Credo che il problema della lingua internazionale vada affrontato con un duplice approccio che eviti di confondere ambiti strutturalmente diversi fra loro: il primo e' quello della comunicazione fra gli individui; il secondo e' quello della comunicazione nelle istituzioni internazionali.
Per quanto concerne la prima questione credo che il sogno leibniziano di una lingua logica universale sia definitivamente tramontato con il pensiero del Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche in cui egli rigetta la primitiva impostazione logicista (quella del Tractatus) ed approda all'affermazione che la lingua nasce entro e attraverso l'uso della lingua stessa. Non e' piu' possibile per Wittgenstein pensare di costruire una lingua perfetta perche' essa nasce nell'ambito di quelli che egli definisce "giochi linguistici" i quali ci consentono, applicando le regole del linguaggio, di renderle operative e di produrre i cambiamenti che vengono ritenuti piu' adeguati al miglioramento della comunicazione stessa. La lingua, dice Wittgenstein, e' come una citta' che si costruisce nel tempo con sovrapposizioni di case e strade e piazze che superano ogni tentativo di rendere compiutamente logico l'impianto urbanistico. Fra noi europei si e' di fatto creato un linguaggio che miscela insieme lingue etniche diverse, pe
r cui se sto parlando ad un inglese e non mi ricordo come si dice "panna" in quella lingua posso usare "chantilly" e il mio interlocutore comprende ugualmente perche' anche a lui succede di far lo stesso. Allo stesso modo per cui certi intercalare della propria lingua madre (lo "you know" dei negri d'America) permangono anche se ci si esprime in una lingua diversa, cosi' si e' venuto a formare un linguaggio che miscela insieme items provenienti dalle diverse lingue che il parlante conosce. Quindi ritengo che sia filosoficamente inadeguato pensare di produrre una lingua comune che non nasca dall'uso, ma che al contrario sia imposta dall'esterno.
Il discorso cambia nel secondo approccio, quello di una lingua di servizio che permetta, tra l'altro, di risparmiare il costo delle traduzioni agli organismi internazionali. Ritengo che qui invece il tentativo di cercare una lingua che salvaguardi le lingue etniche e che soprattutto impedisca il predominio di una cultura rispetto a tutte le altre sia corretto e politicamente adeguato nel senso che corrisponde al progetto di un'Europa federale con una lingua comune e quindi condivido appieno questa battaglia del Partito radicale se e fino a quando essa abbia appunto lo scopo di fornire gli organismi internazionali di un apparato linguistico svincolato dalle lingue nazionali.
Quello che non capisco e' perche' sia stato scelto l'esperanto. Perche' proprio l'esperanto ? Certo son contenta anch'io che gli esperantisti abbiano cosi' ben reagito alla Risoluzione Ecosoc. Ma questo basta ? Perche' non e' stato scelto il latino, per esempio il latino di Peano cioe' quella lingua che il grande matematico ha modernizzato lasciandone pero' intatte le strutture sintattiche che hanno il pregio di avere la stessa sinteticita' dell'inglese cioe' della lingua che piu' si e' affermata nel mondo non solo per il predominio culturale che soprattutto gli Stati Uniti hanno esercitato nel mondo, ma proprio perche' l'inglese e' una lingua non analitica che velocizza il passaggio dellle informazioni. Insomma gli esperantisti son cent'anni che tentano di imporre questa lingua, bruttina diciamocelo con tutti quegli accenti che oltretutto ne renderebbero difficile l'uso nei sistemi telematici (lo stesso francese "passa" in Internet solo se vengono eliminati tutti gli accenti), e se non sono riusciti a diff
onderla al di la' del loro gruppo ristretto (ora Pagano mi dira' che sono migliaia le persone che usano l'esperanto nel mondo e io dico appunto solo alcune migliaia o anche milioni dopo piu' di un secolo di tentativi) un motivo ci sara'. Qual è ?
Il latino e' al contrario una lingua non etnica perche' non e' piu' usata da un gruppo nazionale specifico; fino a pochi secoli fa era la vera lingua di comunicazione fra i popoli e gli Stati; e' tuttora insegnata nelle scuole, anche se non per esser parlata (con l'eccezione della Germania: a me e' capitato di conoscere un tedesco che mi parlava in latino e sosteneva che cio' e' comune a molti studenti tedeschi). Se anche nella scuola italiana si insegnasse il latino non come lingua morta utile per la concettualizzazione logica e per la conoscenza della letteratura dei nostri progenitori, ma come lingua da usare per la comunicazione, avremmo una classe dirigente pronta ad usare una lingua internazionale negli organismi europei fermo restando che quando poi andranno al bar con i loro amici di Strasburgo parlerebbero questa specie di melting pot linguistico che di fatto si e' affermato fra i cittadini europei. Tre lingue: ma che la terza sia il latino (modernizzato, ripeto). Perche' proprio l'esperanto ?