(il manifesto, pag.11, giovedì 11 agosto 1994)Il parlamento italiano sta discutendo la moratoria delle esecuzioni capitali. La pena di morte è ancora prevista dal nostro codice militare. Cosa farà il governo?
VENERDI' 5 AGOSTO si è tenuto al senato italiano come già qualche settimana fa, alla camera dei deputati il dibattito sulla mozione per la moratoria delle esecuzioni capitali (prima firmataria la senatrice Francesca Scopelliti). Questo articolo riprende e rielabora le considerazioni svolte nel corso del dibattito dal senatore Luigi Manconi
C'è un rischio nella discussione sulla pena di morte: che essa appaia come qualcosa di irreparabilmente scontato, in quanto generico e, dunque, futilmente unanimistico. Peggio: qualcosa di falso.
In realtà, le cose non stanno così: quell'unanimismo è meno concorde di quanto si creda e quell'intesa non è scontata. Ad esempio, io che sono incondizionatamente contro la pena di morte non sono d'accordo con molti degli argomenti portati da sinceri avversari di questa pena. E non condivido l'argomento di chi dice che la pena capitale non è un deterrente efficace contro la criminalità. E' un argomento debole: e se in un determinato paese, in una determinata fase storica in coincidenza con un incremento delle esecuzioni capitali diminuissero gli indici di criminalità, forse che, allora, la pena di morte diventerebbe una cosa utile e buona? Buona perché utile?
No, senza condizioni
La pena di morte non è un argomento come un altro, da sottoporre alle regole ordinarie del dibattito democratico, delle dialettica pluralistica e della legge della maggioranza: quasi fosse un provvedimento economico o una legge urbanistica.
Non è così: e va detto con chiarezza, anche se può suonare stridente. Può suonare stridente perché sembra prevalere - prevale un'idea della democrazia come regime formale, dove il consenso non è l'esito della circolazione di opzioni e idee, informazioni e scambi: bensì la conferma, gregaria e plebiscitaria, di decisioni prese autoritativamente e regolamentate burocraticamente; e dove il patto sociale non discende da un sistema di valori e interessi condivisi, ma da un meccanismo di reciproche convenienze. E, invece, il patto sociale democratico presuppone alcune opzioni fondamentali, non revocabili e non negoziabili. Lo ricordava Norberto Bobbio da qualche decennio fa: ci sono alcuni valori, alcune idee-guida che non possono essere sottoposte ai tradizionali meccanismi di verifica del consenso né alla ratifica del voto popolare: la loro forza e la loro intangibilità precedono l'ordinamento giuridico e l'organizzazione politica, e ne prescindono. Non possono essere intaccati e non possono essere attenuati d
all'autorità della norma o da quella del pronunciamento democratico.
La pena di morte dev'essere una sorta di tabù morale una interdizione primaria, eticamente fondata che precede la legge positiva la ispira e ne prescinde. E tale è perché attiene a un bene indisponibile, e inalienabile, qual è la vita umana. Se il dare morte cade sotto l'interdizione di una sorta di tabù morale, concedere allo stato tale potestà non significa sottrarre al singolo una incombenza feroce e illegale, rendendola con ciò meno feroce e più legale: meno cruenta in quanto regolamentata e attribuita allo stato. Al contrario: quell'incombenza acquista crudeltà ancora maggiore proprio perché pretende di farsi legale e con ciò e per ciò giusta. Così non è.
Sangue in cambio di sangue
Quando lo stato, i suoi tribunali, i suoi apparati, i suoi boia si fanno titolari del potere di disporre della vita dei cittadini, negano quello che è il fondamento di ogni concezione liberale e garantista della pena: la tutela della collettività dalla possibile reiterazione del delitto; e assegnano alla pena un'altra, e regressiva, funzione. Ovvero il risarcimento, attraverso un meccanismo di scambio che vuole essere riparatore: alla vittima viene offerto il sangue dell'assassino, nel corso di un rito pubblico celebrato secondo procedure istituzionali.
Riconoscere allo stato di eseguire condanne a morte, è peggio che consentirlo al singolo individuo. Il singolo individuo può essere preda di sentimenti e passioni, odio e voglia di vendetta. Ammettere che lo stato possa essere questo, riconoscergli volontà di rivalsa e di rappresaglia, significa avere, dello Stato, una idea assolutista: significa fare dei cittadini di quello stato i complici di un omicidio. Sono contro la pena capitale, in primo luogo, non perché voglio difendere il condannato dalla condanna a morte, ma perchè voglio difendere me come membro di una società dalla condanna a diventare complice di quella morte; e dal rischio che quella morte funzioni come fattore di stabilità dell'ordine pubblico e come strumento di consenso sociale.
Nel 1982, l'Istituto Catteneo segnalava un 58% di italiani favorevoli alla pena di morte per crimini di particolare gravità. Tale percentuale superava quella emersa da una indagine del 1953. E se oggi volessimo ripetere quell'indagine, avremmo temo risultati simili. La pena di morte non è il retaggio di una coscienza democratica ancora fragile e non è il segno di una arretratezza e di un ritardo. Sarebbe vano affidarsi a un'idea lineare e progressiva dello sviluppo della sensibilità civile, che dovrebbe portare a cancellare l'idea della legge come vendetta e a estinguere la pena di morte da ordinamenti giuridici democratici.
C'è ancora molto da fare qui e ora, in Italia per criticare e scoraggiare quella »voglia di pena di morte che circola tra le pieghe e gli umori più oscuri della comunità, a seguito del diffondersi di allarmi sociali e di stress collettivi, di ansie e di fobie. Non solo. La pena di morte, abolita dall'articolo 27 della Costituzione italiana come pena ordinaria generale, è tuttora prevista dal codice penale militare di guerra e dal codice penale militare di pace. Oggi, nel 1994, sono punibili con la pena capitale 48 reati diversi, commessi non solo da soldati italiani eventualmente impegnati in una guerra, ma anche da soldati italiani impegnati in operazioni militari all'estero, anche in tempo di pace. Nel 1991, nel corso del conflitto nel Golfo, il ministro della giustizia dovette emanare un decreto legge per evitare che fossero passibili di fucilazione i soldati italiani che partecipavano a quel conflitto. Discutere di questo, oggi, significa impegnarsi affinché il parlamento abroghi quegli articoli ed
elimini definitivamente la pena capitale dai nostri ordinamenti.
Un impegno per il governo
E' necessario che il governo dia garanzie precise: non solo di far propria la mozione per la moratoria delle esecuzioni (comprese quelle già decretate), ma anche di impegnarsi affinché la prossima Assemblea generale dell'Onu metta all'ordine del giorno un punto relativo alla pena di morte. Il governo si impegnerà in tal senso o come alcuni suoi esponenti hanno lasciato intendere è disposto a barattare il silenzio su questo tema in cambio dell'accesso a uno status di maggior prestigio internazionale? Sarebbe un calcolo assai mediocre.
Un'ultima considerazione. Adriano Sofri ricordava che Dostojeskji che aveva conosciuto il plotone di esecuzione riteneva L'ultimo giorno di un condannato il più bel libro di Victor Hugo. Del condannato di Hugo, il lettore sa tutto ogni pensiero e emozione, ogni angoscia ma non sa due cose: per quale delitto sia stato giudicato e se egli sia colpevole o innocente. Il messaggio di Hugo è questo, credo: non c'è alcun bisogno di saperlo. Non c'è bisogno di conoscere quale sia il delitto del condannato né se egli sia colpevole o innocente. Non dipende da questo il giudizio sulla pena di morte. Essa va bandita sempre e in ogni caso. senza eccezioni né deroghe. Quel libro è del 1829. Non credete che siamo in ritardo ? Luigi Manconi
[l.giann]