Testo completo della lettera pubblicata oggi dal quotidiano "L'Indipendente" a pagina 19. PER AMORE DI CUBA. E DEI SUOI CITTADINI
Caro direttore,
leggo su "L'Indipendente" di giovedì 11 Agosto un articolo, a firma di Gianni Minà, dal titolo "E' questa la mia Cuba".
Dopo avere esaltato la dignità umana garantita a Cuba "malgrado l'embargo statunitense" e la struttura sociale raggiunta dal regime (abitazioni sicure, servizi sanitari, ricerca scientifica eccetera: un po' come i treni in orario del Duce) e sottolineato la difficoltà di sostituire "da un momento all'altro" i partner commerciali "dopo il 1989" (dunque, un "momento" che dura ormai da cinque anni!), Minà lamenta che "per aver tentato di spiegare questa realtà incontestabile al TG1" (una realtà contestatissima da migliaia di dissidenti, che però al TG1 difficilmente hanno la possibilità di tentare di spiegare alcunché) sarebbe stato denigrato da "un tale Stango, sedicente radicale".
Faccio parte dal 1985 della segreteria del Partito Radicale, ed ho passato buona parte di questi anni con incarichi di partito, nonché come membro della International Helsinki Federation for Human Rights, nei Paesi dell'Europa centro-orientale, prima, durante e dopo gli sconvolgimenti del 1989 e degli anni successivi. Conosco per esperienza diretta tutto l'armamentario ideologico e propagandistico dei defunti regimi comunisti europei, nelle cui celle ho l'onore di essere stato sbattuto per manifestazioni nonviolente per la democrazia ed il diritto a Varsavia, a Berlino Est ed a Mosca; e di Cuba - insieme con il Comitato italiano per i diritti umani a Cuba, anch'esso definito "sedicente" da Minà - mi sono occupato ormai da molti anni promuovendo fra l'altro una serie di conferenze internazionali, mostre e pubblicazioni: tutte regolarmente contestate con rabbia da gruppuscoli di provocatori. Non sarà inutile precisare che al Partito Radicale sono iscritti diversi attivisti per i diritti umani residenti a Cub
a, alcuni dei quali ospiti delle prigioni di Castro.
Minà, inoltre, asserisce che "benché radicale e quindi pacifista" (ma il Partito Radicale, nonviolento, non si è mai definito "pacifista", nel senso di "neutralista" ed "equidistanzialista") avrei dimenticato che "ogni embargo è un delitto". Il termine "embargo" non è qui usato propriamente, ma in ogni caso ritorsioni economiche e sanzioni di diverso genere sono legittimamente praticabili nelle relazioni internazionali, ed anzi ritengo che nei confronti dei regimi totalitari e dittatoriali dovrebbero essere comminate più spesso: esattamente perché sono quei regimi i primi nemici dei propri popoli, e la comunità internazionale nel suo insieme ha il dovere di contribuire alla loro fine evitando fino all'ultimo momento possibile il ricorso alla forza. E' vero del resto che i regimi colpiti da embargo, mentre gridano all'aggressione antiumana, non smettono finché hanno un minimo di risorse di dedicarne gran parte alle spese militari, ed ancora poche settimane fa sono state trovate in un porto italiano sostanze
chimiche per la produzione di armi destinate alle forze armate irachene. Sta peraltro ai governi - di Mussolini al tempo delle "inique sanzioni", di Saddam Hussein o di Fidel Castro oggi - agire in modo tale da non provocare posizioni politiche e misure economiche ad essi sfavorevoli. Che Castro, anche in questo, abbia sbagliato tutto scegliendo come partner pressoché esclusivo l'ormai estinto "campo socialista", e da cinque anni non sia riuscito a risultare abbastanza credibile ed affidabile per i Paesi di democrazia politica, non è questione di volontà persecutoria statunitense. E, del resto, crede davvero Gianni Minà che senza l'introduzione delle libertà civili e dell'economia di mercato la situazione economica cubana potrebbe seriamente migliorare?
Minà sostiene poi che mai una volta "Stango ed i suoi compagni" del Comitato avrebbero alzato un dito per fermare lo scempio delle violazioni del diritto alla vita di milioni di esseri umani in altre parti dell'America latina, e parla di "ipocrisia" e "doppia morale". Sembra dimenticare, Minà, che il nome stesso del Comitato in questione è "per i diritti umani a Cuba": ciò non vuol dire che non ci stiano a cuore la vita e la libertà di chiunque viva in altre parti del mondo, dalla Corea del Nord (alla scomparsa del cui dittatore, Kim Il Sung, Fidel Castro si è profuso in condoglianze ed esaltazioni altissime) al Brasile, dall'Algeria al Tibet, ma semplicemente che, individuando il totalitarismo cubano come dimenticato dalla quasi totalità dei politici e dei giornalisti, ad esso abbiamo voluto dedicare una particolare attenzione. Molti di noi poi, ed io stesso, cerchiamo di promuovere il rispetto dei diritti umani in ogni altra parte del mondo attraverso altre organizzazioni, in primo luogo il Partito Radic
ale.
Avevo chiesto alla RAI di riparare all'apologia di Castro fatta da Minà in prima serata con un dibattito approfondito su Cuba; RAI 1 ha invece mandato in onda un servizio curato da Oliviero Beha nel 1991: una prova in più, se mai ce ne fosse stato bisogno, che soprattutto negli ultimi tre anni la RAI di Cuba non si è molto occupata.
Quanto al numero di prigionieri politici a Cuba, se gli stessi dati di Amnesty International, che è sempre molto cauta, parlano di circa cinquecento prigionieri politici nell'isola, il loro numero sale ad oltre diecimila secondo altre organizzazioni per i diritti umani. Il regime castrista può negare di detenere persone per motivi politici; ma vi sono norme che puniscono troppo vaghe "minacce alla sicurezza dello Stato", "turbamenti dell'ordine sociale", "associazione illegale", "condotta antisociale in contraddizione con le regole della morale socialista" e comportamenti analoghi, e tali fattispecie sono appunto dei reati politici.
Per amore di Cuba, e dei suoi cittadini, non posso che auspicare la fine, senza violenza, del regime castrista; più sarà rapida, meno gravi saranno le conseguenze dei suoi possibili colpi di coda.
Antonio Stango
membro della segreteria del Partito Radicale
e del Comitato italiano per i diritti umani a Cuba