Scritto il 19-Ago-94 alle 10:21:11 da F.Benzi:
FB> La mia domanda in sostanza si puo' sintetizzare cosi': collegarsi e far
FB> collegare le persone in rete costa (alle Amministrazioni, ai Centri di Calcolo,
FB> a noi stessi) qualche decina di milioni o qualche decina di miliardi?
Ringrazio F.Benzi per avermi dato l'occasione per portare in questa conferenza
così importante - i cui interessi spaziano su argomenti sicuramente più
"profondi" - un problema che mi interessa molto da vicino: la telematica
sociale, i suoi costi e i suoi diritti, e come questa possa o meno "generare"
una "vera" democrazia "elettronica".
La Conferenza Community Network su questo stesso sistema è in breve diventata
il punto di riferimento di una discussione complessa ed articolata in questo
campo e dal confronto delle moltissime visioni diverse che vi sono via via
confluite si può dire che rispecchi un po' tutte le "anime" del discorso.
La recentissima creazione, poi, di una Associazione italiana (ALCEI -
Associazione per la Libertà della Comunicazione Interattiva) - in collegamento
con un attivissimo organismo internazionale (EFF - Electronic Frontier
Foundation) - dimostra come l'argomento sia tutt'altro che sterile.
Non ho il tempo di ripercorrere la storia delle "reti", ma ci tengo a
sottolineare che oltre a quelle "istituzionali" - confluite lentamente nella
Internet moderna (sullo standard tecnico rfc822) furono sostanzialmente prima
militari, poi universitarie e governative, finanziate con una quantità
spaventosa di denari pubblici - c'è una "telematica diversa", costruita sulle
capacità personali e sulla caratteristica peculiare dell'informatica: la reale
possibilità di una ricerca individuale ed indipendente.
La "prima" telematica - con apporti finanziari pubblici indescrivibili -
grazie all'orientamento dei suoi fini - educativi o militari, e quindi di
"spreco" di risorse - ha convissuto con un modello di sostentamento distribuito
secondo una unica legge di spesa: I carry your load you carry my load (Io porto
il tuo carico, tu il mio). Ovvero ogni nodo di smistamento - a meno di non
essere terminale - è *obbligato* a sostenere i costi di trasferimento di tutte
le informazioni che "passano" attraverso i propri collegamenti. Questo
significa anche che avere dei nodi sottostanti implica dover trasferire
maggiori quantità di dati e, non potendo controllare la proliferazione dei nodi
sottostanti a quelli direttamente collegati, si rischia di vedere il proprio
traffico superare limiti astronomici senza poterlo assolutamente controllare.
E sopratutto senza la possibilità fisica di proporre un controllo pubblico
minimamente valido.
La "seconda" telematica - di solito autofinanziata - adotta, di volta in
volta, modelli di sostentamento e di smistamento delle informazioni, di accesso
quantomai diversificati. Si passa da sistemi simili ad internet, o ancora più
centralizzati (es. fidonet), a sistemi di cost sharing, a sistemi di rimborso
forfettario o ad un salutare "isolamento" dalle reti e quindi dai costi di
trasferimento (anche agorà adotta questo sistema).
In Italia il peso politico dei sistemi "Internet" (ovvero sostanzialmente
universitari) è preponderante - sebbene il suo contributo alla alfabetizzazione
telematica di massa sia stato irrilevante - ed è dovuto, oltre alla contiguità
con il mondo accademico (e possiamo immaginare questo cosa voglia dire), anche
al fatto che esiste l'urgente necessità da parte dei grossi centri di calcolo
universitari di riciclare le proprie attrezzature obsolete fornendo un servizio
per loro "semplice" e di massa. D'altro canto l'"altra telematica" non ha
saputo (ancora) capire quanto centrale fosse la propria esistenza.
Le mosse del CINECA emiliano, del CNUCE toscano e del CSI piemontese - che
sono i tre più grandi consorzi parastatali di calcolo elettronico -
costruiscono questa tattica di "auto-riciclaggio", inserendola in una strategia
più ampia che potrebbe avere tristi premonizioni nelle ultime mosse del governo
Ciampi nel campo delle telecomunicazioni.
La tesi che sembra si voglia "imporre" - ex-cathedra - è quella che fornire
"connettività" (ovvero l'accesso a sistemi automatici di smistamento delle
informazioni) a prezzi sostenibili sia - solo questo - indice di una
"raggiunta" democrazia elettronica. L'esperimento "Iperbole" di Bologna questo
dice e di più fa intendere.
Fermo restando che io consideri l'esperimento di Bologna interessantissimo,
fornire connettività Internet a spese dello stato non risolve - neppure
lontanamente - l'intera questione. E per tutta una serie di questioni tecniche
prima che politiche. Gli esempi sono tanti, primo tra tutto l'impossibilità di
crittografare il contenuto dei messaggi, e la mancanza assoluta di garanzie
sulla riservatezza dei messaggi personali.
Infine la presenza di una "netiquette" - sorta di legge "etica" della rete -
pretende tutta una serie di comportamenti "morali", con tutto quello che ne
può conseguire.
Insomma se da una parte i costi di Internet sarebbero assolutamente fuori
controllo, dall'altra il servizio "di democrazia elettronica" sarebbe
quantomeno dubbio.
Il passo successivo poi - che già si intravede data la attuale presenza di
forti pressioni in tal senso - è la regolamentazione dei sistemi telematici
verso degli alti standard di qualità - con costi improponibili per un singolo e
per la telematica sociale in genere.
Il problema è molto complesso e sebbene - rispetto alla domanda posta - si
possa, senza ombra di dubbio, rispondere comunque con "qualche decina - forse
anche centinaia - di miliardi", la risposta non racchiude certamente la neppur
minima soluzione a tutta quella serie di istanze di cui pur si dovrebbe
assolutamente parlare e invece qualcuno si ostina ad evitare.
Emmanuele
* Emmanuele Somma * E.Somma@agora.stm.it * +39-50-574379 *
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