostegno di questi gruppi verranno alla luce. Poichè queste unità operano indipendentemente e fuori dall'apparente sistema di comando, il loro sistema di combattimento non è conosciuto. Nonostante i forti legami tra queste unità e i rispettivi eserciti, l'esercito regolare non è riuscito ad impedirgli di commettere gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e di altre convenzioni del diritto umanitario internazionale. Le più note forze speciali sono le "Ti

gri" (nota25) di Arkan e le "Aquile Bianche" di e elj (detti anche "Cetnici").(nota26) Ultimamente, molte di queste unità operano sul territorio della ex Jugoslavia. Così, le unità serbe operano in Bosnia Erzegovina e in Croazia e le unità croate in Bosnia Erzegovina. Queste forze speciali hanno commesso alcune delle peggiori violazioni del diritto umanitario internazionale (vedi paragrafro 129-159, 236-237, e 216-231).

122. Alcune città e villaggi hanno costituito unità paramilitari, che non devono essere confuse con le forze speciali su menzionate. Queste forze speciali operano nelle aree delle loro città e villaggi. Occasionalmente esse prestano il loro aiuto a gruppi simili ed altri combattenti della stessa regione o delle aree circostanti. La loro base di comando e di controllo è locale e la catena di comandi è difficile da definire, sebbene questi gruppi così come le forze speciali abbiano come caratteristica quella di avere un leader identificabile. Di solito l'unità o il gruppo prende il nome del suo capo. Oppure l'unità o il gruppo prende un nome, politicamente significativo, della propria città, villaggio o regione. L'unità di comando è locale e per lo più formata da personaggi politici. Queste unità, in particolare tra i serbi in Bosnia Erzegovina e i croati in Krajina, hanno, così come le forze speciali, commesso molte violazioni del diritto umanitario internazionale (vedi paragr.129-150). La polizia, insieme ai

molti civili "volontari" armati, partecipa anche a azioni militari. Queste forze operano all'interno di una data municipalità. Sono nominalmente sotto il controllo totale del Ministero degli Interni. Inoltre, i rispettivi Ministri dell'Interno hanno anche delle unità nazionali e regionali di polizia che di solito operano fuori dei confini delle municipalità locali. La relazione tra polizia nazionale, regionale e locale non è sempre chiara e può variare a seconda del Paese e, a volte, della regione di ciascun Paese. Durante le prime fasi del conflitto in Croazia e in Bosnia Erzegovina, la polizia con l'aggiunta di civili "volontari" armati operava senza un chiaro comando e controllo dell'esercito. L'unità di comando era locale ed era costituita da molti personaggi politici. Queste forze operavano in quasi totale autonomia nelle loro rispettive aree. Esse si dividevano la responsabilità con le forze speciali su descritte.

123. Il quadro è quello di una molteplicità di forze combattenti (per esempio, eserciti regolari, gurdie nazionali, forze speciali, polizia e civili armati) che opera all'interno di differenti strutture o fuori da qualsiasi struttura. Queste forze, a volte, operano senza nessun comando o controllo. Possono essere prive di uniformi o di segni distintivi. Frequentemente, queste forze partecipano ad alcune operazioni. Probabilmente, il solo fattore comune a queste forze è il fatto che ricevano munizioni ed equipaggiamenti militari dai loro rispettivi eserciti e da altre fonti governative.

124. La conseguenza di una tale struttura, e le strategie tattiche usate aiutano a confondere la rete di comando e ad occultare le responsabilità. Questo occultamento può essere ben usato da alcune delle parti come scudo di difesa da eventuali accuse.

125. Tutte le parti in conflitto hanno specificatamente aderito alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 e al Protocollo Aggiuntivo I e II.

Inoltre la Repubblica Federale di Jugoslavia è un firmatario di questa Convenzione, e tutte le parti in conflitto riconoscono di essere vincolate a queste norme di diritto internazionale.

126. Il Codice Penale Federale della ex Jugoslavia incarna le regole internazionali sul conflitto armato. Il personale militare del JNA è stato istruito di conseguenza. Così le gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e di altre violazioni del diritto umanitario internazionale sono parte delle leggi nazionali applicabili di tutte le fazioni belligeranti.

127. Tutte le forze combattenti, a vari livelli, hanno commessi gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra.

128. Le gravi violazioni della Convenzione di Ginevra e altre violazioni del diritto umanitario internazionale che si sono commesse in questo conflitto sono, in parte, il prodotto di una struttura militare che manca di un effettivo comando e controllo. Le violazioni sono anche il risultato di strategie e tattiche usate dalle fazioni belligeranti.

B. La "pulizia etnica" (nota28)

129. Nella sua prima relazione provvisoria (S/25274), la Commissione affermava:

55. L'espressione "pulizia etnica" è relativamente nuova. Considerata nel contesto del conflitto della ex Jugoslavia, per "pulizia etnica" si intende rendere una area etnicamente omogenea usando la forza o l'intimidazione per rimuovere persone di un dato gruppo dall'area. La "pulizia etnica" va contro il diritto internazionale.

56. Come si evince da molti rapporti che descrivono la politica e le azioni condotte nella ex Jugoslavia, "la pulizia etnica" è stata eseguita attraverso l'omicidio, la tortura, l'arresto e la detenzione arbitrari, le esecuzioni senza processo, lo stupro, le altre violenze sessuali, il confino di civili in aree-ghetto, la rimozione forzata, la deportazione di civili, i deliberati attacchi militari o le minacce di attacchi contro i civili e aree civili e la sfrenata distruzione di beni. Tutto ciò costituisce crimine contro l'umanità e può essere visto come crimine specifico di guerra. Inoltre, tali atti possono anche rientrare nel disegno della Convenzione sul Genocidio.

57. La Commissione è attenta a queste considerazioni nell'esame delle denunce ottenute.

130. In base all'esame delle informazioni ricevute, di studi specifici ed indagini la Commissione conferma la sua precedente posizione, considerando la "pulizia etnica" una politica premeditata voluta da un gruppo etnico religioso per annientare con mezzi violenti e terroristici la popolazione di un altro gruppo etnico o religioso da specifiche aree geografiche. Il più delle volte viene praticata in nome di un fuorviante nazionalismo, di un rancore storico o di un potente senso di vendetta. Il fine appare essere l'occupazione del territorio con esclusione del gruppo o dei gruppi purgati. Questa politica e le pratiche delle fazioni belligeranti sono descritte separatamente nei seguenti paragrafi.

131. Per quanto riguarda le pratiche dei serbi in Bosnia Erzegoniva e in Croazia la "pulizia etnica" è comunemente usata come termine che descriva una politica condotta per favorire le dottrine politiche relative alla "Grande Serbia". Questa politica viene messa in pratica dai serbi in Bosnia Erzegovina e in Croazia e dai loro sostenitori nella Repubblica Federale di Jugoslavia. La loro dottrina politica è composta da una complessa mistura di rivendicazioni, rancori e paure storiche, da aspettative e aspirazioni nazionalistiche, come anche da elementi religiosi e psicologici. (nota29) Questa dottrina è essenzialmente basata sull'esclusività etnica e religiosa e sul dominio dei serbi su altri gruppi in alcune aree storicamente rivendicate. Questo punto di vista contrasta con il pluralismo etnico e religioso. Questa dottrina alimenta l'intolleranza e il sospetto di altri gruppi etnici e religiosi ed è portatrice di violenza quando è politicamente manipolata, come è avvenuto.

132. Dovrebbe essere messo in risalto che questa politica ed il modo con cui è stato condotta è sostenuta solo da alcuni serbi. In aggiunta, la Commissione sottolinea che la responsabilità della condotta criminale deve essere individuata su basi individuali. (nota30)

133. Il modo in cui la politica della "pulizia etnica" viene condotta dai serbi in Bosnia può essere tracciata geograficamente da un arco che si estende dalla Bosnia del nord e comprende aree nella Bosnia orientale e occidentale, includendo la Krajina serba in Croazia. La pratica della "pulizia etnica" viene effettuata in aree strategiche di connessione della Serbia con aree abitate serbe in Bosnia e Croazia. Questo elemento strategico è significativamente rilevante per capire il perchè questa politica sia stata condotta in certe aree, piuttosto che in altre.(nota32)

134. I mezzi coercitivi usati per rimuovere la popolazione civile dalle su menzionate aree strategiche sono: sterminio, torture, stupro e altre forme di violenza sessuale, gravi danni fisici ai civili, maltrattamenti ai prigionieri civili e di guerra, uso dei civili come scudi umani, distruzione di beni privati pubblici e culturali, saccheggio, rapina di beni personali, espropriazione forzata di beni immobili, trasferimento forzato della popolazione civile, attacchi ad ospedali, personale medico ed edifici segnati con lo stemma della Croce Rossa.

135. Molti di questi atti di violenza vengono eseguiti con estrema brutalità e ferocia allo scopo di creare terrore nella popolazione civile in modo da indurla a scappare e a non ritornare più. (nota33) Ciò è testimoniato da un largo numero di uccisioni premeditate e indiscriminate, di stupri e di violenze sessuali, e di altre forme di tortura contro i civili e i prigionieri di guerra, sia dentro che fuori i complessi penitenziari. Questi atti sono anche resi pubblici dagli stessi colpevoli in modo da incutere terrore e provocare la fuga.

136. Altre pratiche usate sono la distruzione totale di villaggi per mezzo di incendi e di granate, che facciano saltare le case e le strutture di una determinata area, compresi beni e simboli del patrimonio culturale religioso. Scopo di questa distruzione è eliminare le tracce culturali, sociali e religiose che identificano gruppi etnici e religiosi. In quei casi in cui queste pratiche su descritte non vengano usate, questi gruppi sono costretti a lasciare le loro case per salvaguardare la loro sicurezza personale.

137. Un'altra pratica ricorrente è costringere i civili a cedere la propria proprietà in cambio della loro partenza in altre aree. I sindaci e i funzionari pubblici, compresa la polizia, sono frequentemente gli esecutori di questa pratica.(nota34)

138. Altri due elementi indicano, anche l'esistenza di una politica di "pulizia etnica": la partenza in massa e clandestina della popolazione serba che vive in certe aree, che devono essere "etnicamente pulite" avviene prima degli atti su descritti; e le pratiche riportate avvengono sotto la supervisione di un "comitato di crisi" (Krisni Stab), formato da leader politici locali, polizia ed altri, che hanno preso tali decisioni con il diretto o indiretto coinvolgimento e sostegno dell'Esercito Servo-bosniaco.(nota36)

139. Le forze speciali (vedi paragr. 121-122) hanno usato frequentemente "la pulizia etnica". Queste forze sembrano essere sostenute, equipaggiate e rifornite dai Governi per i quali combattono e gli è permesso operare senza un controllo da parte delle autorità in carica. Due gruppi particolari di forze speciali che hanno commesso il più vasto numero di violazioni note sono: le "Tigri" di Arkan e le "Aquile Bianche" di e elj (vedi paragr. 121).

140. Lo studio del distretto di Prijedor descritto dal paragrafo 151 al 182, mette in luce le finalità della politica della "pulizia etnica" e il modo in cui questa è stata sistematicamente adottata insieme alle autorità locali e regionali. (nota37) Gli stessi esempi e pratiche, descritti nello studio sul distretto di Prijedor si sono verificate ripetutamente in molte zone come Banja-Luka, Br ko Fo e Zvornik sulle quali la Commissione ha ricevuto importanti informazioni a sostegno delle precedenti conclusioni.(nota38)

141. Tre altre osservazioni sono degne di note: il JNA e l'Esercito della cosiddetta "Repubblica Serbo Bosniaca" ha condotto e favorito la politica e la pratica della "pulizia etnica" in alcune parti del terrritorio. Le pratiche di una tale politica, in particolare in alcune parti della Bosnia sono state eseguite per gran parte dagli elementi più emarginati di quella società; i leader dei serbo bosniaci hanno influenzato e incoraggiato questi individui per poter eseguire i crimini su descritti. La combinazione di questi fattori, stimolati da un distorto nazionalismo, ravvivati da rancori storici e fomentati da violenza e vendetta reciproche, hanno portato a tragiche conseguenze.

142. C'è materiale sufficiente per concludere che la pratica della "pulizia etnica" non è stata incidentale, sporadica o eseguita da gruppi non organizzati o bande di civili che non potevano essere controllate dalla leadership serbo-bosniaca. Invece, gli esempi di condotta, il modo in cui questi atti sono stati eseguiti, la durata temporale e le aree in cui sono avvenute rivelano un disegno, una sistematicità, una pianificazione e un coordinamento provenienti da più alte autorità. Inoltre, queste pratiche sono state eseguite da persone appartenenti a tutti gli strati della popolazione serba nelle aree descritte: membri dell'esercito, guardia nazionale, forze speciali e civili. Infine, la Commissione sottolinea che questi terribili atti sono spesso esaltati dai colpevoli come atti giusti e patriottici.

143. I fattori su menzionati e altri indicano l'esistenza di un elemento di direzione dall'alto o, comunque, indicano un premeditato fallimento da parte dei superiori ad ostacolare e punire i colpevoli una volta che i loro crimini sono divenuti noti ai comandanti responsabili. (nota40)

144. In ultimo, si deve notare che c'è stato un legame tra le attività locali e le attività dei serbi della Repubblica Federale Jugoslava in Bosnia Erzegovina e in Krajina, Croazia e anche un coinvolgimento del JNA. Questo collegamento esistito fino al 2 gennaio 1992, data del cessate il fuoco tra serbi in Krajina e il JNA e la Repubblica Federale Jugoslava, e ciò è chiaro per molti motivi. Infatti, questi legami non sono negati dalla Repubblica Federale Jugoslava. Questa è stata sostenuta dal JNA in Bosnia Erzegovina, prima della conversione di alcune di queste forze nell'Esercito della cosiddetta "Repubblica Serba di Bosnia".(nota41) Inoltre c'è una forte influenza politica, diplomatica e militare su una parte di Repubblica Federale Jugoslava riguardo un ampio spettro di decisioni della "Repubblica serbo bosniaca" e della "Repubblica Serba di Krajina".

145. Una simile politica e pratica della "pulizia etnica" hanno avuto luogo nell'area della Serbia-Krajina e nella Slavonia occidentale e orientale in Croazia da parte dei serbi contro i croati e anche dei croati contro i serbi come è stato analizzato prima.(nota42) Il disegno e la pratica della "pulizia etnica", su descritti, sono gli stessi nei diversi teatri di operazione. Questo, inoltre, sottolinea l'esistenza di una politica serba. Un esempio significativo di come questa politica sia stata condotta in Croazia è la distruzione della città di Vukovar nel 1991.(nota43)

146. Altri esempi di "pulizia etnica" si sono avuti lungo tutto il territorio della ex Jugoslavia e simili pratiche sono state impiegate in determinati periodi e luoghi dalle fazioni croate belligeranti come viene detto nel paragrafo 147.

147. La pratica della "pulizia etnica" eseguita dai croato- bosniaci con il sostegno della Repubblica di Croazia contro i musulmano-bosniaci in Erzegovina è collegato politicamente.(nota44) Inoltre, le forze croate sono anche impegnate in questa pratica contro i serbi nell'area della Krajina e nella Slavonia occidentale e orientale. Comunque la violenza commessa contro i serbi in queste aree appare avere come scopo politico definito quello di allontanarli daquelle aree. I croati hanno usato il Consiglio di Difesa croato, la polizia, i civili armati e le forze speciali locali per compiere questi atti nelle aree su menzionate. Essi hanno compiuto gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, compresa la distruzione di villaggi e chiese serbe, l'uccisione di civili innocenti, la tortura e l'allontanamento forzato della popolazione civile. Nella Krajina e nella Slavonia occidentale e orientale, la spirale di violenza tra serbi e croati è iniziata nei primi mesi del 1991, prima dello scoppio formale della guerra

. La violenza è continuata ben oltre la fine di quella guerra. (nota45) Una simile pratica è stata anche portata avanti dai croati contro i musulmani in Bosnia Erzegovina. Ma le autorità croate hanno pubblicamente deplorato questa pratica e cercato di impedirla per dimostrare, così, che questa non faceva parte della politica del governo.

148. Le forze del governo bosniaco hanno anche commesso lo stesso tipo di violazioni delle Convenzioni di Ginevra contro serbi e croati, ma non come parte di una politica di "pulizia etnica". Il numero di queste violazioni, come riportato, è significativamente inferiore a quelle violazioni presubilmente commesse da altre fazioni belligeranti.

149. La Commissione non è in grado di determinare la quantità di danni e l'esatto numero di violazioni commesse da ciascuna delle fazioni belligeranti. Comunque, è chiaro che non ci sono basi concrete per argomentare una "equivalenza morale" tra le fazioni in guerra.

150. E' incontrovertibile, comunque, notare che rappresaglie, punizioni e vendetta non costituiscono una giustificazione valida o un buon motivo per commettere gravi violazioni della Convenzione di Ginevra e altre violazioni del diritto umanitario internazionale (vedi paragr. 63-66). La Commissione mette in rilievo che oltre alle responsabilità penali individuali di coloro che commettono violazione, anche i leader militari e politici che prendono parte all'elaborazione o esecuzione di una tale politica sono suscettibili di accusa di genocidio e di crimini contro l'umanità, oltre alle gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e altre violazioni del diritto umanitario internazionale.

IV Scoperte significative

A. Lo studio di Optina Prijedor, un distretto nel nord ovest della Bosnia: presunto genocidio e numerose violazioni di diritti umani elementari. (nota47)

1. Descrizione generale

151. Optina Prijedor è un distretto situato nella Bosnia nord-occidentale in un area appartenente alla Krajina bosniaca. E' situata tra la città di Sanki Most (a sud), le città al confine croato bosniaco Bonski Novi (a ovest) e Bosanska Dubica (a nord), e la capitale della regione di Banja Luka (a est). Tranne l'area di Sanki Most, gli altri distretti confinanti avevano una popolazione a maggioranza serba prima che i conflitti armati iniziassero in Bosnia Erzegovina.

152. Secondo il censimento del 1991, Optina Prijedor aveva una popolazione totale di 112.470 persone, delle quali il 44% erano musulmani, il 42,5% serbi, il 5,6% croati, il 5,7% "Jugoslavi" e il 2,2% di altre nazionalità (ucraini, russi e italiani). All'inizio dell'aprile 1992 la popolazione totale poteva essere approssimativamente di 120 mila unità, con l'aggiunta inter alia di un afflusso di gente scampata alla distruzione dei propri villaggi nelle aree ad ovest di Optina Prijedor.

153. Confrontando il censimento del 1991 con una stima della popolazione nel giugno del 1993, come pubblicato in un giornale serbo si ha il seguente quadro:

1991 1993 Decremento Nuovi arrivi

Serbi 47.745 53.637 5982 Musulmani 49.454 6.124 43.330

Croati 6.300 3.169 3.113 Altri 8.971 2.621 6.350

Così, il numero totale di persone uccise o deportate è stato di 52.811 sino al giugno del 1993 (compreso un numero ristretto di profughi e di persone scomparse). Da allora, la quantità di non serbi ha continuato a decrescere nel distretto. La continua persecuzione alla quale i non serbi sono soggetti e la loro quasi totale mancanza di protezione nel distretto è dimostrato dal fatto che l'ICRC e l'UNHCR abbiano chiesto ai serbi il permesso di evacuare tutti i rimanenti non serbi da Optina Prijedor.

154. Le seguenti scoperte della Commissione sono basate sulle testimonianze di 300-400 vittime sopravvisute a quegli eventi, che vivono ora in vari Paesi, a rapporti locali serbi e a ricerche fatte sul luogo.

2. I serbi prendono il potere il 30 aprile 1992

155. Secondo il Kozarski Vjesnik, un giornale sotto il controllo serbo di Optina Prijedor, del 9 aprile 1993:

"L'uomo (Simo Drlja a), che il Partito democratico serbo di Optina Prijedor aveva chiamato a formare la polizia serba dopo sei mesi di lavoro illegale, ha svolto così bene il proprio lavoro, che in 13 stazioni di polizia 1775 uomini ben armati erano in attesa di compiere il difficile compito che gli si prospettava. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile del 1992, egli ha diretto l'operazione di presa del potere da parte dei serbi, operazione che ha avuto la durata di soli 30 minuti, senza alcuno sparo. L'Assemblea dello Srpske Optine Prijedor, alla fine di marzo dello scorso anno (1992), lo ha nominato capo della stazione di pubblica sicurezza (cioé a capo della polizia segreta). Ha avuto questo incarico nel periodo più fervido e lo ha mantenuto fino a gennaio del 1993. In questi giorni è stato nominato vice Ministro degli Interni della Repubblica serba. Entrerà in carica a Bjelina lunedì."

156. Più di sei mesi prima del rovesciamento di potere nel 1992, i serbi avevano iniziato a creare la loro amministrazione parallela a quella legittima di Optina Prijedor, chiamandola Optina Prijedor Serba. Questa comprendeva, inter alia, una semplice forza di polizia serba avente anche cariche di servizio segreto. Le autorità di Optina Prijedor erano state regolarmente elette e l'Assemblea di Prijedor rifletteva la composizione etnica del distretto.

157. Ad inizio del 1992, un gruppo ristretto paramilitare serbo aveva assunto il controllo di una trasmittente televisiva sulle montagne Kozara in Optina Prijedor, per cui la popolazione del distretto non poteva ricevere più programmi televisivi da Sarajevo o da Zagabria, ma solo da Belgrado e più in là da Banja Luka. I programmi televisivi provenienti da Belgrado insinuavano che i non serbi volevano la guerra e minacciavano i serbi.

158. Prima del rovesciamento di potere del 30 aprile 1992, i serbi avevano segretamente armato altri serbi del distretto. Molti soldati dell'Esercito del Popolo Jugoslavo si erano ritirati dalla Croatia nella Bosnia nord-occidentale all'inizio del 1992. Invece di smobilitare quelli che erano tornati a Optina Prijedor, le autorità legittime sono state costrette ad accettare che questi venissero dislocati per il controllo di tutte le vie di entrata e di uscita dal distretto, insieme alla

polizia e alle forze di difesa territoriale (TDFs). La pressione avuta era un ultimatum. Le autorità legittime sono state invitate ad un giro esplorativo dei due villaggi croati proprio a nord di Bosanka Gradi, che erano stati distrutti e lasciati disabitati. L'avvertimento era che, se l'ultimatum non fosse stato rispettato, il destino di Prijedor sarebbe stato uguale a quello di quei due villaggi. L'ultimatum è stato accettato.

3. Conseguenze immediate della presa di potere da parte serba

159. Un'immediata conseguenza dell'ascesa al potere dei serbi è stata la difficoltà di comunicazione tra Optina Prijedor e il mondo circostante. Era divenuto più difficile viaggiare e le linee telefoniche non erano pienamente operanti. Nella città di Prijedor - la principale città del distretto - era stato introdotto il coprifuoco, e in molte aree, anche per spostarsi nei villaggi vicini, veniva richiesto il permesso di viaggio. I servizi di pullmann erano stati interrotti.

160. Come conseguenza della presa di potere, molti dei non serbi sono stati licenziati dai loro posti, sia che fossero in polizia, pubblici funzionari o anche impiegati. In tutti i posti-chiave, come in polizia o in pubblica amministrazione, i posti vacanti sono stati occupati dai serbi.

161. Anche prima del 30 aprile 1992, i serbi avevano cominciato a prendere contatti con i non serbi autorizzati a tenere armi e ad esigerne la consegna. Questo processo è stato intensificato quando i serbi erano al potere e unito ad una campagna nella quale i non serbi e le TDFs hanno ricevuto ordine di consegnare le loro armi e i villaggi e le case non serbe sono state perquisite.

162. Anche i mezzi di informazione locali, come Radio Prijedor e Kozarski Vjesnik, hanno fatto propaganda contro i non-serbi. Hanno diffamato i precedenti leader non serbi criticandoli su qualsiasi cosa che presumesse una loro mancanza di efficienza. Hanno inoltre dichiarato che nella regione vi erano pericolosi estremisti musulmani in procinto di compiere un genocidio contro i serbi.

4. Le maggiori operazioni militari serbe nel distretto

163. In seguito ad un incidente in cui un piccolo numero di soldati serbi sono stati feriti a morte in circostanze non chiare, nel villaggio di Hambarine è stato dato l'ultimatum di consegnare un poliziotto che viveva lì dove era avvenuta la sparatoria. Disatteso l'ultimatum, bombardamenti di artiglieria hanno, il 23 maggio 1992, colpito Hambarine. Le granate sono state scagliate dall'aerodromo di Urije, non lontano dalla città di Prijedor. Cessato il bombardamento, il villaggio è stato occupato dalla fanteria e da unità paramilitari che hanno stanato gli abitanti dalle loro case. Nel 1991, Hambarine aveva 2499 abitanti.

164. Il 24 maggio 1992, un attacco su larga scala sull'intera area orientale di Kozarac a est della città di Prijedor, ai piedi delle montagne di Kozara, è stato condotto con un intenso bombardamento in tutte le direzioni da parte dell'artiglieria, dei carri-armati ed altre piccole postazioni armate. Il bombardamento è durato più di 24 ore, prima che la fanteria e gruppi paramilitari facessero irruzione a Kozarac e nei villaggi limitrofi, stanando la gente dalle loro case. La zona colpita contava circa 27000 abitanti.

165. Il 30 maggio 1992, un gruppo di meno di 150 non serbi armati aveva cercato di riconquistare il controllo della città di Prijedor. Sono stati sconfitti e la città rasa al suolo. Nelle zone centrali della città, tutta la popolazione non serba è stata costretta ad abbandonare la propria casa, poiché militari, paramilitari e civili serbi invadevano le strade con carri armati e armi leggere. I non serbi hanno dovuto, avvertiti per radio, appendere uno straccio bianco alle loro case per segnalare la resa.

166. A partire dal luglio 1992, una vasta area con villaggi non serbi a destra del fiume Sava, è stata attaccata in modo simile a quella di Kozarac. L'opera distruttrice è stata comunque portata avanti prevalentemente dalla fanteria e da gruppi paramilitari. Al tempo dell'attacco, la zona aveva quasi 20000 abitanti, compresi i rifugiati dai villaggi distrutti a ovest di Optina Prijedor.

167. Oggi, le case di quasi 47000 persone dell'area di Kozarac e di Hambarine/Ljubija sono vuote e distrutte. Alcune sono state colpite da colpi di granata, altre incendiate durante l'attacco iniziale. Tutte le case, in seguito, sono state saccheggiate ed un gran numero fatto saltare in aria, o sono stati distrutti soprattutto gli interni e i tetti. L'artiglieria impiegata per questi attacchi è stata posizionata ancor prima che i serbi prendessero il potere il 30 aprile 1992.

5. Campi di concentramento e deportazioni

168. Centinaia, forse migliaia dei non serbi attaccati nei villaggi e nella città di Prijedor, sono stati uccisi, dopo maltrattamenti, nelle loro stesse case. I sopravvissuti che avevano trovato rifugio o erano riusciti a scappare temporaneamente sono stati divisi. Le donne, i ragazzi al di sotto di sedici anni (o anche inferiore) e i più anziani (oltre i 60-65 anni) da una parte, gli uomini dall'altra.

169. Il secondo gruppo - quello degli uomini - è stato portato in campi di concentramento allestiti per l'occasione in un'azienda di mattonelle di ceramica , Keraterm, vicina a Prijedor, o nei giacimenti di acciaio di Omarska. I massacri, le torture, e le precarie condizioni di vita hanno sensibilmente ridotto il numero dei detenuti.

170. In un'intervista apparsa sul Kozarski Vjesnik del 9 aprile 1993, Simo Drlja, rappresentante in carica del Ministro degli Interni della "Repubblica serba di Bosnia" ha affermato che:

Nei centri di raccolta di "Omarska", "Keraterm" e "Trnopolje" si sono tenuti più di 6000 interrogatori. 1503 musulmani e croati sono stati mandati nel campo Manja sulla base di solide prove della loro lotta contro l'esercito della Repubblica Srpska (la Repubblica serba di Bosnia), e di responsabilità di genocidio ai danni dei serbi. Invece di lasciare che questo subissero la loro meritata punizione, i potenti della terra hanno espresso il loro disdegno e ci hanno costretti a rilasciarli tutti dal campo di Manja."

Poiché questi interrogatori sono avvenuti principalmente nei campi di Omarska e di Keraterm, si può dedurre che più di 6000 maschi adulti siano stati portati in questi campi durante il breve periodo della loro esistenza (dalla fine di maggio all'inizio di agosto 1992). Se come dice il signor Drlija 1503 sono stati trasferiti nel campo di Manja, un numero limitato nel campo di Trnopolje e quasi nessuno rilasciato, significa che il sacrificio di vite è stato veramente alto. Gli edifici dei campi di concentramento erano così gremiti di gente da non poter contenere nessun altro detenuto. Questo ha creato le condizioni perché almeno in più di un'occasione i nuovi detenuti fossero uccisi in massa. Circa 37 donne sono state detenute in Omarska, mentre a Keraterm nessuna è stata tenuta più del previsto.

171. Le donne erano abitualmente portate nel campo di Trnopolje. Le condizioni di vita erano nettamente migliori rispetto a quelle nei campi di Omarska e Keraterm. Nondimeno, molestie e cattiva alimentazione rappresentavano un serio problema per le detenute. Non erano rari gli stupri e altri tipi di violenza fisica sino ad arrivare anche all'uccisione. Alcune delle detenute, dopo pochi giorni, venivano rilasciate per mancanza di spazio.

172. Prima di arrivare a destinazione, alcuni dei detenuti sono stati messi in strutture detentive improvvisate come campi sportivi di scuole o negli stadi (specialmente nel sobborgo di Tukovi (Prijedor) e a Ljubija).

173. Con la cattura dei primi gruppi di non serbi, ha avuto inizio la deportazione su vasta scala delle donne. Alcune sono state prese dai penitenziari improvvisati, la gran parte dal campo di Trnopolje e portate, perlopiù, verso Travnik, ammassate in pullmann o in convogli militari. Queste dovevano, poi, camminare per più di 30 chilometri dal punto in cui questi convogli le buttavano giù attraversando una regione deserta vicina alle montagne del Vla, prima di raggiungere le aree non serbe della Bosnia centrale. Alcune sono state deportate in una zona migliore che portava a Bosanka Gradika. Un considerevole numero è stato inoltre portato a Travnik sui vagoni bestiame. Alcune donne venivano fatte scendere dai treni a Doboj da cui dovevano continuare a piedi in direzione di Tuzla. Alcune di loro morivano durante il trasporto a causa della calura estiva e delle soffocanti condizioni sia nei convogli militari che sui vagoni bestiame, dove non venivano dati loro neanche cibo e acqua.

6. La strategia della distruzione

174. I serbi hanno preso il potere a Optina Prijedor il 30 aprile 1992, dopo più di sei mesi di attenta preparazione. Dopo di ciò i non serbi hanno visto le loro case e comunità distrutte, e le loro famiglie divise e private del lavoro. La maggior parte dei non serbi è stata subito catturata, in migliaia sono stati messi nei campi di concentramento o deportati. Tutto questo è avvenuto dopo che i serbi avevano bloccato quasi tutte le uscite dell'area. I non serbi non rappresentavano una minaccia reale per i serbi in queste condizioni, poiché il distretto di Prijedor era stato chiuso da aree controllate da serbi (la maggioranza della popolazione non serba del distretto di Sanski Most era stata depurata simultaneamente a quella in Prijedor).

Malgrado l'assenza di una reale minaccia non serba, il principale obiettivo dei campi di concentramento, di Omarska come anche di Keraterm, sembrava dover essere l'eliminazione della leadership non serba.

I leader politici, i funzionari amministrativi, gli accademici ed altri intellettuali, le personalità religiose, personalità finanziarie ed artisti - il nerbo, insomma, delle comunità musulmane e croate - sono stati allontanati, con l'intenzione apparente di un allontanamento solo permanente. Similarmente anche il personale militare e giudiziario è stato bersaglio di distruzione. Questa gente costituiva un elemento significativo del gruppo non serbo in quanto la sua riduzione avrebbe reso il gruppo, in generale, indifeso rispetto ad abusi di qualsiasi tipo.

Altri importanti elementi della cultura e religione musulmane e croate, come moschee e chiese cattoliche, sono stati distrutti.

7. La totale mancanza di protezione per i non serbi

176. Dal momento in cui i serbi hanno preso il potere nel distretto di Prijedor, in realtà i non serbi sono diventati dei fuorilegge. Per questo, i non serbi sono stati costretti a indossare al braccio delle fasce bianche per potersi identificare. I non serbi sono stati soggetti a crimini senza che le nuove autorità serbe cercassero di risolvere il problema. Lo stupro, per esempio, diveniva un problema reale per molte donne i cui mariti erano stati incarcerati. Secondo i nuovi regolamenti serbi, quelli che lasciavano il distretto dovevano cedere i diritti di proprietà ai serbi e accettare di non fare più ritorno, poiché i loro nomi sarebbero stati automaticamente cancellati dal censo.

8. Responsabilità

177. Quando i serbi hanno preso il potere, si è subito dichiarata l'esistenza di un comitato di controllo della Srpske Optine Prijedor. A far parte del comitato di crisi vi erano comandanti militari come il colonnello Vladimir Arsi e il maggiore Radmilo Zeljaja, ed altri capi del distretto, come il maggiore Slobodan Kuruzovi, il capo della Polizia, Simo Drljaa, il generale Milomir Staki, il presidente del consiglio esecutivo dell'Assemblea di Prijedor, Miokovaevi, il presidente del partito democratico serbo di Prijedor, Simo Mikovi, e il presidente della Croce Rossa di Prijedor, Srdjo Srdi.

178. La distruzione da parte dei militari delle abitazioni non serbe in Optina Prijedor è avvenuta sotto il comando del colonnello Vladimir Arsi e del maggiore Radmilo Zeljaja, in stretta collaborazione con i superiori militari, almeno per quanto riguarda la zona di Banja Luka.

Le unità poste fuori Optina Prijedor hanno aiutato l'opera di distruzione militare, così come anche le unità paramilitari i cui attaccchi venivano concertati con quelli dell'artiglieria e dell'esercito regolare.

179. Nella su citata intervista sul Kozarski Vjesnik del 9 aprile 1993, Simo Drlija affermava:

"Le forze di polizia con i servizi segreti, inclusi, hanno eseguito i miei e gli ordini del Centro di Sicurezza Pubblica di Banja Luka, e del Ministro dell'Interno.

....

La cooperazione tra l'esercito della Repubblica serba e i suoi ufficiali è stata eccellente. Si è svolto un lavoro comune per eliminire i traditori, per vigilare nei punti di controllo, per sedare manifestazioni contro l'ordine pubblico e per combattere i gruppi terroristici."

La polizia segreta e quella militare hanno dotato i campi di concentamento di ispettaori e guardie. Per le torture e uccisioni più raccapriccianti dei detenuti, è stato chiesto l'aiuto dei locali e dei gruppi paramilitari. Unità paramilitari di intervento sono state usate per scovare e catturare la leadership non serba. Queste ultime hanno arbitrariamente ucciso prigionieri durante il loro trasporto al campo di Manja e organizzato omicidi in massa dei prigionieri "deportati" nella regione del Monte Vlai.

180. Gli altri membri del comitato di crisi sono corsi nella comunità dove sono avvenute queste violazioni. I vari guadagni del saccheggio sistematico della proprietà non serba sono stati divisi tra molti serbi del posto.

181. La Commissione di Esperti possiede i nomi di centinaia di presunti criminali a vari livelli.

9. Conclusioni

182. E' incontrovertibile che gli eventi verificatisi dal 30 aprile 1992 a Optina Prijedor possano considerarsi crimini contro l'umanità. Inoltre, è probabile che in sede processuale venga confermato che si sia trattato di genocidio.

B. La battaglia e l'assedio di Sarajevo (nota48)

183. La battaglia e l'assedio di Sarajevo sono iniziati il 5 aprile del 1992, alla vigilia del riconoscimento da parte della Comunità Europea della Bosnia Erzegovina come Stato indipendente. In quella data, migliaia di persone hanno organizzato per le strade marce pacifiche. La gran parte dei dimostranti si è diretta verso il palazzo del Parlamento ed altri edifici in mano alle forze serbe.

Alcuni uomini armati, non identificati, hanno sparato contro la folla. Un manifestante si è trovato ucciso. Da quella data, l'assedio e lo spietato bombardamento dalle colline intorno Sarajevo ha rappresentato un tremendo tributo per la città e i suoi abitanti.

1. La composizione e posizione delle forze dentro e fuori la città

184. Dall'inizio dell'assedio, il Primo Corpo d'Armata di Sarajevo è servito da forza di difesa del Governo bosniaco dentro e intorno Sarajevo. In molti si ritiene che il Primo Corpo d'Armata di Sarajevo sia stato superiore alle forze assedianti per numero di fanteria, ma nettamente inferiore per munizioni. Il quartiere generale del Primo Corpo d'Armata di Sarajevo è situato a Sarajevo. Questo, insieme al Consiglio di Difesa croato, ha combattuto per la difesa della città assediata, malgrado si opponessero tra loro a Mostar e in altre parti della Bosnia Erzegovina. Comunque, il 10 novembre 1993, la Brigata del Consiglio di Difesa croato si è sciolta e parte del suo personale si è unito ad una nuova brigata croata del primo Corpo d'Armata.

185. Il Corpo d'Armata Romanija di Sarajevo è la forza serbo-bosniaca dell'Esercito serbo-bosniaco. Il Corpo d'Armata ha circondato la città sin dall'inizio dell'assedio.(nota49) E'il successore dell'unità del JNA che ha occupato la stessa posizione sino al maggio 1992. Il quartier generale del Corpo d'Armata Romanija è situato a Lukavica per sorvegliare la città. La struttura di comando è rimasta la stessa durante tutto l'assedio. Tre generali si sono succeduti al comando del Corpo dal 1992.

186. Sebbene le forze serbe che circondavano la città fossero meglio armate, è stato notato che era improbabile che potessero effettivamente assumere il controllo della città. Questa considerazione è basata in parte sul fatto che le forze bosniache erano più numerose. Le forze serbe erano numericamente incapaci di controllare le numerose strade ed edifici della città. Esse avevano incentrato i propri sforzi sul bombardamento costante dalle circostanti colline per poter indebolire la città. Una possibile spiegazione allo spostamento delle postazioni di tiro dalle zone montuose intorno a Sarajevo può essere data dalla mobilità da un postazione all'altra degli artiglieri o dal tipo di consegna delle munizioni. Non vi era comunque apparente penuria di armi.

2. Posizione e caratteristiche dell'artiglieria

187. Molti rapporti hanno descritto, cronologicamente, il bombardamento come generalmente proveniente da artiglieria, mortai e carri-armati situati sulle colline intorno a Sarajevo. Alcuni rapporti hanno descritto varie zone tenute da serbi e lo schieramento delle truppe. I rapporti sull'artiglieria e altri armi pesanti usate per l'assedio parlano di un numero che va da 600 a 1100 pezzi, ma non è ancora disponibile una stima esatta. In questo conto non rientrano i carr-armati. Alcune delle armi si trovavano in postazioni fisse come trincee scavate nelle colline e nelle montagne intorno a Sarajevo. A causa del denso fogliame le postazioni erano difficilmente individuabili dall'alto, specialmente in estate. Sebbene le trincee fosse difficile vederle dalle strade, la direzione da cui i colpi d'artiglieria e di mortaio venivano sparati rivelava il loro sito. Era però difficile stabilire se in esse ci fossero cecchini con carabine o soladati con armi leggere.

3. La frequenza dei bombardamenti

188. L'UNPROFOR e i funzionari cittadini hanno stimato che il bombardamento quotidiano della città varia dalle 200 alle 300 vgranate in un giorno di quiete e dalle 800 alle 1000 in una situazione più attiva. Secondo un'analisi cronologica risulta che la città è stata spietatamente bombardata. Sarajevo è stata colpita da una media di 329 bombardamenti al giorno. La portata del bombardamento in questi giorni variava da un minimo di due nei giorni del 17 e 18 maggio 1993 ad un massimo 3777 il 22 luglio 1993.

4. Il bombardamento sistematico di bersagli specifici

Un esame del grado di distruzione di Sarajevo rivela un disegno di bersagli specifici. I seguenti bersagli sono cronologicamente quelli più presi di mira nella città: l'ospedale Kosevo, Radio Sarajevo e le stazioni televisive, l'edificio del giornale Oslobodenje, ancora operante, il sistema di trasporto pubblico, gli edifici del Parlamento e della Presidenza, la principale fabbrica di birra, il mulino, il principale panificio, il complesso olimpico, l'area industriale di Alpasin Most, vicina alla stazione ferroviaria e alla principale torre televisiva, il cimitero ebraico, il Cimitero del Leone, l'aeroporto, la fabbrica di tabacco, il complesso residenziale di Dobrinja, il quartiere centrale, il vecchio quartiere delle moschee, Bascarsija, la città vecchia e la parte nuova di Sarajevo, l'arteria di grande traffico su via Maresciallo Tito, e il centro commerciale di Vase Miskina.

190. E' stato confermato che alcune aree della città sono state sistematicamente bombardate nel corso dell'assedio, in particolare edifici culturali e religiosi e servizi pubblici. Il centro cittadino, l'areoporto e i sobborghi sud-occidentali sono state le zone più colpite, insieme anche al vecchio centro storico.

5. Un disegno di bombardamento non mirato

191. Un riesame cronologico degli incidenti mette in luce anche un bombardamneto a casaccio sulle zone popolate della città. Il bombardamento che avviene a qualsiasi ora del giorno e apparentemente senza dei bersagli specifici ha come obiettivo quello di terrorizzare la popolazione. E' particolarmente indicativo che i morti, i feriti e i danni si siano avuti in parti differenti della città e in luoghi non militari come scuole, strade, parchi pubblici, campi sportivi, cimiteri, ospedali ed anche punti di ristoro.

6. Il legame tra i bombardamenti e i fatti politici

192. Un riesame cronologico degli incidenti rivela un disegno di pesanti bombardamenti prima e durante le varie conferenze di pace ed altri negoziati, che danno l'idea di un legame politico con gli attacchi. (nota50) Ci sono anche prove che i bombardamenti si sono più o meno incrementati a seconda delle dichiarazioni dei Governi e dei leader politici locali e internazionali.(nota51)

193. Il 5 febbraio 1994, almeno 68 persone sono state uccise ed altre 200 ferite nel bombardamento di un mercato del centro cittadino. In seguito a quell'attacco, la NATO ha lanciato un ultimatum, il 9 febbraio, che dava alle forze serbo bosniache e bosniache 10 giorni per arretrare le armi pesanti dalla zona designata, o altrimenti avrebbero subìto dei violenti attacchi aerei. Scarsi risultati si sono avuti fino al 17 febbraio, data in cui la Federazione russa ha annunciato l'invio di un contingente di 400 reparti nella città, e ha convinto le forze serbo-bosniache ad accettare l'ultimatum della NATO. Il 20 febbraio, la NATO ha annunciato che vi era stata una accettazione di fatto dell'ultimatum e che non c'era più stato bisogno di un attacco aereo "a quel dato stadio". Da quel momento, il fuoco dell'artiglieria si era notevolmente ridotto su Sarajevo.

194. L'effetto globale dei danni ai civili, della distruzione di edifici non militari, il bombardamento distruttivo di bersagli protetti, come ospedali, beni culturali ed altri, evidenziano il consistente e continuativo piano di violazione delle Convenzioni di Ginevra e di altre violazioni del diritto umanitario internazionale. Il protrarsi nel tempo e la loro frequenza chiaramente stabilisce che, almeno nella gran parte degli incidenti, coloro che avevano ordinato e compiuto queste azioni, avevano commesso tali violazioni. La responsabilità del Comando esiste anche chiaramente.

C. Le indagini su Sarajevo (nota52)

195. Dal 20 giugno al 9 luglio 1993, la Commissione ha inviato a Sarajevo una missione di indagine, durante l'assedio, per intraprendere uno studio giuridico su uno specifico incidente nella battaglia di Sarajevo ed un esame analitico della battaglia di Sarajevo. Facevano parte della missione un gruppo di avvocati militari canadesi e degli investigatori di polizia. I membri della missione hanno avuto incontri con un largo numero di funzionari locali, compresi quelli della Commissione di Stato sui crimini di guerra, con funzionari cittadini, ufficiali medici e militari.

197. L'obiettivo di questo studio è stato quello di analizzare incidenti specifici avutisi durante l'assedio di Sarajevo, identificare specifiche violazioni della legge di guerra (violazioni, in particolare, che hanno prodotto danni ai civili), analizzare le circostanze in cui sono avvenuti gli incidenti e valutare la possibilità di identificazione e perseguimento dei presunti colpevoli (in particolare, dei comandanti militari). Il rapporto si basa sulle informazioni raccolte a Sarajevo e dintorni.

198. Prima dell'arrivo a Sarajevo non è stata fatta una selezione degli incidenti da analizzare.

I criteri di selezione degli incidenti ha tenuto presente: il numero dei danni, il numero di proiettili sparati, le fonti ed anche il tempo trascorso dall'incidente. Si è sperato di poter ricevere informazioni da fonti bosniache, serbe e dell'UNPROFOR. La considerazione secondo la quale si è preferito un incidente nel quale sono stati sparati più colpi è perché è chiaro l'intento di commettere un'offesa.

199. Alle autorità della Commissione di Stato bosniaca sui crimini di guerra è stato chiesto di fornire delle prove su sei incidenti a loro scelta, con la condizione che sarebbero stati presi in considerazione, ma non necessariamente scelti, per un'indagine accurata. Le prove non potevano essere compilate dalla Commissione in un breve periodo di tempo per cui si è deciso un approccio alternativo. Le autorità bosniache hanno suggerito sei incidenti per i quali sarebbe stato disponibile un certo numero di informazioni. Sono stati scelti per un'indagine approfondita due di questi incidenti: il bombardamento su un incontro di calcio il 1 giugno 1993, e quello su un funerale a metà giugno del 1993. Le indagini preliminari sul bombardamento del funerale hanno raccolto informazioni da una sola fonte poiché una pioggia ininterrotta aveva eliminato qualsiasi prova che l'UNPROFOR voleva raccogliere.

200. Per quanto riguarda l'altro incidente scelto per le indagini, cioé il bombardamento sul campo di calcio, gli investigatori hanno ascoltato parecchi testimoni di parte bosniaca e rivisto l'analisi del cratere fatta dall'UNPROFOR. Non sono invece riusciti ad interrogare testimoni di parte serba.

201. Sulla base delle indagine svolte, si può concludere che: due colpi di mortaio sono stati sparati sul torneo di calcio approssimativamente alle 10.30 del 1 giugno 1993; tredici persone sono rimaste uccise e 133 ferite; i colpi sono stati sparati dalla parte serba a circa 300 m a sud dellecaserme di Lukavica; la giornata era chiara e soleggiata, quindi, con una buona visibilità; la zona dove è avvenuto il bombardamento era esclusivamente residenziale; il campo da gioco non era visibile dalla zona serba in quanto circondato da palazzi, però, le voci erano facilmente udibili dalla linea del fronte; per parecchi mesi non si erano avuti spari in quell'area.

202. Sulla base dei suddetti elementi si può concludere che esiste un caso in cui da parte serba si siano deliberatamente attaccati dei civili e, quindi, si sia commesso un crimine di guerra. Con le informazioni disponibili, non è ancora possibile identificare i probabili colpevoli. In relazione all'indagine sistematica del diritto di guerra e alla battaglia di Sarajevo, l'equipe di studio ha visitato i luoghi degli incidenti. Il bombardamento e il cecchinaggio hanno precluso un'indagine accurata del danno alla proprietà. L'equipe ha comunque ottenuto parecchia documentazione dagli ufficiali del Governo bosniaco e dall'UNPROFOR. Malgrado i tentativi, non è però riuscita ad incontrarsi con i funzionari serbi di Pale.

204. Il rapporto preparato dall'equipe d'indagine è un esame non completo delle questioni di diritto del conflitto armato, sorte durante l'assedio. Essa non ha potuto ispezionare le forze dell'Esercito serbo-bosniaco durante le indagini e non ha ricevuto accuse sulla cattiva condotta del Governo bosniaco durante l'assedio, eccetto quelle da fonti UNPROFOR circa le postazioni delle forze del Governo bosniaco. Il rapporto si sofferma sulle violazioni relative al combattimento, sul bersagliamento arbitrario e sui mezzi e metodi illeciti usati in tempo di guerra. Se ne deduce che è probabile che le armi di per sé illegali fossero usate durante l'assedio, o che ci fosse un uso non autorizzato da parte del personale dell'Esercito serbo-bosniaco di veicoli dell'ONU, il che può essere vista come condotta sleale. Se persone sono state uccise o ferite in seguito ad una condotta sleale, sarebbe dimostrata una grave violazione del Protocollo I. Similmente, dovrebbe essere provato che individui designati hanno attaccato

o autorizzato attacchi sulle forze dell'ONU e queste persone dovrebbero essere accusate di violazione del diritto e del costume di guerra, come sancito nell'articolo 3 dello statuto del Tribunale Internazionale , per ciò che essi starebbero commettendo una grave violazione dell'articolo 85, paragrafo 3 del Protocollo I facendo la popolazione civile oggetto dell'attacco. A Sarajevo i peace-keepers dell'ONU non sono combattenti e quindi hanno diritto a essere trattati come dei civili. La tendenza da entrambe le parti a controllare il cibo, l'acqua e l'elettricità per motivi di pubblicità, il mescolamento tra militari e civili e il fatto che nessuno sembra essere morto durante l'assedio di fame, sete o freddo contribuisce a rendere difficile la tesi che la privazione di risorse è stata usata come metodo di guerra. La condotta su questa questione è stata deplorabile, ma il suo aspetto criminale è discutibile.

205. La maggior parte dei crimini di guerra commessi a Sarajevo ha riguardato attacchi a persone e edifici civili, nonché la distruzione di beni culturali. Deve ancora essere definita una lista accurata delle persone uccise o gravemente ferite durante l'assedio. Dovrà ancora essere stabilito se al momento della morte fossero combattenti o meno, e quando, dove e come sono stati uccisi o feriti. Una volta stabilito questo, sarà possibile distinguere i danni militari e civili. Può anche essere possibile stabilire da dove provenivano i proiettili che hanno causato danni, in modo da definire le responsabilità. Sarà anche possibile stabilire quanti dei danni civili sono stati causati da qualche forma di cecchinaggio. Senza tener conto della regola della proporzionalità, è logico presumere che i danni civili causati dal fuoco dei cecchini sono il risultato di attacchi deliberati sui civili e non il risultato di attacchi indiscriminati, come può essere in caso di bombardamento.

206. La compilazione di uno studio cronologico e quantitativo dei danni civili prodotti a Sarajevo non è stato fatto dall'equipe di studio.(nota53) E' ovvio che vi è stato un grave danno agli edifici culturali, religiosi e sanitari. C'è un'ampia possibilità che ci sia stato un deliberato tentativo di prendere di mira alcuni tipi di bersaglio. Per esempio, uno studio dettagliato del bombardamento della struttura sanitaria del Kosevo o della Libreria Nazionale dimostrerebbe come questi siano stati fatti oggetto di bersaglio. E' anche supponibile che sia stato fatto un lavoro deliberato per prendere di mira strutture religiose. Il rifugiarsi delle forze del Governo bosniaco nelle abitazioni di civili può essere stata la causa del bersagliamento dell'Esercito serbo bosniaco. Il danno agli obiettivi civili è stato abbastanza grosso per concludere che sono o sono stati presi deliberatamente come bersaglio o sono stati attaccati indiscriminatamente.

207. In passato, ci sono stati incidenti che hanno causato notevoli danni ai civili e un sostanziale vantaggio militare ottenuto da una particolare azione militare. In quei casi, si potrebbe quantificare il vantaggio militare e le perdite di civili e applicare l'alquanto soggettiva regola della proporzione. Come norma generale, la regola della proporzionalità non è rilevante per l'attività di cecchinaggio delle forze dell'Esercito serbo-bosniaco, ed è di discutibile rilevanza per molti dei bombardamenti dell'artiglieria. Le forze dell'Esercito serbo-bosniaco stanno deliberatamente prendendo di mira la popolazione civile di Sarajevo, o come misura di rappresaglia o per indebolire la loro determinazione politica. L'attacco alla popolazione civile è un crimine di guerra.

208. Sarà probabilmente molto difficile collegare individui particolari a specifici incidenti in cui civili o obiettivi civili siano stati deliberatamente attaccati o soggetti ad attacchi indiscriminati. Comunque, può essere meno difficile identificare unità specifiche. Si può localizzare gli incidenti in modo tale che risulti chiaro che una data unità sotto un particolare comandante sia stata la causa di un numero di incidenti. Se non è possibile elaborare un processo contro i soldati singoli o gli ufficiali delle unità di comando, è comunque possibile trovare un processo prima facie contro l' ufficiale o gli ufficiali responsabili delle forze dell'esercito serbo-bosniaco che ha circondato la città dall'inizio dell'assedio.

209. E' parere della Commissione che:

(a) lo studio di specifici incidenti nei combattimenti a Sarajevo ha provato che, con una buona dose di certezza, la popolazione civile è stata deliberatamente presa di mira, ma non è stato possibile identificare i colpevoli.

(b) lo studio generale sul diritto del conflitto armato e sui combattimenti a Sarajevo ha stimato uno spettro di fonti informative e, facendo affidamento sulla dottrina della responsabilità del comando, ha fornito un sostegno alla proposta di una possibilità di caso prima facie contro il comandante delle forze serbo-bosniache che hanno circondato Sarajevo per attaccare deliberatamente la popolazione civile.

D.Le indagini a Medak Pocket (nota54)

210. Il 9 settembre del 1993, le forze croate hanno attaccato Medak Pocket, un gruppo di piccoli villaggi rurali e borghi che occupano la striscia di terra controllata dai serbi nel Settore Sud a ridosso del territorio croato. I croati hanno subito ucciso o sconfitto i pochi difensori serbi nell'area. In alcuni giorni, comunque, le autorità croate hanno mostrato la volontà di ritornare alle loro posizioni dell'8 dicembre e affidare il territorio all'UNPROFOR. Il ritiro è stato completato entro il 17 settembre. Entrate a Pocket, le forze dell'ONU hanno trovato tutti gli edifici bruciati o demoliti. Vi erano centinaia di edifici di questo tipo nei tanti villaggi e borghi. Nessuno era abitabile. Squadre speciali hanno stimato e registrato i danni, cercato i sopravvisuti e raccolto i corpi. In queste squadre vi erano ufficiali medici dell'UNPROFOR, la polizia civile (CIVPOL) e soldati. L'UNPROFOR ha preparato un rapporto consistente sui fatti di Medak Pocket. Anche se questi rapporti sono uno il doppione dell'a

ltro, considerati insieme, forniscono una base eccellente per una successiva indagine che si soffermi su questioni legali e giudiziarie.

211. Dal 27 al 31 ottobre 1993, la Commissione ha mandato una squadra formata da personale militare canadese ed esperti giudiziari di "Phisicians for Human Rights" per vedere la zona e i villaggi distrutti, e per controllare i rapporti e le fotografie fornite dall'UNPROFOR e dalle autorità della "Repubblica serba di Krajina".

212. Conclusione delle loro indagini è che, sebbene alcuni dei morti probabilmente erano stati uccisi, non è stato però possibile identificare un diretto responsabile. Inoltre, non vi era un disegno chiaro di atti criminali, sufficiente ad attribuire la responsabilità di un deliberato assassinio di civili da parte dei comandanti croati.

213. Allo stesso tempo, questa indagine ha portato alle seguenti scoperte sulla distruzione arbitraria:

a) Diversamente dalle prove riguardo le morti di Medak Pocket, vi era un chiaro, ovvio e notevole disegno di distruzione arbitraria: centinaia di case erano state distrutte insieme a centinaia di altri edifici; quasi tutti gli animali uccisi o portati via; tutta la proprietà privata distrutta o presa; tutti i veicoli e le attrezzature di fabbrica distrutti o presi; i covoni incendiati; e molti pozzi inquinati. La devastazione è stata totale.

b) La durata della distruzione è stata contraria a qualsiasi legittima condotta e necessità militare. Il grosso della distruzione, secondo molti testimoni oculari, è avvenuto il 16 settembre. Ne è prova anche il rumore dell'esplosione, il fumo degli spari e il fatto che molti edifici fossero ancora in fiamme all'ingresso in Pocket del personale ONU.

c) La distruzione è avvenuta dopo che la resistenza serba si era ritirata. Al momento in cui è stata sentita l'esplosione ed è apparso il fumo nella regione non vi era più traccia della resistenza serba. Tutte le forze regolari serbe avevano abbandonato la zona prima che si verificasse la distruzione. Anche l'ufficiale croato di collegamento è stato costretto a trovare una scusa per non coinvolgere l'attività legittima di combattimento delle forze opposte. La posizione disseminata degli edifici, e la breve e discontinua difesa serba, non spiega questo livello di distruzione

d) L'ingente distruzione attraverso demolizioni e incendi è contraria ad una legittima operazione militare.

e) varie giustificazioni tra loro contraddittorie fornite dai croati sulla distruzione rivelano la mancanza di qualsiasi giustificazione legittima per una distruzione di tale portata.

214. E' parere della Commissione che il rapporto d'indagine su Medak Pocket fornisce un ampio sostegno all'idea che i casi prima facie possono essere usati contro singoli ufficiali croati per l'arbitraria distruzione della proprietà di civili.

215. Il rapporto preparato per la Commissione e contenuto nell'allegato VII a fine delle indagini comprende suggerimenti per bozze di imputazioni, sinossi di prove e progetti processuali per il possibile perseguimento dei singoli ufficiali croati.

E. Strutture di detenzione (nota55)

216. Dalla primavera del 1992, le fazioni belligeranti in ex Jugoslavia hanno creato una varietà di strutture detentive lungo tutto il territorio.

217. La Commissione ha ricevuto informazioni su un totale di 715 campi di reclusione, gran parte dei quali sono, ora, chiusi. Le informazioni sulle date di apertura e chiusura di questi campi, nonché sul numero dei prigionieri, sono incomplete.(nota56)

218. Dei 715 campi: 237 erano diretti dai serbo-bosniaci e dalla ex Repubblica di Jugoslavia; 89 dal Governo e dall'Esercito di Bosnia-Erzegovina; 77 dai croato-bosniaci, dal Governo di Croazia, dall'Esercito e dal Consiglio di Difesa croato; 4 congiuntamnete dal Governo bosniaco e dai croato-bosniaci; e 308 non si è ancora riusciti con sicurezza a definire da chi fossero diretti.

219. La grandezza di questi campi era abbastanza variabile, vi erano campi che potevano ospitare pochi prigionieri, altri che ne contenevano un largo numero. La durata della loro attività può essere stata di alcuni di mesi per alcuni, per altri di giorni. Anche le loro finalità sono varie.

220. A causa della natura dei vari conflitti e della struttura delle parti in guerra (vedi paragr.120-128 e allegato III), il centro di controllo dei campi può variare. In vari periodi di tempo, uno stesso campo può essere stato diretto dall'esercito, dal governo centrale, dalle autorità politiche e locali, dalla polizia, da vari gruppi militari e da civili locali armati.

221. I vari gruppi su menzionati hanno convertito in campi di detenzione strutture preesistenti, come edifici municipali, uffici amministrativi, scuole, campi sportivi all'interno di aree occupate e più grandi strutture nei dintorni di quelle aree (industrie, depositi, cave e miniere). L'uso di queste strutture ha permesso alle parti in guerra il facile e veloce controllo, nonché sistemazione della popolazione presa come bersaglio all'interno di un'aria geografica controllata o conquistata. Non vi è una grande differenza tra strutture adibite a prigionieri di guerra e quelle adibite a civili non combattenti.

222. I campi sono usati di frequente per detenere la popolazione civile che è stata rimossa in modo coatto da regioni particolari. La detenzione può precedere o essere conseguente agli scontri armati in queste regioni. La detenzione su vasta scala di persone di un altro gruppo etnico o religioso avviene anche quando non c'è niente da dire se non che l'internamento è necessario per un qualsiasi valido motivo legale (vedi paragr. 129-150 e allegato III).

223. I campi sono spesso teatro di esecuzioni di massa, torture, stupri e altre forme di violenze sessuali. Qui si compiono gli atti più disumani, commessi da guardie, poliziotti, forze speciali, e da esterni ai quali viene permesso entrare proprio per compiere tali efferatezze.

224. Da quanto segue risulta che il numero dei campi e delle violazioni segnalate, commesse nei campi sotto il controllo dal Governo di Bosnia-Erzegovina e dal suo esercito è notevolmente inferiore rispetto alle altre parti in guerra, noncuranti dell'appartenenza religiosa o etnica dei loro detenuti. Il numero delle violazioni del Governo croato, dell'Esercito e del Consiglio di Difesa è più vasto, in particolare, contro i serbi in Krajina e nella Slavonia occidentale e orientale, e contro i musulmani di Bosnia-Erzegovina in Erzegovina. Il periodo di attività di questi campi in ciascuno di questi contesti è relativamente limitato. Le due fazioni belligeranti su citate sono, comunque quelle che hanno commesso un numero nettamente inferiore di violazioni rispetto alle forze serbe e loro alleati, sia in Croazia che in Bosnia-Erzegovina. I campi sotto il controllo serbo sono nettamente quelli con il maggior numero di detenuti e in cui sono state commesse le maggiori e più efferate violazioni.

225. Le caratteristiche e il tipo di violazioni nei campi variano a seconda dell'autorità che li controlla, della finalità del campo e del comandante di campo.

226. Segue una descrizione sommaria dei campi divisa a seconda

del controllo da parte di una o dell'altra parte in guerra. (nota57)

1. I campi del Governo bosniaco

227. I campi del Governo bosniaco, come riportato, sono stati teatro di gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra. Queste denunce includono la tortura e l'uccisione dei prigionieri croati e serbi. Il numero di prove e rapporti a proposito sono, comunque, limitati. La Commissione non è riuscita a scoprire nessun particolare deisegno di questa tipo di condotta. Ha, però, accertato che il Governo di Bosnia-Erzegovina ha espresso il suo dissenso nei confronti di queste violazioni individuali.

2. I campi croato-bosniaci, del Consiglio di Difesa croato, del Governo e dell'Esercito croati

228. I campi croato-bosniaci e del Consiglio di Difesa croato si trovavano in Erzegovina, quelli del Governo ed Esercito croati nell'area della Krajina, nella Slavonia occidentale e orientale, e in altre parti della Croazia. Anche in questi campi si sono commesse gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra ai danni dei musulmano-bosniaci, tra le quali uccisioni, torture e stupri. La Commissione non ha potuto accertare nessun particolare disegno di questo tipo di condotta, ha, però, informazioni sulla posizione e sulla struttura di comando di alcuni di questi campi, sulle torture e le uccisioni di persone detenute, nonché i nomi di alcuni colpevoli e vittime. Il più grosso numero di violazioni ha avuto luogo in Krajina e nella Slavonia occidentale e orientale contro i serbi; e in Erzegovina da parte dei croato-bosniaci e del Consiglio di Difesa croato contro i musulmano-bosniaci. Il Governo di Croazia ha dal 1993, secondo informazioni ricevute dalla Commissione, condannato queste violazioni e cercato di por

re un freno al loro ripetersi.

3. I campi della "Repubblica serbo-bosniaca"

229. La Commissione è a conoscenza del fatto che nei campi serbo-bosniaci vengono commesse gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e altre violazioni del diritto umanitario internazionale, tra le quali uccisioni, torture e stupri su vasta scala. Questi campi si trovano, per lo più, in Bosnia-Erzegovina ed in essi sono detenuti soprattutto musulmano-bosniaci ma anche croato-bosniaci. I serbo-bosniaci usano i campi per semplificare il controllo territoriale e politico di una determinata area geografica o per espellere e eliminare la popolazione etnica e religiosa di quell'area. La Commissione è in possesso di dettagliate informazioni sulla collocazione di alcuni di questi campi, compresa la descrizione degli edifici in cui i prigionieri vengono tenuti, interrogati, torturati e uccisi. Ha, inoltre, informazioni su alcuni comandanti di campo e unità militari di quelle aree, nonché di singoli colpevoli.

230. I seguenti schemi riassumono quanto emerso da questi campi:

a) I campi sono concepiti con l'obiettivo della "pulizia etnica" (vedi paragr. 129-150 e 151-182 e allegato V);

b) I gruppi dei campi sono stabiliti e raggruppati in varie aree geografiche e sono parte di una rete.

I prigionieri vengono frequentemente spostati da un campo all'altro. I vari campi spesso hanno dei compiti specifici, come l'uccisione in massa, la tortura, lo stupro e lo scambio e la detenzione di prigionieri civili.

c) I detenuti sono spesso trasferiti in campi che si trovano in altre regioni per motivi di sovrannumero, ispezioni anticipate della Croce Rossa Internazionale, per sopralluoghi da parte di televisioni, per scambio di prigionieri, o per motivi illegali.

d) L'insensata umiliazione e maltrattamento dei prigionieri sono caratteristiche comune a tutti i campi.

e) Dopo la conquista di un villaggio o di una città, la popolazione del posto viene presa ed internata in diverse località. Durante la raccolta, la popolazione è frequentemente soggetta a torture, stupri e uccisioni. I prescelti per gli abusi peggiori sono i leader locali religiosi, politici e cittadini, gli imprenditori, i professionisti e personalità di rilievo. A questo processo di cattura prendono parte dipendenti pubblici locali, politici e poliziotti.

f) I prigionieri sono costretti a cedere i propri soldi e valori all'aggressore senza possibilità di riaverli indietro in caso di scarcerazione.

g) In molti casi, chi cattura interroga i prigionieri per carpire informazioni di tipo militare e strategico e per conoscere la loro fede e appartenenza politica. Vengono richieste informazioni, anche, sul proprio patrimonio personale o sui legami familiari tra i detenuti. Per lo più, gli interrogatori sono mirati a conoscere questioni militari e di sicurezza e quasi sempre sono accompagnati da atti brutali e umilianti e, in molti casi, da torture e uccisioni.

h) I campi più piccoli ospitano i prigionieri fino a che non vengono smistati e trasportati in campi più grandi o in sezioni seaparate di campi più grandi. Per essere trasferiti, vengono ammassati in pullmann, camion o vagoni bestiame in cui vengono sottoposti ad abusi fisici e mentali; durante il trasporto vengono spesso uccisi a caso, o gli viene negato il cibo, l'acqua o di andare a fare i propri servizi personali. Una volta raggiunta la destinazione, molti prigionieri, mentre vengono scaricati dai camion, vengono uccisi. Alcuni prigionieri vengono trasportati in macchina dai locali.

i) Gli uomini tra i 16 (anche più giovani) e i 60 anni che sono ritenuti in grado di servire militarmente, vengono solitamente separati da vecchi, donne e bambini, e trasferiti in campi più grandi a più stretta sorveglianza e in cui sono prevalenti le uccisioni e le torture.

j) Nei campi più grandi, i prigionieri sono soggetti a picchiaggi. Molti vengono picchiati durante gli interrogatori. I picchiaggi o più severe torture e uccisioni aumentano in caso di un arretramento militare serbo-bosniaco o quando ci sono vittime serbe.

k) I prigionieri che vengono presi più di mira per torture o per essere uccisi sono quelle persone che per ricchezza, cultura o per posizione politica sono ritenute figure di spicco della comunità. Le guardie di solito ricevono informazioni che gli permettono di identificare queste persone. Le informazioni vengono ottenute dalla popolazione locale o attraverso metodi violenti e coercitivi sui prigionieri, o anche da altri campi usati soprattutto per effettuare interrogatori.

l) In molti casi, i prigionieri sono stati costretti, per l'intrattenimento delle guardie, a picchiarsi l'un l'altro. In altri casi, i prigionieri sono stati trucidati in massa con delle mitragliatrici.

m) Nella maggior parte dei campi (in particolare nella seconda metà del 1992 e nella prima del 1993), i prigionieri venivano uccisi con scadenze giornaliere. I loro corpi venivano lasciati in putrefazione nei terreni dei campi, disposti in fosse comuni fuori dei campi o buttati nei fiumi, nelle gravine o nelle cave di miniere. La Commissione conosce la collocazione di alcune di queste fossi comuni (vedi paragr.253-263 e allegati X, X.A e X.B).

n) Le donne, i bambini e gli uomini oltre i 60 anni sono di solito separati dagli altri e portati in campi specifici. Questi campi sono sorvegliati e recintati ma ai prigionieri è permesso passare da un edificio all'altro al loro interno. Sebbene ci sia un numero di uccisioni inferiori, in questi campi, le torture e gli stupri sono frequenti.

o) In questi campi sono frequenti gli stupri (vedi paragr.231-252 e allegati IX e IX.A). Vengono uccise anche sotto gli occhi degli altri prigionieri le donne che cercano di resistere allo stupro. Gli stupri vengono commessi anche di fronte agli altri prigionieri. Le donne, durante la notte, vengono prese a casaccio. Il modo con cui gli stupri vengono eseguiti provoca il terrore nella popolazione femminile. La Commissione è in possesso di informazioni che attestano che, durante la prigionia, anche bambine di 7 anni e donne di 65 sono state oggetto di stupri.(nota58) Il gruppo più colpito è stato quello di donne tra i 13 e i 35 anni. Le madri sono spesso stuprate davanti agli occhi dei loro piccoli figli e minacciate della morte di questi se non si sottomettono. Alcune volte le donne più giovani vengono separate da quelle più anziane e portate in altri campi, dove vengono stuprate più volte al giorno, per parecchi giorni, anche da più uomini. Molte di queste donne spariscono, o dopo che sono state stuprate e

brutalizzate al punto da rimanere traumatizzate, vengono riportate nei campi e sostituite con altre donne giovani. Ci sono satti anche casi di abusi sugli uomini, come castrazioni o mutilazioni degli organi genitali.

p) In tutti i campi i prigionieri sono soggetti ad umiliazioni e violenze psicologiche, come denigramenti per la propria appartenenza etnica. I prigionieri sono tenuti in ambienti malsani, in cui dominano la dissenteria e i pidocchi. Viene spesso negato l'uso dei bagni. Spesso, i prigionieri maschi vengono così strettamente ammassati nelle celle da non poter stendersi o sedersi, e in alcuni casi anche respirare. Inoltre, vengono affamati o, nella migliore delle ipotesi, viene dato loro un pasto al giorno consistente di una magra porzione di zuppa e pane. Nei casi in cui il cibo viene mandato dalla Croce Rossa Internazionale non viene distribuito, come si dovrebbe, ai prigionieri, ma viene trattenuto dalle forze in guerra serbo-bosniache o consumato dalle guardie del campo. L'assistenza medica è, quasi in tutti i campi, assente, per cui spesso i malati o i feriti vengono seppelliti vivi nelle fosse comuni insieme ai corpi dei prigionieri uccisi.

231. La Commissione conclude che gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra ed altre violazioni del diritto umanitario internazionale sono state commesse lungo un ampio arco di tempo, su vasta scala e per lo più nei modi più brutali e disumani. Queste violazioni sono volute o quantomeno sono a conoscenza dei comandanti dei campi, della leadership politica locale e della polizia. Le unità dell'esercito possono essere coinvolte come possono non esserlo, comunque, non intervengono per fermare queste violazioni e per questo hanno la responsabilità di omissione.

F. Lo stupro ed altre forme di violenza sessuale (nota59)

232. Attraverso le varie fasi dei conflitti armati nell'ex Jugoslavia, ci sono stati numerosi rapporti sulla diffusa e sistematica pratica dello stupro e di altre forme di violenza sessuale. La Commissione, in base a questi crimini rilevati, ha adottato parecchi metodi di ricerca e indagine per l'accertamento dei fatti.

233. La Commissione ha cercato, in particolare, di esaminare la relazione tra "pulizia etnica" e stupro ed altre forme di violenza sessuale.

234. A causa del marchio sociale attaccato - anche in tempo di pace - lo stupro è uno dei crimini meno denunciati. Questa è la ragione per la quale è difficile stabilire quale sia il numero reale delle vittime di questo crimine. Nell'ex Jugoslavia, per quasi tutti i gruppi etnici vi è stata riluttanza a denunciare i casi di stupro, aggravata dalla guerra, dal fatto che i colpevoli sono perlopiù soldati e a causa della situazione generale di caos e di illegalità. Le vittime possono avere poca speranza di trovare giustizia, in più il loro silenzio è accresciuto dalla paura di rappresaglie.(nota60) I colpevoli vanno sicuri di rimanere impuniti per i loro crimini.

235. Anche gli uomini sono vittime di violenze sessuali: sono costretti a stuprare le donne o ad avere rapporti sessuali con le guardie o tra di loro, sono stati anche vittime di castrazioni, circoncisioni o altre mutilazioni sessuali.

1. Lo studio sullo stupro e altre violenze sessuali: l'archivio elettronico della Commissione (nota61)

236. I rapporti contenuti nel database della Commissione rilevano, tramite nomi o numeri, circa 800 vittime.(nota62) Un numero aggiuntivo di 1673 vittime è segnalato, ma non individuato, in rapporti di vittime che dicono di essere state testimoni o di aver saputo di altre vittime. Ci sono, inoltre altri 500 casi denunciati che si riferiscono ad un numero imprecisato di vittime. L'età delle vittime varia dai 5 agli 81 anni, con una gran parte al di sotto dei 35. I casi denunciati rivelano i nomi di 600 presunti colpevoli. In altri casi, le vittime fanno riferimento ad uno specifico numero di colpevoli, non svelandone l'identità; questi casi fanno riferimento a circa 900 colpevoli. Di tutti i rapporti in possesso, circa 800 contengono informazioni sommarie, che identificano i colpevoli tra i soldati, la polizia, le forze speciali e paramilitari. Tra i presunti colpevoli ci sono membri delle forze speciali, del personale militare, polizia locale e civili. Circa l'80 % dei casi denunciati specificano di essere

avvenuti nei luoghi di detenzione.

237. I casi di stupro ed altre violenze sessuali denunciati, contenuti nel database sono avvenuti tra l'autunno del 1991 e la fine del 1993. La maggior parte degli stupri è avvenuta da aprile a novembre del 1992; più rari i casi verificatisi negli ultimi 5 mesi. Nello stesso periodo, il numero dei rapporti delle fonti di informazioni è cresciuto da un minimo nel marzo 1992 a un massimo di 535 nuove storie nel gennaio del 1993 e 529 nel febbraio del '93. Questa correlazione potrebbe indicare che l'attenzione dei mezzi di informazione abbia determinato una diminuzione. In tal caso, mostrerebbe come i comandanti potrebbero controllare i colpevoli se solo lo volessero.(nota63) Ciò potrebbe condurre a concludere che c'è stata una politica prevaricatrice che ha patrocinato l'uso dello stupro come metodo di "pulizia etnica", più che una politica di negligenza, tollerante rispetto alla diffusa pratica dello stupro.

2. Lo studio pilota sullo stupro

238. Dal 29 giugno al 9 luglio 1993, la Commissione ha inviato a Sarajevo una missione di indagine, formata da personale militare canadese, per condurre uno studio pilota sulla questione dello stupro.(nota64) L'obiettivo era rivedere le informazioni a disposizione e sviluppare un metodo per poter intervistare testimoni e vittime in modo da determinare la quantità di prove ottenute per un possibile uso in sede processuale.

239. A Sarajevo, la squadra d'indagine ha ottenuto le più importanti informazioni dal database della Commissione sui Crimini di Guerra della Bosnia-Erzegovina. Il database offre una lista di 126 vittime, 113 incidenti, 252 presunti colpevoli, 73 testimoni e 100 documenti. Tra questi risultavano 105 casi di stupro.

240. E' parere della Commissione di Esperti che lo studio pilota sullo stupro è stato abbastanza generalizzato. Sebbene abbia valutato varie fonti di informazione, non è stato possibile raccogliere informazioni precise che portassero a casi diretti.

3. Lo stupro e le altre violenze sessuali: interviste alle vittime e ai testimoni

241. In Croazia e in Slovenia, nel marzo del 1994, la Commissione ha condotto una serie di interviste.(nota65) Tra le 146 vittime-testimoni della Bosnia Erzegovina, che sono state intervistate, 31 erano donne vittime dello stupro, e 2, a parere dell'intervistatore, anch'esse vittime, ma non desiderose di parlare della propria esperienza. Uno degli uomini della Bosnia Erzegovina intervistato è stato anch'esso vittima di violenze sessuali, durante la detenzione. Tra le donne, (nota66) 18 sono state stuprate nelle proprie case, 13 durante la detenzione. Tra gli uomini e le donne intervistate, vi erano 21 testimoni di altri stupri e violenze sessuali.(nota67) In totale 55 persone che sono state o vittime o testimoni di tali violenze. Nel caso degli uomini, tutte tranne una di queste violazioni sono state perpetrate durante la prigionia. Sette delle donne sono state stuprate nelle proprie case più volte e da gruppi di otto soldati. Quattro donne sono state stuprate durante la prigionia, mentre una di loro è stata

tenuta rinchiusa nella propria casa e quasi giornalmente stuprata. Tra le altre donne e uomini della Croazia intervistati, nove sono stati testimoni di altri casi simili. Un totale di 27 persone che sono state o vittime o testimoni.

243. Tutte le informazioni raccolte dalle 223 interviste (nota68) condotte dalla Commissione sono state messe a dsposizione del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale. Non vi è stato il tempo sufficiente tra la fine di questa raccolta di interviste (31 marzo 1994) e la stesura del presente rapporto (30 aprile 1994) per una dettagliata analisi dei casi presi in esame dalla Commissione.(nota69) Comunque, le informazioni raccolte sembrano supportare l'analisi condotta sulla base delle denunce inserite nel database della Commissione. Nei paragrafi successivi, sono tracciati gli esempi di stupro e altre violenze identificati attraverso il database, mentre la loro illustrazione viene data attraverso le interviste.

244. Cinque esempi (nota70)emergono dai casi denunciati, senza tener conto dell'appartenenza etnica dei colpevoli o delle vittime (vedi anche paragr.229 per una descrizione della pratica dello stupro nei luoghi di custodia)

245. Il primo esempio riguarda individui o piccoli gruppi che hanno commesso violenze sessuali in concomitanza con il saccheggio e l'intimidazione di un determinato gruppo etnico. Questo si verifica prima di un diffuso e generalizzato scontro armato nella regione. Le tensioni crescono e i membri del gruppo etnico che controllano il governo regionale cominciano a terrorizzare i loro vicini. Due o più uomini irrompono in una casa, minacciano i suoi occupanti, li derubano, li picchiano e spesso stuprano le donne. Alcuni degli stupri denunciati sono commessi da una o più persone. In entrambi i casi, si verifica una situazione da brigata in cui vengono commessi più abusi e gli invasori partecipano tutti alla stessa azione, anche se non violentano sessualmente le vittime. Una delle donne intervistate è stata stuprata da una banda di otto soldati di fronte alla sorella di sei anni e alla figlia di cinque. Uno degli uomini è stato costretto a stuprare la vittima "perché era un'Ustasha". Quando la donna ha denuncia

to il crimine alle autorità locali, le hanno detto che non potevano fare niente "perché era croata".

246. Il secondo esempio di stupro riguarda individui o piccoli gruppi che hanno commesso violenze sessuali in concomitanza con il combattimento in un'area, che spesso prevede lo stupro in pubblico. Quando le forze militari attaccano una città o villaggio, la popolazione viene raccolta e divisa per sesso ed età. Alcune donne vengono stuprate nelle loro case, altre, dopo la selezione, vengono stuprate in pubblico. La popolazione viene poi trasferita nei campi di detenzione. Una vittima-testimone intervistata ha visto una donna anziana ed altre donne stuprate sotto gli occhi di 100 detenuti dello stesso villaggio. La testimone è stata anch'essa minacciata di stupro e ha visto tagliare le gole ad alcuni uomini del gruppo.

247. Il terzo esempio di stupro riguarda individui o gruppi che hanno commesso violenze sessuali nei campi ai quali avevano libero accesso. Una volta raccolta la popolazione di una città o villaggio, gli uomini o vengono uccisi o mandati in campi diversi da quelli in cui vengono trasferite le donne. Ai soldati, alle guardie di campo, ai paramilitari e persino ai civili può essere consentito entrare nei campi, catturare le donne, portarle via, stuprarle e ucciderle o riportarle lì dove le avevano trovate. I rapporti parlano frequentementi di stupri ad opera di bande e di torture e picchiaggi che accompagnano la maggior parte degli stupri denunciati. I sopravvissuti riportano che alcune donne sono portate via da sole, altre in gruppo. Sebbene questo è un quadro generale, ci sono anche molte denunce di donne stuprate di fronte agli altri detenuti, o di altri detenuti costretti ad abusi sessuali tra di loro. Nei campi dove sono detenuti gli uomini, si verificano anche violenze sessuali. Durante le interviste fat

te dalla Commissione, le denunce di 15 persone erano relative ad uno stesso campo. Alcuni testimoni erano uomini, e tutte le donne erano state stuprate. Le donne erano stuprate a volte da gruppi o in presenza del comandante di campo. Alle guardie aldifuori del recinto di sicurezza del campo e ai soldati esterni veniva dato il permesso di entrare nel campo per stuprare le donne. Una delle vittime-testimoni intervistate ha visto una donna morire dopo un coma di sette giorni a causa di circa 100 stupri compiuti con particolare sadismo da parte delle guardie. Le violenze sessuali sono state perpetrate anche contro gli uomini: un testimone ha visto dei prigionieri costretti a colpire i genitali di un altro detenuto. Inoltre, 10 degli intervistati avevano assistito a morti a seguito di torture e sette del gruppo erano sopravvissute o assistito ad esecuzioni di massa (là o in altri campi). Un altro incidente rilevato da un'intervista riguardava dei prigionieri disposti in fila nudi di fronte a delle donne serbe ch

e da fuori si spogliavano. Se uno dei prigionieri aveva un'erezione gli veniva tagliato il pene. Il testimone ha visto una donna serba castrare un prigioniero. Un altro ex detenuto ha raccontato di aver subito scosse elettriche allo scroto e di aver visto un padre e un figlio che condividevano la sua cella costretti ad avere tra di loro rapporti sessuali.

248. Il quarto esempio di stupro riguarda individui o gruppi che commettono violenze sessuali al fine di umiliare e terrorizzare le donne nel quadro di una politica di "pulizia etnica". I sopravvissuti di alcuni campi sono certi di essere stati detenuti al fine specifico di essere stuprati. In quei campi, tutte le donne sono state con una certa frequenza stuprate, spesso sotto gli occhi degli altri detenuti e solitamente con l'aggiunta di picchiaggi e torture. Alcuni dei violentatori asseriscono che stanno cercando di mettere in cinta le donne. Le donne in cinta vengono tenute in prigionia sino a che è troppo tardi per ricorrere all'aborto. Una donna è stata tenuta prigioniera da un suo vicino (che era un soldato) per sei settimane. E' stata stuprata quasi ogni giorno da tre o quattro soldati. Le è stato detto che avrebbe messo al mondo un cetniko che, una volta cresciuto, avrebbe ucciso i musulmani; essi ripetevano che il loro Presidente gli aveva ordinato di fare così. La casa di una donna è stata presa da

i vicini serbi e usata come prigione per gli interrogatori per parecchie settimane. La donna è stata stuprata quasi ogni giorno e picchiata per parecchi mesi; lì anche altre due donne sono state stuprate. Ha assistito a parecchie uccisioni e torture.

249. Il quinto esempio di stupro riguarda la prigionia di donne in hotel o luoghi simili al solo fine di soddisfare sessualmente i soldati. Queste donne, da quanto viene riferito, sono spesso uccise piuttosto che scambiate, a differenza delle donne nei campi. Una donna intervistata è stata tenuta insieme ad altre donne in una casa privata, per sei mesi. Le donne appartenevano ad etnie diverse. Tutte le donne venivano stuprate al ritorno dei soldati dal fronte ogni 15 giorni. Al testimone è stato detto che le donne dovevano farlo perché le donne in un altro campo (che il testimone ha individuato e che è stato documentato da altre informazioni raccolte) erano sfinite.

250. Un filo comune attraversa i casi denunciati, sia quelli avvenuti dentro che quelli avvenuti fuori di un contesto penitenziario:

a) Gli stupri sembrano avvenire in concomitanza con i tentativi di smobilitare dalla regione il gruppo etnico preso come bersaglio. Lo stuprare le vittime sotto gli occhi di adulti o di componenti più giovani della famiglia, in luoghi pubblici o di fronte ad altri detenuti, o costringendo membri di una stessa famiglia a violentarsi tra di loro, non può che provocare un accrescersi di vergogna e umiliazione. Oltre a personaggi di spicco e a donne di una certa cultura, le vergini e le donne più giovani sono quelle più prese di mira per lo stupro.

b) Molti rapporti affermano che i colpevoli hanno asserito di aver ricevuto l'ordine di commettere stupri, o che il fine era quello di assicurarsi che le vittime e le loro famiglie non avrebbero voluto tornare in quella zona. I colpevoli dicono alle vittime che devono portare avanti la gravidanza e mantenere i figli dell'appartenenza etnica dello stupratore. Le vittime, inoltre, vengono intimate di non dire a nessuno dell'accaduto a rischio della vita.

c) Numerosi gruppi di colpevoli sottopongono le vittime a molteplici stupri e violenze sessuali. Essi vanno con delle lampade nei campi di detenzione durante la notte e scelgono le donne che poi riportano il giorno dopo. I comandanti di campo spesso sono a conoscenza di questo e, a volte, essi stessi vi partecipano.

d) Per gli abusi sessuali possono essere usati anche oggetti estranei, come bottiglie di vetro rotte, pistole o manganelli. La castrazione viene anche eseguita con mezzi crudeli come il costringere gli altri detenuti a portar via a morsi i testicoli del prigioniero.

251. Lo stupro è stato accertato essere stato commesso da tutte le parti in conflitto. Comunque, il numero più vasto di vittime denunciate è quello dei musulmano-bosniaci, mentre il più vasto numero di presunti colpevoli è tra i serbo-bosniaci. Ci sono pochi rapporti su stupri o altre violenze sessuali tra membri di uno stesso gruppo etnico.

252. In Bosnia, alcuni dei casi denunciati di stupro e altre violenze sessuali commessi dai serbi, in gran parte contro musulmani, sono chiaramente il risultato di un'iniziativa di individui o piccoli gruppi senza la prova di un ordine dall'alto o di una politica generale. Però, in molti sembra esserci il segno di un disegno globale per le seguenti caratteristiche in comune: la contemporaneità di pratiche in aree non contigue; la contemporanea esecuzione di altre violazioni del diritto umanitario internazionale; la contemporanea attività militare; la contemporanea azione di smobilitazione della popolazione civile; elementi comuni nell'esecuzione degli stupri, che accrescano la vergogna e l'umiliazione non solo delle vittime ma anche della comunità di appartenenza; e la durata degli stupri. Un dato che, in particolare, porta a questa conclusione è il gran numero di stupri avvenuto nei campi di detenzione.(nota71) Questi stupri non appaiono essere fortuiti, o comunque rivelano una politica di favoreggiamento d

ello stupro sostenuta dal deliberato fallimento dei comandanti di campo e delle autorità locali ad esercitare controllo e comando nei confronti del proprio personale.

253. Questi esempi dimostrano che una politica sistematica dello stupro è effettivamente esistita in certe aree, è però da dimostrare se è esistita una politica generale da applicare a tutti i non serbi. E' chiaro che un qualche livello organizzativo o attività di gruppo erano richiesti per poter eseguire molti degli stupri dichiarati. Inoltre, lo stupro e le altre violenze sessuali dovrebbero essere esaminati nel contesto della pratica della "pulizia etnica", discussa nei paragrafi 129-150 e nelle pratiche nei campi di detenzione al paragrafo 230. Se visti in questi contesti, è chiaro che sono state commesse gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra così come del diritto umanitario internazionale.(nota72)

G. Le fosse comuni (nota73)

254. A causa del grande numero di vittime che si sono avute su una vasta porzione dei territori di Croazia e Bosnia-Erzegovina dal 1991, vi è un numero cospicuo di persone seppellite in molte fosse comuni o singole sepolture.

255. La Commissione affronta la questione delle fosse comuni nel suo secondo rapporto provvisorio del 6 ottobre 1993, e delinea il suo progetto per la continuazione di uno studio con database e l'esumazione a Ovara (Settore Est della Croazia) (vedi paragr.265-276) e Packraka Poljana (Settore Ovest della Croazia) (vedi paragr.277-284).

256. Al 31 marzo 1994, la Commissione ha ricevuto informazioni che hanno portato all'identificazione di 187 fosse comuni sparse su tutto il territorio della ex Jugoslavia.(nota74) Dei posti rilevati, 143 si trovano in Bosnia-Erzegovina e 44 in Croazia.

257. Il numero dei corpi trovati nelle fosse comuni varia da 3 a 5000. In 65 si pensa si trovino musulmani; in 32 croati, e in 19 serbi. Sulle rimanenti, i rapporti su circa 81 fosse comuni non sono in grado di specificare l'etnia dei corpi contenuti. Alcune di esse contengono i corpi di appartenenti a più di una parte in conflitto.(nota75) Queste cifre, comunque, non specificano se i corpi trovati appartengono a civili ed altri non combattenti o sono i corpi di soldati morti durante il combattimento.

258. Il numero dei corpi ritrovati nelle fosse comuni sono i seguenti: 25 fosse comuni contengono meno di 10 corpi; 16 ne contengono da 10 a 20; 29 da 20 a 50 vittime; 22 contengono da 50 a 100 corpi; 20 contengono da 100 a 500 morti; e 13 ne hanno 500 e più. Sessantadue delle fosse comuni non hanno un numero specificato di corpi.

259. Le persone seppellite in 81 delle fosse rilevate si presume siano state uccise dai serbi; quelle seppellite in 16 fosse comuni dai croati e quelle in 5 fosse comuni dai musulmani. I rapporti delle restanti 87 fosse comuni non identificano l'etnia dei colpevoli. Ancora una volta si deve tener presente che gli individui o le fazioni responsabili delle uccisioni possono non essere responsabili della creazione delle fosse comuni.(nota76)

260. Molte fosse comuni sono situate vicino o nelle zone in cui si trovano i campi di prigionia. Solo nella regione di Prijedor, ci sono circa 62 fosse comuni, alcune delle quali sembrano contenere i prigionieri uccisi nei campi di Omarska, Keratem ed altri campi situati in quell'area. L'area di Br ko, in cui si trova il campo di Luka, può avere da 5 a 10 fosse comuni. Queste si trovano a Foa, MOstar, Kotor Varos, Pakr ka Poljana (vedi paragr.277-284) e Marino Selo.

261. Almeno 99 delle fosse comuni rilevate sembrano contenere le vittime di omicidi di massa. In questi casi, la fonte d'informazione ha chiaramente dettagliato le circostanze dell'uccisione o fornito la testimonianza di un testimone.(nota77) Così, più il numero delle informazioni cresce più vi è possibilità che il numero possa cambiare. Inoltre, il numero di fosse che presumibilmente contengono almeno 20 corpi, insieme a fonti d'informazioni su quante fosse sono state create, indica che il numero potrebbe aumentare. Questo è vero in particolare in quei posti confinanti con campi di prigionia. I dati, comprese le dichiarazioni dei testimoni, mostrano come molti dei seppelliti in fosse comuni erano ex detenuti nei vari campi sul territorio.

262. Bisogna dire che l'esistenza di fosse comuni non implica necessariamente che le persone siano state uccise illegalmente. Comunque, ci sono parecchi articoli delle Convenzioni di Ginevra che definiscono il trattamento e la sepoltura delle vittime in periodo di guerra. In alcuni casi, questi articoli possono essere stati violati da coloro che hanno seppellito i morti in fosse comuni senza una adatta identificazione.(nota78) Così, una fosse comune può essere importante non solo come depositaria di prove di un omicidio di massa, ma lo stesso metodo e modo con cui viene creato può costituire un crimine di guerra.

263. La Commissione ritiene che sia particolarmente importante fare indagini sulle fosse comuni per poter risolvere il problema delle persone scomparse, (nota79) fatto di vitale importanza per le famiglie. Le indagini sulle fosse comune possono anche aiutare a scoprire prove sulla criminalità.

264. Se l'esistenza di numerose fosse comuni fosse confermata, questo sarebbe un dato rilevante per l'inchiesta sulla "pulizia etnica" (vedi paragr.129-150).

H. L'indagine sui luoghi di sepoltura ad Ovara, nei pressi di Vukovar (UNPA, Settore Est, Croazia) (nota79a)

265. Come indicato nel primo e secondo rapporto provvisorio, la Commissione avrebbe dovuto condurre per un certo tempo un'indagine sul luogo di sepoltura di Ovara nel Settore Est, che doveva contenere i corpi di circa 200 persone che si trovavano nell'ospedale di Vukovar nel novembre del 1991, quando la città era caduta in mano alle forze serbe. L'indagine sarebbe consistita nell'esumazione delle salme contenute nella fossa comune, nella raccolta di prove materiali, nel trasporto dei corpi in un obitorio, nell'esame autoptico per l'identificazione delle cause e del modo del decesso, e nella raccolta di altri tipi di prove, come quelle offerte da testimoni, così da determinare le responsabilità di quelle morti.

266. La Commissione ha incontrato alcune difficoltà logistiche per condurre le indagini ad Ovara. Comunque, è riuscita a superarle e ad ottenere l'assistenza di un'equipe internazionale di investigatori.

267. Il solo ostacolo che non ha potuto superare è stato quello politico e cioé l'ottenimento di necessarie assicurazioni e permessi da parte delle autorità locali che controllano la zona.

268. Nel tentativo di ottenere le necessarie assicurazioni politiche, la Commissione è andata a Vukovar a marzo, luglio, ottobre e novembre; a Belgrado in marzo e aprile; e a Knin a settembre e ottobre. La Commissione ha avuto anche parecchi scambi di lettere con le varie autorità di questi posti. La strada proposta dalla Commissione, per una questione di bilanciamento, sarebbe stata quella di tentare di scavare in una seconda fossa comune nel Settore Ovest dove si pensava fossero seppelliti serbi, contemporaneamente alle indagini ad Ovara. La Commissione e le autorità locali hanno più volte affrontato le questioni riguardanti l'esame delle salme o la presenza di osservatori durante le indagini, o le preoccupazioni degli ufficiali della "Repubblica serba di Krajina" circa l'uso del Settore Ovest da parte dell'autorità croate come luogo di smaltimento delle scorie radioattive.

269. A seguito di una riunione a Knin con l'amministrazione della "Repubblica serba di Krajina" il 5 settembre 1993, la Commissione pensava di aver ottenuto la necessaria delibera scritta per procedere con gli scavi ad Ovara. Per una questione di equilibrio, mentre ad Ovara sarebbero stati esumati i corpi e sarebbe stata condotta su di essi un'autopsia per l'identificazione e le cause del decesso, sarebbe stato condotto un sopralluogo su una presunta fossa comune nell'area di Pakraka Poljana/Marino Selo nel Settore Ovest ed anche una ispezione sullo stato di radioattività in quest'ultimo. Sulla base di questo accordo, la Commissione ha deciso di inviare una missione di indagine a Zagabria nei primi di ottobre, e nel Settore Est ed Ovest nella settimana dopo il 17 ottobre.

270. Il 14 e 15 ottobre, la Commissione si è incontrata con l'amministrazione della "Repubblica serba di Krajina a Knin per ottenere un' ulteriore autorizzazione scritta per procedere con gli scavi ad Ovara e stabilire il posto per l'autopsia. Le autorità della "Repubblica serba di Krajina" hanno insistito che le indagini sulle salme non potevano essere condotte in Croazia. Sebbene avesse previsto di farle a Zagabria, la Commissione ha acconsentito di trovare un posto che fosse accettato anche dall'amministrazione della "Repubblica serba di Krajina". Ha anche accettato che durante le indagini fossero presenti dei loro osservatori. A seguito di queste garanzie, l'amministrazione della "Repubblica serba di Krajina" ha prodotto parecchi documenti in cui si assicurava la cooperazione e l'autorizzazione alla Commissione a procedere con le indagini.

271. L'equipe è stata trasferita da Zagabria al Settore Est il 19 ottobre. All'arrivo nella serata del 19 ottobre, il relatore sul posto è stato informato dall'UNPROFOR che bisognava incontrarsi con l'amministrazione del Settore Est della "Repubblica serba di Krajina", in particolare con il colonnello Milanovic, prima di iniziare i lavori di scavo. Nel frattempo, e su acquiescienza del Comandante di Settore dell'UNPROFOR, l'equipe è andata ad Ovara il 20 e 21 ottobre per un secondo sopralluogo, senza ancora procedere agli scavi. Il posto era stato protetto dall'UNPROFOR dalla sua prima identificazione nel dicembre 1992. Durante il sopralluogo, il posto è stato controllato dall'UNPROFOR; l'area è stata ispezionata in dettaglio con una serie di equipaggiamenti; e una certa quantità di prove materiali, tra cui bossoli usati ed alcuni vestiti, sono stati ritrovati.

272. Il 22 ottobre, i rappresentanti della Commissione si sono incontrati con il Colonnello Milanovic a Erdut e sono stati informati che, nonostante le varie approvazioni avute a Knin il 14 e 15 ottobre, il Parlamento della "Repubblica serba di Krajina" aveva preso la decisione, il 21 ottobre, di chiedere alla Commissione di rinviare la sua attività ad Ovara fino a che non si fosse trovata una soluzione politica alla situazione in ex Jugoslavia. Dopo l'incontro, tutto il personale è stato rimandato da Ovara negli alloggi a Klissa e Erdut. In seguito ad una consultazione con l'UNPROFOR, si è ritenuto che, dopo una tale decisione da parte dell'"amministrazione locale", qualsiasi tentativo di continuare oltre nel progetto avrebbe esposto il personale dell'equipe e l'UNPROFOR ad un rischio eccessivo.

273. Sebbene si siano fatti tentativi per rimettere in piedi il progetto di Ovara nelle settimane successive, come per esempio con l'incontro della Commissione con Bjegovic, Primo Ministro della "Respubblica serba di Krajina", nessuno di questi ha sortito l'effetto sperato. Nessuno della Commissione è più ritornato sul posto, che dal 22 ottobre è sotto la protezione dell'UNPROFOR.

274. Per utilizzare il personale incaricato del progetto, una volta chiarito a partire da mezzogiorno del 24 ottobre che non ci sarebbero stati cambiamenti repentini nella posizione assunta dall'amministrazione locale, questo è stato mandato per un certo tempo dal Settore Est al Settore Ovest ed in altri posti.

L'ultima persona e l'ultima parte di equipaggiamento è stata portata via dal Settore Est il 30 ottobre. Comunque, del materiale sufficiente e del personale è stato trattenuto in Croazia fino al 10 novembre così che gli scavi ad Ovara avrebbero potuto essere effettuati in caso di un'adeguata approvazione politica. Dopo il 10 novembre, l'inizio del freddo ha reso il progetto impraticabile fino alla primavera del 1994. Una reale approvazione politica non è stata ottenuta prima del 10 novembre.

275. Il 17 novembre 1993, i rappresentanti della Commissione si sono incontrati a Erdut con Hadzic, Presidente della "Repubblica serba di Krajina", su sua iniziativa. All'incontro era presenti anche Niksic, "Vice Presidente del Consiglio Regionale", e il Colonnello Milanovic, Ministro supplente della Difesa della "Repubblica serba di Krajina". Una nota n.1-234-93, firmata da Hadzic e datata 16 novembre, è stata presentata al relatore sul posto, in cui sono riportate le seguenti decisioni:

a) Le autorità della "Repubblica serba di Krajina" hanno acconsentito a cooperare e a dare la loro approvazione per gli scavi a Ovara, nella municipalità di Vukovar;

b) Gli scavi potrebbero cominciare a marzo o aprile del prossimo anno, quando le condizioni del tempo saranno migliorate;

c) Le autorità della "Repubblica serba di Krajina" nominerà un membro per osservare i lavori della Commissione;

d) Il "Presidente della Repubblica", Hadzic, ha approvato i punti di cui sopra, ed è disposto a cooperare pienamente con la Commissione;

276. A causa delle condizioni atmosferiche, la Commissione ha dovuto rimandare il lavoro di esumazione alla primavera del 1994. Il lavoro della Commissione è stato terminato il 30 aprile, tutti i documenti relativi sono stati ora mandati all'Ufficio del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale.

Il posto rimane sotto il controllo dell'UNPROFOR, ma nessuna indagine sui reati è stata condotta a seguito degli scavi della fossa comune sino ad oggi.

I. Le indagine sui luoghi di sepoltura nei pressi di Pakra ka Poljana (UNPA, Settore Ovest, Croazia) (nota80)

277. Durante la missione di ricognizione del marzo 1993, la Commissione ha ritenuto di dover condurre un secondo lavoro di scavi sul posto che, probabilmente, contiene salme serbe, contemporaneamente agli scavi a Ovara, dove invece dovrebbero esserci salme croate. Nello stesso periodo è stata informata di un certo numero di fosse comuni clandestine nei pressi di Pakraka Poljana nel Settore Ovest, che si pensava contenessero un grosso numero di salme serbe. Per ragioni relative alla sicurezza di quei posti e di potenziali testimoni, la Commissione ha evitato di andare, in quel momento, a fare un sopralluogo.

278. Nell'ottobre del '93, quando la Commissione stava per condurre i lavori di scavo della fossa comune, si era deciso che Physicians for Human Rights dovesse condurre un sopralluogo preliminare per confermare l'esistenza di una fossa comune. Al tempo in cui questa decisione era stata presa si era considerato che Pakra ka Poljana era, all'interno delle aree protette dell'ONU (UNPAs), la sede più probabile dove poter trovare una fossa comune contenente corpi serbi.

279. Dal 20 ottobre al 9 novembre del '93, ha disposto i gruppi di lavoro nella zona. Il numero delle persone di ciascun gruppo è variato nel tempo, poiché alcuni sono passati da Ovara a Pakraka Poljana.

280. La Commissione, durante questa indagine, ha ricevuto un valido supporto dall'UNPROFOR.

281. Il rapporto legale su questa indagine preliminare sul posto ha raggiunto le seguenti conclusioni:

a) Diciannove persone (16 maschi, 3 donne) sono state sepolte in nove differenti fosse in un campo a sud di Pakraka Poljana. Le fosse erano strette e sembravano essere state scavate con le mani. Le foglie trovate sul fondo delle fosse e i vestiti su parevcchi corpi, come pesanti giacche o maglioni, sono indizi del fatto che la sepoltura sia avvenuta in autunno o nel primo inverno;

b) L'area intorno alle fosse era usata come un luogo di esecuzioni. Bossoli usati calibro 22, calibro 25, da 9mm e da 7,62x39mm, sono stati trovati vicino alle fosse. Proiettili usati sono stati trovati anche vicino ai corpi, o all'interno dei vestiti. Cinque dei corpi avevano le mani legate con della corda. Altri corpi avevano le mani unite, a volte in posizioni strane, ma non si è trovata traccia di corda. Probabilmente le loro mani sono state legate ma con una corda fatta di fibre naturali che si è disintegrata col tempo. Quindici dei corpi mostravano ferite d'arma da fuoco alla testa, due avevano dei traumi alla testa, uno aveva ferite multiple al braccio e alla gamba ed un diffuso trauma alla testa.

c) Le nove fosse sono sepolture clandestine. La posizione isolata delle fosse fa pensare che coloro che hanno eseguito le esecuzioni hanno voluto dare segreta sepoltura alle prprie vittime. Le fosse si trovavano nei pressi di una strada percorribile da un camion o da altro veicolo, e adiacenti ad una folta vegetazione boschiva che copriva l'area da almeno un lato.

d) Non c'è traccia che indichi che le fosse fossero state toccate dopo la sepoltura dei corpi;

282. Pakraka Poljana si pensava fosse il luogo di fosse comuni contenenti più di 1700 corpi. E' stato esaminato con particolare attenzione: 21 fosse erano state scavate. Si è arrivati a concludere che quella ipotesi era erronea.

283. Il 9 novembre 1993, i 19 corpi esumati sono stati messi in involucri insieme a sostanze chimiche di conservazione e riseppelliti in un posto adiacente ad una base di osservazione dell'UNPROFOR. Prima che fosse fatto questo passo, si era prospettata la possibilità di condurre un esame autoptico delle salme per identificare le cause del decesso, ed anche la possibilità di raccogliere delle informazioni ante-mortem da un numero scelto di testimoni. Tutto questo non è stato fatto a causa delle preoccupazioni, viste prima, della "Repubblica serba di Krajina" sulla possibilità di fare autopsie in Croazia in conseguenza della difficoltà di ottenere un adeguato obitorio. Anche il tempo e le risorse umane non sarebbero state sufficienti per condurre le indagini sui crimini e raccogliere tutte le informazioni ante-mortem disponibili.

284. La responsabilità di informazioni ulteriori e del proseguimento dei lavori di indagine è ora passata all'Ufficio del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale.

J. La distruzione dei beni culturali

285. Per determinare il danno della distruzione dei beni culturali in ex Jugoslavia, la Commissione si è avvalsa del suo database e dei rapporti di organizzazioni internazionali, come l'UNESCO, l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, altre fonti intergovernative e ONG.

286. La Commissione ha ricevuto un'ampia informazione sulla distruzione dei beni culturali, ma non ha potuto condurre indagini su tutte queste denunce. In particolare, non ha potuto verificare le denunce di tutte le chiese cattoliche e le moschee, distrutte o danneggiate, nei territori di Bosnia occupati dai serbi.(nota81) Ha, allora scelto due casi di tali violazioni.

287. I due casi presi dalla Commissione ad esempio sono stati il combattimento di Dubrovnik (vedi paragr.298-301) e la distruzione del Ponte di Mostar.

288. Nell'autunno del '91, la regione di Dubrovnik è stata circondata ed assediata dall'Esercito Nazionale Jugoslavo. Dopo poche settimane, la stessa Dubrovnik è stata isolata dalle forze dell'ex Jugoslavia. Questa situazione è durata fino all'autunno del 1992, quando il distretto di Dubrovnik è stato riconosciuto far parte della Repubblica di Croazia. L'occupazione militare del distretto di Dubrovnik ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale proprio per l'importanza del patrimonio storico e culturale della regione e della città. Dubrovnik è ora conosciuta come un'antica città che ha subito i gravi danni degli attacchi serbi. Nel 1979, essa era stata messa nella lista dell'UNESCO sul patrimonio culturale del mondo.

289. Gli attacchi su Dubrovnik sono iniziati a giugno ed agosto del 1991 da parte delle forze paramilitari serbe, sostenute dall'Esercito regolare di Jugoslavia. Il 1 ottobre 1991 l'Esercito Jugoslavo ha invaso il distretto di Dubrovnik e preparato l'assedio della città. Si può senz'altro dire che non vi è stata un'effettiva difesa alle forze jugoslave dentro o nell'area circostante la città, per cui la distruzione non può essere giustificata come necessità militare.

290. L'assedio di Dubrovnik è durato da ottobre a dicembre. Il primo bombardamento è iniziato il 1 ottobre e continuato sporadicamente fino al 24 ottobre del 1991. Dopo una breve quiete, il bombardamento è ricominciato il 30 ottobre e continuato in dicembre. Quello del 6 dicembre è stato particolarmente intenso e mirato agli edifici della città vecchia e non vi sono dubbi che la distruzione dei beni culturali sia stata intenzionale. Comunque, non è stata colpita solo la parte antica.

291. Secondo alcune stime, il 55.9% degli edifici della città antica è stato colpito, o da incendi o da danni alle strutture, alle facciate o ai tetti. Parecchi palazzi hanno avuto i tetti bruciati o distrutti, tra cui il Palazzo del Festival, i cui archivi sono stati completamente distrutti. Altri esempi sono la Chiesa di San Biagio, la Cattedrale e il Convento di San Francesco, il Convento domenicano, il Convento di Santa Chiara e la Fontana di Onofrio; vi è stata anche sicuramente la distruzione dei tetti nella città antica. A questo proposito le autorità locali stimano 336 colpi diretti e 254 casi di distruzione parziale di tetti ad opera di frammenti di granata.

292. Secondo gli esperti dell'UNESCO, l'estensione totale di tetti danneggiati può essere valutata in 56.747 metri quadrati. Al danno visibile si deve aggiungere quello risultante dalle vibrazioni, che può venir fuori in seguito, così come il danno che non si è potuto rilevare al momento in cui gli esperti dell'UNESCO hanno condotto il loro lavoro.

293. Così, in riferimento allo statuto del Tribunale Internazionale, i danni riportati a Dubrovnik riguardano un'estesa distruzione e confisca di proprietà non giustificata da una necessità militare e confisca o distruzione di istituzioni religiose di carità e istruzione, di opere artistiche e scientifiche nonché di monumenti storici.

294. Il concetto di obiettivo militare dovrebbe essere anche considerato in questa relazione per poter gettare luce sui crimini commessi. Infatti, sembra abbastanza chiaro che questa distruzione dei beni culturali non ha in nessun modo contribuito al successo di qualche azione militare o è stata necessaria in termini di obiettivi militari perseguiti, né i colpevoli possono dire di essersi serviti di questi monumenti per scopi militari. Secondo il parere della Commissione, a quello di obiettivo militare si dovrebbero applicare altri concetti come quello di posto o oggetto senza difesa, di proporzionalità e di neutralità.

295. Alle 10.16 del 9 novembre del 1993, il Ponte di Mostar è stato distrutto. In questa occasione, l'Istituto per la Tutela del Patrimonio storico, naturale e culturale della Bosnia-Erzegovina, ha denunciato il Consiglio di Difesa croato e l'Esercito croato in una lettera all'UNESCO, datata 10 novembre 1993.

Questa lettera ed altri documenti allegati al presente rapporto descrivono la storia del ponte, costruito tra il 1557 e il 1566 su progetto dell'architetto turco Aerudin. E' un monumento che, sfortunatamente non è incluso nella lista dell'UNESCO. Comunque, questo ponte era noto alla popolazione della regione, sia che fosse serba, croata o musulmana. Inoltre, il ponte rappresentava un simbolo per la Bosnia-Erzegovina in quanto anello di congiunzione tra le comunità musulmana e croata, incarnava i legami esistenti tra questi popoli nonostante la differenza di credo e le circostanze determinate dalla guerra attuale. Non ci sono dubbi, comunque, che avesse un grande valore soprattutto per i musulmani.

296. Certamente, prima che fosse distrutto, aveva già subito dei danni, come per esempio ai parapetti settentrionali. Ma in definitiva il danno era stato irrilevante. L'intento iniziale sembra dovesse essere quello di scoraggiare la gente dall'usarlo. Così, prima del novembre del 1993, il primo bersaglio è stato il parapetto, per impedire il suo attraversamento. Mentre, il bombardamento dell'8 novembre del 1993 era chiaramente mirato a distruggerlo. La distruzione è stata ad opera di carri armati appartenenti alle forze croate. Il 9 novembre, il bombardamento è ripreso ed è allora che, colpito l'arco di supporto dell'estremità a sud, il ponte è crollato definitivamente. Il crollo è stato filmato dalla Folio Productions, una compagnia di produzione inglese.

297. La distruzione del Ponte di Mostar è da considerarsi un crimine alla stregua del combattimento a Dubrovnik, cioé privo di qualsiasi importanza dal punto di vista militare. Sembrerebbe che i croati siano stati i colpevoli della distruzione del ponte. Il tribunale militare del distretto di Mostar, da quanto riferito, ha interrogato tre soldati del Consiglio di Difesa croato, i quali, secondo sentenza del tribunale, hanno agito "su loro iniziativa, senza aver ricevuto alcun ordine dai superiori". (nota82) Chiaramente, queste sono questioni di fatto che devono essere decise in sede giudiziaria per poter determinare le responsabilità individuali e quelle del comando.

K. Le indagini a Dubrovnik (nota83)

298. Dal 20 ottobre al 4 novembre 1993, la Commissione ha inviato a Dubrovnik un'equipe investigativa, formata da avvocati militari canadesi e norvegesi e da uno storico dell'arte francese. Scopo dell'indagine era quello di preparare uno studio di diritto del conflitto armato sul combattimento a Dubrovnik, il quale, tra l'altro, avrebbe cercato di:

a) Determinare se e quando ci sono stati attacchi indiscriminati o mirati sui civili o su obiettivi civili;

b) Quantificare la perdita di civili, di feriti e di danni alla proprietà privata e ai beni culturali

c) Attribuire le responsabilità per chiare violazioni del diritto del conflitto armato.

299. Sulla base di queste indagini, la Commissione ritiene che almeno 82, o forse 88 civili sono rimasti uccisi a seguito delle operazioni militari del JNA nel distretto di Dubrovnik da settembre del 1991 fino a dicembre del 1992, e che la maggior parte di queste persone sono state uccise nel 1991. 13 civili sono stati uccisi nel bombardamento del 6 dicembre 1991, festa di San Nicola. L'Istituto per la restaurazione di Dubrovnik ha compiuto uno studio sul danno alle abitazioni nel distretto di Dubrovnik, che la Commissione ha preso in considerazione. L'Istituto stima che il costo di ricostruzione delle sole abitazioni sarà di 69.000.000 di marchi tedeschi, mentre il costo per rimetterci dentro le famiglie sarà di 480.000.000 di marchi tedeschi (valutazione valida fino al 31 dicembre 1990). Rapporti dettagliati sui danni al patrimonio culturale sono stati fatti dall'UNESCO, dall'Istituto per la Tutela dei Beni Culturali e Ambientali di Dubrovnik, e dall'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, che la Co

mmissione ha accettato come base di studio per le proprie indagini. Questi rapporti denunciano, in particolare, l'enorme danno causato ai beni culturali nella città antica, avutosi soprattutto con il bombardamento nel giorno di San Nicola.

300. E' una scoperta della Commissione che questo bombardamento del 6 dicembre 1991 è stato un deliberato attacco contro i civili e gli obiettivi civili, compresi i beni culturali. La Commissione ritiene che sia possibile determinare la precisa identità delle persone uccise o ferite durante il bombardamento e la quantità di danni alla proprietà privata, nonché l'unità resposabile del bombardamento, l'identità del comandante e degli ufficiali che hanno preso parte all'operazione.

301. E' parere della Commissione che sia possibile trovare dei casi prima facie per accusare uno o più ufficiali responsabili del bombardamento o di altri incidenti avvenuti nel distretto di Dubrovnik.

L. Le indagini su zone radioattive (UNPA, Settore Ovest) (nota84)

A seguito delle preoccupazioni espresse dalla "Repubblica serba di Krajina" per l'uso di zone nel Settore Ovest come depositi di scorie radioattive, la Commissione ha acconsentito a mandare una squadra di esperti per condurre una indagine preliminare sulla radioattività nel Settore. Le informazioni a proposito fornite dalla "Repubblica serba di Krajina" sono scarse. Due specialisti chimico-nucleari sono stati mandati nel Settore Ovest con il sostegno di un distaccamento dell'ONU.

303. Gli specialisti sono pervenuti alle seguenti conclusioni:

a) La radioattiva misurata nel Settore Ovest è risultata non essere maggiore di una situazione normale di radioattività del sottosuolo. Inoltre, l'analisi di cinque campioni di terreno ha mostrato la presenza di una quantità normale di materiale radioattivo;

b) Nelle aree ispezionate non è risultata alcuna presenza di scorie radioattive.

304. L'indagine è stata condotta su un' ampia zona di possibili depositi, ma sempre con risultati negativi.

305. Comunque, a marzo e ad aprile del 1994, la "Repubblica serba di Krajina ha fornito ulteriori informazioni sulla collocazione di possibili depositi di scorie radioattive. Dovendo terminare il suo lavoro entro il 30 aprile del 1994, la Commissione ha passato queste nuove informazioni all'Ufficio del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale.

V. Conclusioni generali e segnalazioni

306. La disgregazione di uno Stato federale, come è stato il caso della ex Jugoslavia, produce d'impatto una guerra civile. Però, dal momento che gli Stati di Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina, avevano dichiarato la propria indipendenza riconosciuta a livello internazionale ed avevano una loro rappresentanza presso l'ONU, il conflitto, nel rispetto di ciascuno di questi Stati, è divenuto un conflitto a carattere internazionale.(nota85) Il primo rapporto provvisorio afferma che:

"45. La Commissione ritiene, comunque, che il carattere e la complessità dei conflitti armati interessati, insieme ad un intreccio di accordi su questioni umanitarie che le parti hanno fatto tra di loro, giustifa l'approccio secondo il quale si applichi il diritto dei conflitti armati internazionali al complesso dei conflitti armati sul territorio della ex Jugoslavia.

307. Comunque, il momento preciso in cui nelle differenti fasi del conflitto, questo ha assunto o cessato di avere carattere di conflitto internazionale, deve essere determinato con una revisione di fatti legalmente rilevanti. Questa verifica deve essere fatta dal Tribunale Internazionale. Nel caso il Tribunale determini che si tratti di conflitto a carattere internazionale, saranno applicati gli articoli sulle "gravi violazioni" delle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, così come anche il Protocollo Aggiuntivo I del 1977 e di altre norme del diritto umanitario internazionale.

308. La Commissione sottolinea che le norme sui crimini contro l'umanità del diritto internazionale convenzionale e consuetudinario devono essere applicate all'intero conflitto. Questo è il caso in cui non si deve aspettare a determinare se il conflitto è internazionale o meno.

309. La Commissione è in accordo rispetto agli articoli di diritto applicabile contenuti nello statuto del Tribunale Internazionale. In verità, nel suo primo rapporto provvisorio (paragr. 36-46), la Commissione ha preso la posizione solo più tardi assunta con la Risoluzione 827 dal Consiglio di Sicurezza. Riconosce, però, che i Protocolli I e II sono anche parte del diritto applicabile.

310. I rapporti avuti e le indagini condotte dalla Commissione indicano come la quantità di morti, in questo conflitto, sia stata alta. I crimini sono stati commessi in modo brutale e feroce. (nota86) La Commissione non ha potuto verificare ciascun rapporto, comunque, il numero delle vittime è visibilmente enorme.(nota87)

311. La Commissione ha trovato prove rilevanti e informazioni sulle violazioni delle Convenzioni di Ginevra e di altre violazioni del diritto umanitario internazionale che sono state trasmesse all'Ufficio del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale. Alcune delle conclusioni relative a queste violazioni sono contenute nel presente rapporto, mentre per ovvi motivi sono assenti le prove e le informazioni di natura giudiziaria.

313. La pratica della "pulizia etnica" (vedi paragr.129-150), le violenze sessuali e lo stupro (vedi paragr. 232-253 e 230) sono state condotte da alcune delle parti in modo così sistematico che non è difficile vederle come il prodotto di un disegno politico. Il consistente fallimento ad evitare tali crimini e l'altrettanto fallimento a perseguire i colpevoli, mette chiaramente in luce l'esistenza di una politica dell'omissione. Questo implica che una responsabilità del comando può essere stabilita.

314. La conoscenza di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale può essere logicamente dedotta dalle consistenti e ripetute pratiche.

315. Le leggi nazionali contro i crimini della ex Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia e i codici penali di tutte le repubbliche che in passato ne facevano parte contengono veti alle violazioni che sono state commesse. Dunque, non dovrebbe esserci più alcun dubbio in nessuno che reati come l'omicidio, la tortura, lo stupro, il furto e il saccheggio costituiscano crimine.

316. Le osservazioni fatte nei paragrafi 110-127 sulla struttura militare delle fazioni in guerra e sulle strategie e tattiche da esse usate può rivelare uno stadio iniziale di confusione, in cui risultava una scarsa efficacia del comando e del controllo. Questo apparente stato di confusione è durato ben oltre le fasi inizaili dei rispettivi conflitti. Se ne deduce che l'esistenza di separate strutture militari e di una molteplicità di unità sia stata intenzionale da parte di alcune delle parti, così come anche la confusione in modo da permettere ai capi militari e ai leader politici di dimostrare la mancanza di conoscenza rispetto a quanto succedeva e l'incapacità a controllare una tale condotta illegale.

317. Nonostante i forti sentimenti delle parti in lotta riguardo le loro vittime, sia le argomentazioni storiche che quelle attuali circa le rappresaglie (vedi paragr. 63-66) e gli ordini dei superiori (vedi paragr. 61 e 62) non costituiscono una difesa di fronte al diritto consolidato dei conflitti internazionali armati ed anche di fronte alle leggi nazionali delle parti in conflitto.

318. Il tipo, l'estensione e la durata delle violazioni descritte nel presente rapporto implicano fortemente la responsabilità del comando o per omissione o per aver commesso le violazioni ed indicano anche che la difesa assoluta di obbedienza a ordini superiori è invalida e infondata. Questo è particolarmente vero considerato il comando "slegato" e la struttura di controllo dove ordini illegali potevano essere stati disattesi senza che gli individui rischiassero un danno personale. In verità, alcuni lo hanno fatto. Di solito è esistita una scelta morale. I casi individuali dovranno essere giudicati in base alle loro rispettive caratteristiche secondo lo statuto del Tribunale Internazionale.

319. La Commissione è impressionata dall'alto numero di vittime e dal modo in cui questi crimini sono stati commessi, che comprende la popolazione di tutte le parti nel conflitto. La differenza è che ciascuna parte vede solo le sue vittime e non ciò che ha procurato alle altre.

320. Colpisce molto vedere come nelle vittime ci sia una grande aspettativa a che la Commissione stabilisca la verità e il Tribunale faccia giustizia. Tutte le parti lo desiderano. Così, la conclusione è inevitabile: la pace richiede giustizia, e la giustizia inizia con il ripristino della verità. (nota88) La Commissione sarebbe negligente se non sottolineasse le alte aspettative di giustizia da parte delle parti in guerra, delle vittime, delle organizzazioni intergovernative e non governative, dei mezzi di informazione e dell'opinione pubblica mondiale. Per questo, al Tribunale Internazionale devono essere dati sostegno e mezzi necessari per venire incontro a queste aspettative e per poter adempiere il suo compito. Inoltre, le attese della gente di un nuovo ordine mondiale basato sui fondamenti internazionali del diritto richiedono nondimeno effettive e permanenti istituzioni di giustizia internazionale. Al Tribunale Internazionale, creato per punire i responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario

internazionale, commesse dal 1991 sul territorio della ex Jugoslavia, deve essere data l'opportunità di dare l'imput a questo sviluppo futuro.

Note

1/ Le sessioni si sono tenute nelle seguenti date:

Prima sessione - 4-5 novembre 1992

Seconda sessione - 14-16 dicembre 1992; terza sessione -25-26 gennaio 1993; quarta sessione - 1-3 marzo 1993; quinta sessione - 24-25 maggio 1993; sesta sessione - 13-14 luglio 1993; settima sessione - 30-31 agosto 1993; ottava sessione - 27 ottobre 1993; nona sessione - 14-15 dicembre 1993; decima sessione - 11-12 gennaio 1994; undicesima sessione - 15-16 febbraio 1994; dodicesima sessione - 11-16 aprile 1994.

Tutte le sessioni, ad eccezione della prima che si è svolta a New York, hanno avuto luogo a Ginevra.

2/ Il finanziamento per questi lavori è stato devoluto dalla DePaul University con sovvenzioni ricevute dall'Open Society Fund e dalla John D. e Catherine T. Foundation.

3/ Il 29 agosto 1993, su sollecitazione del Segretario Generale, la Commissione ha espresso la sua intenzione di concludere il lavoro entro il 31 luglio 1994. Il secondo rapporto provvisorio della Commissione, sottoposto all'attenzione del Consiglio di Sicurezza da parte del Segretario Generale il 5 ottobre 1993, presentava un programma di lavoro a scadenza 31 luglio 1994.

4/ I finanziamenti ricevuti dai vari Paesi sono (in dollari):

Austria 20.000, Canada 237.869, Repubblica Ceca 1.000, Danimarca 15.201, Germania 16.000, Ungheria 3.000, Islanda 500, Liechtenstein 3.184, Micronesia 300, Marocco 5.000, Olanda 260.152, Nuova Zelanda 53.492, Norvegia 49.978, Svezia 94.955, Svizzera 50.000, Turchia 10.000, Stati Uniti 500.000

Totale: 1.320.631

5/ A causa del bilancio in attivo del Trust Fund a conclusione dei lavori della Commissione, questa chiede al Segretario Generale che cerchi di avere l'autorizzazione dell'Ufficio amministrativo per poter utilizzare questi fondi per la pubblicazione degli allegati.

6/ Vedi Convenzione di Ginevra per il Miglioramento delle Condizioni di Feriti e Malati nelle Forze Armate di Terra (12 agosto 1949); la Convenzione di Ginevra per il Miglioramento delle Condizioni dei Feriti, Malati e Naufraghi Membri delle Forze Armate di Mare (12 agosto 1949); la Convenzione di Ginevra Relativa al Trattamento dei Prigionieri di Guerra (12 agosto 1949); la Convenzione di Ginevra Relativa alla Protezione dei Civili in Tempo di Guerra (12 agosto 1949); la Serie di Trattati dell'ONU, vol.75. n.970-973

7/ Il Protocollo del 1977 Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, e Relativo alla Protezione della Vittime di Conflitti Armati Internazionali (Protocollo I)

8/ Il Protocollo del 1977 Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, e relativo alla Protezione delle Vittime di Conflitti Armati Non-Internazionali (Protocollo II)

9/ La Convenzione per la Protezione dei Beni Culturali in Caso di Conflitto Armato, fatta all'Aja il 14 maggio 1954, Serie dei Trattati dell'ONU, vol.249.

10/ Vedi anche i Documenti Ufficiali dell'Assemblea Generale, Quinta Sessione, Supplemento n.12;

11/ lo U.S. v. von Weizsaecker (il Caso dei Ministeri); i 14 Processi contro i Criminali di Guerra prima del Tribunale Militare di Norimberga secondo la Legge del Consiglio di Controllo n.10 al 611 (1949) (la Green Series); vedi anche il Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, denunciato nel processo contro i Maggiori Criminali di Guerra prima del Tribunale Internazionale Militare;

12/ La risoluzione 260 dell'Assemblea Generale (III) del 9 dicembre 1948, l'allegato, il secondo e terzo paragrafo di preambolo

13/ Da una dichiarazione fatta da Morozov, rappresentante dell'URSS, il 19 aprile 1948 , durante il dibattito sulla Commissione ad hoc sul Genocidio

14/ Vedi Convenzione di Vienna sulla Legge dei Trattati, del 23 maggio 1969, Serie dei Trattati dell'ONU, vol.1155, n. I-18232

15/ Vedi Rapporto sulla questione della prevenzione e della punibilità del crimine di genocidio, paragrafo 29, che afferma:

"In parte sembrerebbe implicare un numero abbastanza cospicuo, relativo ad una parte o al gruppo nel suo insieme, o anche una parte importante del gruppo come può essere la sua leadership. ... considerazioni relative sia alla scala sociale che a cifre totali sono importanti"

16/ Vedi allegato II

17/ S/25704, allegato, articolo 2 (Gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra; articolo 3 (Violazione del diritto e dei costumi di guerra); articolo 4 (Crimini contro l'umanità); e articolo; e articolo 5 (Genocidio). Si deve notare che secondo l'articolo 4 lo stupro è previsto anche se il diritto internazionale convenzionale e consuetudinario non lo elenca chiaramente ma lo include come parte di "altri atti disumani"

18/ I crimini violenti di natura omossessuale non sono esplicitamente menzionati dal diritto umanitario internazionale, ma la protezione in caso di stupro e violenze sessuali è prevista anche per gli uomini sulla base dell'eguaglianza e della non-discriminazione.

19/ Vedi la Convenzione sui Diritti del Bambino, adottata dall'Assemblea Generale il 20 novembre 1989 (risoluzione 44/25), e la Dichiarazione Mondiale sulla Sopravvivenza, la Protezione e lo Sviluppo dei Bambini e il Piano di Azione per l'applicazione di questa Dichiarazione (A/45/625, allegato).

20/ Nel suo commento all'articolo 5 dello statuto, il Segretario Generale sembra considerare lo stupro e le altre violenze sessuali essere connesse, come afferma nella parte più importante: "lo stupro e le altre forme di violenza sessuale, inclusa la prostituzione forzata" (S/25704), paragr.48)

21/ La Slovenia ha dichiarato la sua indipendenza il 25 giugno 1991. La data ufficiale della Croazia è il l8 ottobre 1991, sebbene avesse dichiarato prima la sua uindipendenza il 25 luglio 1991. Il Governo bosniaco lo ha fatto il 6 marzo 1992. Tutte e tre sono sono satte ammesse ad avere una propria rappresentanza presso l'ONU il 22 maggio 1992.

22/ Le TDFs, comunque, sono esistite a vari livelli di forza e preparazione nelle varie repubbliche. Però, in molti casi, erano poco organizzate. La Croazia ha creato una Guardia Nazionale nell'aprile del 1991 per sostituire la forza di difesa territoriale. La Guardia Nazionale era formata per lo più da personale militare del JNA della Croazia.

23/ Si deve dire che l'Esercito di Bosnia-Erzegovina ha, tra le sue schiere personale croato e serbo. Anche le unità del Consiglio di Difesa croato hanno fatto parte in altre occasioni di operazioni del Governo bosniaco o hanno combattuto a fianco delle Forze del Governo bosniaco contro l'Esercito serbo-bosniaco.

24/Alcune di queste forze speciali operano in località definite, mentre altre si muovono liberamente da un campo di combattimento all'altro, passando spesso da uno stato all'altro all'interno del territorio dell'ex Jugoslavia. Molte forze speciali vengono dalla stessa Serbia o hanno legami stretti con la Serbia, come le "Tigri" di Arkan e le "Aquile bianche" di e elj, le forze del Capitano Dragan, i Falchi Serbi (Sinisa Uucinic) ed altri. Anche il Partito di Rinnovamento del Popolo Serbo ha un'organizzazione paramilitare che ha collegamneti con le "Aquile bianche". Le forze speciali della Krajina, come la "Militia di Martic" operano prevalentemente negli UNPAs in Croazia. Altre forze speciali della Croazia sono legate a personaggi politici e militari del Governo croato. Gli HOS, reminiscenza degli Ustachi della Seconda Guerra Mondiale, per esempio, sono stati assorbiti dal Consiglio di Difesa Croato. I mujahidin operano indipendentemente dall'Esercito del Governo bosniaco. I musulmani di Bosnia-Erzegovina ha

nno formato unità paramilitari nel 1991. Due di questi gruppi musulmani si chiamano i "Berretti verdi" e la "Lega Patriottica del Popolo". Tutte le forze speciali hanno degli espatriati volontari ed altre usano mercenari stranieri.

25/ Il nome di Arkan è Zeljko Raznjatovic. L'Interpol ha numerosi mandati d'arresto a suo carico, per una serie di reati, incluse rapine in banca e indagini relative ad assassinii politici in diversi Paesi europei. E' scappato di prigione dov'era per aver commesso rapine in banca in Olanda e Svezia, paesi in cui è ora ricercato. Si pensa gli sia stato commissionato un delitto e che abbia conessioni con la criminalità organizzata in Europa. Il suo gruppo ha commesso l'intera gamma dei crimini su descritti in Croazia e Bosnia-Erzegovina. Le "Tigri" hanno usato espatriati e mercenari per commettere questi crimini. Il JNA sembra rifornisca d'armi e sostenga le "Tigri". I crimini commessi da questo gruppo sono iniziati nel 1991 durante la guerra in Croazia. Nel 1992, Arkan è stato eletto nel "parlamento" del Kosovo e ha partecipato alle elezioni politiche della Repubblica Federale di Jugoslavia a Belgrado. Da quel che si dice, nel Settore Est UNPA della Croazia egli possiede grosse ricchezze che si pensa abbia a

cquisito per mezzo del saccheggio e del contrabbando.

26/ e elj è stato deputato della Repubblica Federale di Jugoslavia e rappresentante dell'ultra-nazionalista Partito Radicale Serbo, che una volta ha preso un terzo dei voti. Il gruppo di e elj ha fatto seguito al gruppo dei "Cetnici", esistente prima della Seconda Guerra Mondiale e noto per la sua politica monarchica di estrema destra. Durante la Seconda Guerra Mondiale i Cetnici portavano l'emblema monarchico della aquila a due teste che portano anche queste forze insieme al nome di Cetnici. Così come le Tigri di Arkan, anche le Bianche Aquile di e elj hanno commesso i crimini riportati in questo rapporto. Il gruppo sembra sia stato armato e sostenuto dal JNA. Inoltre, dalla metà del 1993, il gruppo si pensa sia stato sotto il controllo diretto del JNA. I crimini commessi da questo gruppo hanno avuto inizio nel 1991 con la guerra in Croazia. Durante le elezioni del 1994 a Belgrado, e elj e il Presidente Slobodan Milosevic hanno pubblicamente lasciato intendere di essere a conoscenza dei crimini di guerra. Q

uesto è stato riferito dai mezzi di comunicazione della Repubblica Federale di Jugoslavia nell'ottobre del 1993. E' stato inoltre riferito che il Presidente Milosevic aveva ordinato che una quarantina di membri di e elj fossero perseguiti penalmente per stupro ed altri crimini di guerra. Vi erano anche molti gruppi di Cetnici che non erano sotto il controllo di e elj. Una unità di questo tipo ha operato nell'area della Krajina nel 1991, e in Bosnia nel 1992, quando il gruppo aveva preso posizione intorno a Sarajevo. L'unità è sotto il comando di Slavko Aleksic che ha operato sotto il comando dell'Esercito serbo-bosniaco (vedi allegato III.A per maggiori dettagli sulle forze speciali).

27/ Protocollo I / Protocollo II delle Convenzioni di Ginevra

Jugoslavia (Ratifica) 21 aprile 1950 11 giugno 1979 Slovenia (Successione) 26 marzo 1992 26 marzo 1992 Croazia (Successione) 11 maggio 1992 11 maggio 1992 Bosnia-Erzegovina (Successione) 31 dicembre 1992 31 dicembre 1992

28/ Vedi Allegato IV

29/ La realtà serba è particolarmente legata alla storia, che viene sempre richiamata, anche quando riporta indietro nel tempo sin fino alla battaglia del Kosovo nel 1389. Però i più recenti eventi venuti fuori dalla Seconda Guerra Mondiale sono più vivi e più forti nella memoria della gente.

30/ Parecchi rapporti danno atto che la gente serba ha con coraggio e generosità aiutato persone di altri gruppi etnici o religiosi a mettersi in salvo o a le ha protette da certi pericoli. Ma, in quasi tutti questi rapporti, è chiaro che quelle persone lo hanno fatto clandestinamente non facendo altro che accrescere il clima di paura e terrore voluto dai serbi al comando.

31/ L'arco va da Gorazde all'estremità dell'arco a Est (sud est) vicino al fiume Drina, poi seguendo il fiume, a nord attraverso le città di Zvornik, Br ko e nella direzione settentrionale alle aree di Bjelina, Derventa, Slavonski Brod, Banja Luka e Prijedor. Il fiume Drina è il limite tra Bosnia e Serbia. L'arco continua lungo i fiumi Sava e Korenika, che costituiscono i confini con l'area della Kraijan serba, e va lungo la Slavonia orientale e occidentale, che sono anche aree in Croazia abitate da serbi.

32/ Questo fattore strategico è evidente nell'attacco contro Gorazde dell'aprile 1994 e nei rapporti di preparazione militare all'attacco nell'area di Br ko.

33/ Vedi per esempio E/CN.4/1994/20

34/ Comunque, anche l'intervento di funzionari pubblici è insufficiente ad assicurare la sicurezza della popolazione civile rimossa forzatamente. Alcuni degli sfrattati sono stati costretti ad attraversare campi minati, provocando la morte o il ferimento di molti. In più, le truppe lungo le linee di frontiera hanno aperto il fuoco contro i civili respinti verso il confine.

35/ Questo è dovuto al fatto che la popolazione serba è informata in anticipo di un attacco. In alcune aree, la "pulizia etnica" viene eseguita da forze speciali, ma, frequentemente, è la stessa popolazione civile, che vive accanto ai musulmani bosniaci nelle aree su descritte, che esegue o partecipa all'esecuzione di atti criminali, descritti in questo rapporto, in particolare nello studio di Prijedor, paragr. 151-182

36/ Per esempio, il Krisni Stab di Sanski Most (che è tipico di altri distretti) è costituito dal Maggiore, dal Capo del Partito Democratico Serbo, dal rappresentante del Partito Democratico Serbo e dal Comandante della Sesta Brigata di Krajina.

37/ Le prove ottenute da questo studio sono le più specifiche e dettagliate tra tutte le indagini fatte dalla Commissione. Sono state trasmesse all'Ufficio del Supplente del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale insieme ad altra documentazione (vedi allegato IV).

38/ Vedi, per esempio, uno studio speciale condotto per la Commissione dall'Istituto sui Diritti Umani "Bolzmann" (Austria), il quale mette in rilievo questa conclusione. Lo studio si trova nell'allegato IV.

39/ Prima dell'autunno del 1992, l'Esercito della "Repubblica Serbo-Bosniaca"era indicato come "Esercito Serbo-Bosniaco" (BSA).

40/ La responsabilità del comando sia per in caso di esecuzione o omissione esiste (vedi paragr.55-60), anche se la politica della "pulizia etnica" è condotta in modo tale da celare la responsabilità di superiori, nella gerarchia politica e militare, attraverso la divisione strutturale tra esercito, guardia nazionale, polizia, e forze speciali (vedi paragr.110-128). Tenendo, però, presente la quantità di queste violazioni, le vaste aree e l'arco di tempo in cui sono avvenute, è difficile immaginare come i comandanti responsabili possano essere stati all'oscuro di queste violazioni.

41/ Questo cambiamento ha trattenuto il personale militare locale del JNA in Bosnia-Erzegovina, il quale ha usato sostanzialmente lo stesso equipaggiamneto dell'ex JNA, e in seguito ha ricevuto rinforzi dalla Serbia attraverso il fiume Drina.

42/ I serbi abitano l'area della Krajina e della Slavonia orientale e occidentale dal lontano 1300 ed hanno avuto una particolare presenza storica dal 1578. Durante la Seconda Guerra Mondiale, però, il regime degli Ustachi ha ucciso un largo numero di serbi, da un minimo di 200.000 ad un massimo di 700.000, molti dei quali di queste regioni. La memoria di questa tragedia è molto forte nei serbi ed è un elemento della spirale di violenza che ha avuto luogo nella regione.

43/ Quasi l'intera Vukovar è stata rasa al suolo. Un incidente, in particolare, sarà per sempre il simbolo di questa terribile battaglia. E' la fossa comune ad Ovara, dove più di 200 croati sembra siano stati presi dai serbi dall'Ospedale di Vukovar, uccisi in modo sommario e poi lasciati in un'angusta fossa comune. La Commissione ha condotto numerose missioni di ricognizione nell'area, ha scoperto l'esistenza di un grosso numero di corpi, ha raccolto alcune prove ed ha iniziato ad esumare le salme nell'ottobre del 1993. I rappresentanti dell'"amministrazione locale serba" hanno ostacolato il proseguimento dei lavori della Commissione, per cui questa non ha potuto condurre le indagini ad Ovara e in altre fosse comuni. Comunque, prima che fosse costretta a terminare il suo lavoro, tutte le prove più importanti sono state trasmesse all'Ufficio del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale. (Per maggiori dettagli vedi paragr.265-276 e allegati X, X.A e X.B).

44/ Essi sono collegati alla cosiddetta "Repubblica di Herzeg-Bosna). Secondo l'accordo di Washington del febbraio 1994 tra i capi di Bosnia-Erzegovina e Croazia e quelli della Bosnia-Erzegovina che sono parte della cosiddetta "Repubblica di Herzeg-Bosna, si dovrebbe creare una federazione all'interno della Bosnia-Erzegovina. Questo è stato incoraggiato dall'Accordo raggiunto tra questi due gruppi il 18 marzo 1994 ed è segno di una positiva trasformazione che si spera porti alla pace tra le parti.

45/ Anche se quel conflitto ha avuto termine a gennaio del 1992, gli atti di violenza continuano sin da allora. Le prove ottenute dalla Commissione, insieme a quelle fornite dall'UNPROFOR sulla distruzione del villaggio di Medak ad ottobre del 1993, sono state trasmesse all'Ufficio del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale. Il 19 marzo 1994, un altro accordo è stato raggiunto tra la "Republica di Croazia" e la cosiddetta "Repubblica Serba di Krajina". (per lo studio su Medak vedi allegato VII)

46/ Questo è messo in risalto dagli attacchi del Consiglio di Difesa Croato e della polizia croata contro i villaggi di Ahmici-Vitez e Stupni Do nel 1993. Questi attacchi sono visti alla luce di una certa politica. Il primo è stato indagato dalla Commissione di Controllo della Comunità Europea e da Mazowiecki, il Relatore Speciale della Commissione sui Diritti Umani. Il secondo dall'UNPROFOR. Tutte le prove sono state trasmesse all'Ufficio del Pubblico Ministero del Tribunale Internazionale.

47/ Vedi allegato V

48/ Vedi allegato VI. Lo studio sulla battaglia e l'assedio di Sarajevo documenta cronologicamente gli eventi verificatisi nella città dal 5 aprile 1992 al 28 febbraio 1994. La cronologia si basa sugli incidenti riportati nel database, in altre fonti e notizie fornite dai mass media. In dettaglio è disponibile la seguente informazione: combattimenti e bombardamenti giornalieri; il bersagliamento di specifici obiettivi con relativo danno causato; il cecchinaggio; e il totale di vittime riportate. Lo studio cronologico contiene anche una descrizione delle attività militari giornaliere e gli eventi locali e internazionali relativi alla battaglia e all'assedio. La finalità di questa cronologia è quella di descriverne gli eventi e le conseguenze e di delineare un quadro delle violazioni del diritto umanitario.

49/ Ci sono delle indicazioni sul coinvolgimento nei combattimenti a Sarajevo dell'Esercito Jugoslavo (JNA) all'inizio dell'assedio fino a maggio del 1992. I funzionari bosniaci hanno spesso accusato il fatto che i carri armati del JNA si fossero uniti alle forze serbo-bosniache nei blocchi, e che il JNA aveva fornito le forze serbo-bosniache di sostegno logistico e di protezione. Nell'aprile del 1992, il Governo di Bosnia-Erzegovina ha richiesto l'allontanamneto di tutte le forze del JNA dal suo terreno. Il Governo della Repubblica Federale di Jugoslavia ha annunciato che avrebbe allontanato dalla Bosnia-Erzegovina le truppe non residenti nella Repubblica. Poiché la gran parte delle truppe del JNA in Bosnia-Erzegovina erano serbo-bosniache, l'allontanamento di altre truppe aveva limitato l'impatto delle forze serbe, così circa 80.000 soladati jugoslavi sono stati trasferiti con i loro equipaggiamenti nella "Repubblica Serba di Bosnia".

50/ E' stato osservato che le forze assedianti hanno spesso incrementato i loro attacchi di artiglieria sulle aree controllate dal Governo bosniaco della città prima e durante le conferenze di pace e di altri negoziati. Una spiegazione all'incremento dei bombardamenti può essere data dal fatto che le forze d'assedio abbiano usato questo come mezzo di pressione politica sul Governo di Bosnia-Erzegovina per arrivare ad accordi su questioni importanti per i serbo-bosniaci.

51/ E' stato notato che le forze assedianti abbiano aumentato il fuoco dei combattimenti in seguito a dichiarazioni fatte dai leader politici locali. Inoltre, è stato anche osservato che le forze assedianti sembrano calcolare gli eventi e i rischi che possono derivare da minacce provenienti da organizzazioni e Governi terzi. Per cui, quando le minacce dei governi e delle organizzazioni non sono percepite come gravi, le forze assedianti aumentano o continuano il loro bombardamento della città. Per esempio, Sarajevo è stata colpita dal fuoco delle granate 3.777 volte il 22 luglio 1993, dopo che gli Stati Uniti avevano deciso di intervenire per fermare il bombardamento della città. L'atteggiamento è stato opposto nell'agosto del 1993, quando il Presidente Clinton aveva avvertito che avrebbe bombardato le forze serbe se il bombardamento su Sarajevo fosse continuato. Quando fu palese che la minaccia era reale, gli attacchi su Sarajevo sono diminuiti e le truppe serbe sono state allontanate dalle montagne circosta

nti a sud-ovest. Così è avvenuto in reazione all'ultimatum della NATO il 9 febbraio 1994, che aveva concesso alle forze serbo-bosniache 10 giorni per arretrare le proprie armi pesanti o altrimenti avrebbe subìto dei violenti attacchi aerei; le forze serbe hanno sostanzialmente accettato e limitato il loro bombardamento sulla città. Questo atteggiamento dimostra come esiste un comando e controllo centrale delle forze assedianti, e che quando c'è una pressione a che il bombardamento cessi, questa viene presa in considerazione.

52/ Vedi allegato VI.A.

53/ Questa ricerca è stata condotta sulla base di informazioni disponibili nel database e nei paragr.183-193. Per una cronologia giornaliera vedi allegato VI.

54/ Vedi allegato VII.

55/ Vedi allegato VIII. Vedi anche i rapporti della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa: il Rapporto sulla missione Thompson CSCE nei campi di detenzione in Bosnia-Erzegovina (vedi S/24583); il Rapporto della missione in Bosnia-Erzegovina e in Croazia (composta da H.Corell, H.Tuerk e Gro Hillestad Thune) sotto la guida del Moscow Human Dimension Mechanism del CSCE (30 settembre - 5 ottobre 1992)

56/ Le informazioni dell'ICRC su questa questione non sono state fornite alla Commissione perché ritenute riservate.

57/ L'allegato VII contiene dettagli che ampliano e confermano il sommario.

58/ Durante una missione della Commissione a Tuzla, il personale medico dell'ospedale ha denunciato un largo numero di stupri. Le vittime erano persone dai 5 agli 81 anni. La Commissione, però non ha potuto verificare queste denunce.

59/ Vedi allegati IX e IX.A

60/ Vedi E/CN.4/1993/50. Le paure delle vittime sono reali e pesano enormemente sulla loro decisione di confessare la violenza subita.

61/ Vedi allegato IX. Le figure sotto riportate sono approssimative perché, non tenendo conto dell'esame scrupoloso, alcuni degli incidenti riportati possono essere ripetuti.

62/ In alcuni rapporti, i numeri compaiono al posto dei nomi per tutelare l'identità delle vittime.

63/ Altri fattori che possono concorrere alla correlazione sono: il fatto che alcuni movimenti in massa di persone coinvolte nella "pulizia etnica" fossero già avvenuti; o che la attenzione dei mass media e il trattamento insensibile delle vittime unito ad una certa "stanchezza" tra le vittime portasse ad una diminuzione del numero degli stupri denunciati. A fasi alterne, il pubblico è stato sempre meno interessato alla questione e i giornalisti hanno smesso di affrontare l'argomento.

64/ La Commissione si è incontrata con un'equipe medica di Sarajevo che si era occupata della cura delle vittime dello stupro e ha parlato con due minorenni stuprate durante la sua visita di aprile.

65/ Questa indagine sullo stupro ed altre violenze sessuali è stata condotta con 11 equipe di avvocati donne (dalla Finlandia, Stati Uniti, Canada, Bangladesh e Irlanda) che hanno fatto interviste; e da 8 donne e 2 uomini specialisti di igiene mentale (dagli Stati Uniti). Gli specialisti di queste equipe si sono offerti volontariamente per queste indagini. E' la prima volta che un'indagine fatta da donne sullo stupro e sulle altre violenze sessuali è stata svolta in tempo di guerra. E' degno di nota che, senza tener conto delle comprensibili paure ed apprensioni delle vittime e dei testimoni, 223 di loro hanno accettato volontariamente di sottoporsi ad interviste, fatte dai membri dell'equipe con un approccio di solidarietà e comprensione. Il fatto stesso che una parte dell'ONU avesse espresso tangibilmente preoccupazione per loro ha dato alle vittime conforto e sostegno morale. Quasi tutti gli intervistati hanno espresso una calorosa riconoscenza agli intervistatori. Durante gli ultimi giorni di interviste,

gli ufficiali di campo della Commissione hanno ricevuto una media di 15 chiamate al giorno da vittime o testimoni che volevano farsi intervistare. Sfortunatamente, l'indagine ha dovuto concludersi il 31 marzo, poiché la Commissione doveva chiudere i suoi lavori entro il 30 aprile 1994. La prima fase dell'indagine ha avuto luogo in Croazia, la seconda in altri paesi, come la Slovenia e l'Austria. Non è stato possibile condurre un'indagine sul territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia, come la Commissione aveva richiesto. Le interviste con le informazioni ottenute sulle violazioni del diritto umanitario internazionale si trovano in altri capitoli importanti di questo rapporto. Per conto della Commissione sono state condotte indagini anche in Austria e Svezia, ma i loro risultati non sono inclusi nel presente sommario a causa della loro discrezionalità.

66/ Una vittima ha denunciato un tentativo di stupro nella sua casa

67/ Questo numero non include stupri testimoniati dalle vittime stesse.

68/ Oltre ai casi di stupro e altre violenze sessuali, le interviste contengono informazioni importanti su stermini e torture di massa, in particolare all'interno dei campi di detenzione.

69/ Come detto nella nota 65, la Commissione ha avuto l'opportunità di contnuare le sue interviste in Croazia. Inoltre, anche il Governo turco la ha invitata a fare delle interviste nel suo paese. Questa, però non ha più potuto poiché le si era chiesto di concludere il suo lavoro entro il 30 aprile 1994.

70/ Gli schemi sono stati identificati per soli motivi di analisi e, in molti casi, si sovrappongono.

71/ Delle 514 denunce incluse nel database, 327 sono state fatte in luoghi di detenzione.

72/ Si deve tener presente che numerose vittime hanno ricevuto dimostrazioni di coraggio e generosità da parte di serbi che hanno cercato di salvarle dalla morte, dalla tortura o dallo stupro. Tali atti devono essere conosciuti e riconosciuti.

73/ Vedi allegato X.

74/ Per esempio, ci sono almeno nove fosse comuni denunciate nel nord-ovest della Bosnia-Erzegovina che possono contenere sia vittime musulmane che croate. Questi luoghi di sepoltura si trovano a Brisevo, Raljas, Stara Rijeka, Redak, Ljubija, Volaric, Jubovci, Biscani-Sredice, e la Foresta di Kurevo.

75/ Questo avverrebbe nel caso in cui due fazioni si combattono l'un l'altra, i civili siano uccisi, e i loro vicini non avessero altro posto che le fosse comuni in cui seppellirli, a causa del tempo o per motivi igienici e di sicurezza.

76/ Tra questi ci sono: Ovara che, da quanto riferito, contiene civili e soldati croati feriti, presi dall'Ospedale di Vukovar (vedi paragr.265-276); Pakra ka Poljana, dove la Commissione ha trovato 19 corpi dopo le indagini condotte a ottobre e novembre del 1993 (vedi paragr.277-284); e Marino Selo, dove la Commissione ha ricevuto informazioni di una fossa comune contenente circa 2.500 corpi (vedi paragr.277-284 e allegati X, X.A, X.B).

78/ La Prima Convenzione di Ginevra, art.17; la Terza Convenzione di Ginevra, art.120; la Quarta Convenzione di Ginevra, art.129; il Protocollo I, art.34.

79/ Per una più approfondita discussione sulla questione degli scomparsi, vedi E/CN.4/1994/26/Add.1.

79a/ Vedi allegato X.B.

80/ Vedi allegato X.B.

81/ Altre informazioni sulla distruzione dei beni culturali sono contenute negli allegati XI e XI.A. La battaglia e l'assedio di Sarajevo (paragr.183-193) e in particolare l'allegato VI rivelano la distruzione significativa e insensata dei monumenti culturali e religiosi di Sarajevo.

82/ Comunicato del 22 settembre 1993 dall'Ufficio della Stampa Estera di Zagabria. La Commissione ritiene che in questa questione l'Esercito Croato ha le sue responsabilità.

83/ Vedi allegato XI.A

84/ Vedi allegato XII.

85/ Vedi anche , inter alia, il Parere Consultivo della Commissione di Arbitraggio della Conferenza della Comunità Europea sulla ex Jugoslavia, parere n.2, 11 gennaio 1992; parere n.3, 11 gennaio 1992; parere n.4, 11 gennaio 1992; parere n.5, 11 gennaio 1992; parere n.11, 11 gennaio 1992.

86/ Le fonti delle informazioni sono descritte nei paragr.20-24.

87/ Il territorio sul quale ci sono state più vittime aveva una popolazione stimata su 6 milioni di persone, delle quali da 1,5 a 2 milioni sono attualmente profughe in più di 20 Paesi. Molti di loro sono stati deportati o costretti a partire senza poter più tornare. Le vittime civili o militari di tutte le parti in guerra sembrano andare oltre le 200.000 unità. Il numero di fosse comuni denunciate, 150 (se ne è parlato nei paragr.254-264), tende a confermare il numero stimato di vittime. Ci sono stati oltre 700 campi di prigionia e strutture penitenziarie (vedi paragr.216-231). Il numero di detenuti e i rapporti sui prigionieri maltrattati nella sola area di Prijedor supera i 6.000 (vedi paragr.151-182). Come detto nel paragr.153 sull'area di Prijedor, "il numero totale di persone uccise e deportate al giugno del 1993 è di 52.811". Lo studio e le indagini sullo stupro e le altre violenze sessuali, discussi nei paragr.232-253, ne rivelano un alto numero commessi in luoghi di detenzione e non (vedi anche para

gr.229). Così, la prima stima di 20.000 stupri fatta da altre fonti non è così distante dal numero dei casi realmente avvenuti.

88/ Definire la verità è il miglior metodo per accrescere la deterrenza. Infatti, le prime indagini sui fatti, in qualsiasi contesto criminale, aumentano l'efficacia di un futuro processo. L'unione di indagine e processo rendono più efficace la deterrenza, in tal modo riducendo la possibilità di violazioni in futuro.

 
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