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BUDDA SUPERSTAR

di Alberto Dentice

(L'Espresso, 5 giugno 1997)

A Hollywood non si muove foglia che la lobby ebraica non voglia. Almeno, questo si diceva fino a ieri. Oggi invece comandano i buddisti. Esagerato? Forse. Quella dei sostenitori del Dalai Lama, infatti non è ancora una lobby. Ma certo è che quest'anno la Mecca del cinema sarà invasa da un'ondata senza precedenti di film sul Tibet. Tema preferito: l'invasione cinese del regno dell'eterna beatitudine, ma ci sono anche storie di prodigiose reincarnazioni, in sintonia con la suggestiva tradizione buddista. E perfino un paio di documentari con protagonisti ebrei che scoprono il sentiero del Dharma.

Quello che solleverà più controversie, ammesso che ce la faccia ad uscire davvero, sarà "Kundun", il film di Martin Scorsese sulla vita del Dalai Lama girato in questi mesi in Marocco, che ha già provocato reazioni stizzite da parte del governo cinese. L'altro è il kolossal "Sette anni in Tibet", diretto dal francese JeanJacques Annaud ("Il nome della rosa", "La guerra del fuoco"). Il film, sugli schermi dal prossimo autunno, narra la storia vera vissuta dall'autore del romanzo, l'alpinista austriaco Heinrich Harrer (Brad Pitt), la sua fuga, nel '39, da un campo di prigionia britannico in India, l'avventurosa scalata dell'Himalaya fino in Tibet, dove in seguito divenne tutore del giovane Dalai Lama. Nel frattempo produttori e sceneggiatori sono al lavoro su almeno sei o sette progetti, in varie fasi di lavorazione. "E' interessante che quest'anno ci siano tanti film sul Tibet", ha detto Martin Scorsese, "ciò non potrà che giovare alla causa tibetana". Ma è proprio così?

In realtà, la storia d'amore di Hollywood con il Tibet è di lunga data. Cominciò esattamente sessant'anni fa con "Orizzonte perduto" (1937), il film di Frank Capra (dal romanzo di James Hilton), ambientato nel mitico paradiso dell'Himalaya chiamato Shangri-La. La rappresentazione cinematografica ne fece una terra di eterna giovinezza, popolata da musicisti. Da allora l'occidente tende a confondere la realtà con il mito. Un mito forte sia per la collocazione geografica (autentico ombelico dell'Asia circondato dalle cime più alte e spettacolari della Terra), che per il ruolo simbolico svolto fin dall'antichità di tramite tra cielo e la supplice pietà degli uomini.

Ma dopo l'invasione cinese del 1950, anche la presunta beatitudine del Tibet è stata stravolta. Di colpo, quello che per tradizione era stato sempre un paese di gente devota, dedita alla preghiera e alla meditazione è diventato l'emblema di un paradiso degli oppressi in lotta contro l'efferata protervia della dittatura comunista. Una tragedia vera che sembra fatta apposta per lo schermo e per l'immaginario americano medio. E che Hollywood non si è fatta sfuggire. Magari immaginando un nuovo genere western ambientato sul tetto del mondo, con i tibetani nel ruolo dei pellerossa (fieri e perseguitati) e i cinese in quello dei cattivi di turno. Al copione non mancava nemmeno l'eroe; la storia l'aveva fornita su un piatto d'argento la figura del Dalai Lama.

La difesa della cultura e della religione tibetana portata avanti da questo instancabile globe trotter della pace, costretto all'esilio dal 1959, è diventata la nuova causa umanitaria dei più celebri liberals di Hollywood. L'impegno di Richard Gere e della sua House of Tibet fanno notizia da anni; fra i più aperti sostenitori della causa tibetana ci sono attori come Robert De Niro, Meg Ryan, Goldie Hawn, Harrison Ford, Willem Dafoe; personaggi come Barbara Streisand e Alec Baldwin hanno scritto al presidente Clinton esortandolo ad esercitare pressioni sulla Cina per rispettare i diritti umani in Tibet. Band insospettabili, come i Beastie Boys, uno dei gruppi più hip hop più scatenati sono promotori del "Tibetan Freedom Concert", e così via. Senza dimenticare un altro fatto importante: la straordinaria presa che il buddismo sta riscuotendo da anni, non solo ad Hollywood. Centri di meditazione buddista, spesso diretti da lama tibetani in esilio, sono sorti in tutti gli Stati Uniti. Nel frattempo caterve di cop

ioni continuano ad arrivare sulle scrivanie degli studios, sfruttando l'emergente interesse per il buddismo e la spiritualità orientale in genere. Un fenomeno che il settimanale "Newsweek" ha definito con il termine poco lusinghiero: "Tibet Chic".

Ma se Hollywood sembra impazzire per le storie sul Tibet, con altrettanta determinazione la Cina cerca di distruggerle. Fino ad ora, Pechino non ha consentito a nessuna troupe straniera di entrare in Tibet. Questa è la ragione per cui Annaud ha dovuto girare "Sette anni in Tibet" in Argentina. Per lo stesso motivo, Scorsese è costretto a ricostruire il Pothala (l'imponente residenza del Dalai Lama a Lasha) sull'altopiano dell'Atlante, in Marocco. Scritto da Melissa Mathison (sceneggiatrice di "E.T.", nonché moglie di Harrison Ford) il film è ispirato alla biografia del Dalai Lama e segue i momenti salienti della sua vita, dalla nascita fino alla sua fuga in India nel 1959, quando aveva 24 anni. Il governo di Pechino lo scorso novembre ha fatto sapere senza mezzi termini alla Walt Disney Pictures, produttrice del film che non gradiva affatto un film in cui il paese della Lunga Marcia apparisse come una nazione repressiva, tanto che se la major non avesse bloccato le riprese, la Cina avrebbe boicottato i prodo

tti Disney. La casa di produzione non si è piegata alle minacce e ha lasciato che Scorsese terminasse il film.

Il braccio di ferro su "Kundum" ha messo in allarme non pochi produttori. Nessuno a Hollywood immaginava una reazione così dura. E cosi adesso alcuni tentano di ricorrere ai ripari. Il film "Dixie Cup", con Steven Seagal (qui anche in veste di produttore) nel ruolo di agente della Cia che aiuta i ribelli tibetani durante l'insurrezione del 1960, è stato fatto slittare per timore delle ritorsioni cinesi. "Purtroppo gli studios sono più interessati a fare affari con la Cina che non alle questioni spirituali", ha spiegato Seagal, che per altro è deciso ad andare avanti con il progetto. L'effetto delle pressioni cinesi è stato tale che perfino il regista del documentario sulla realizzazione di "Kundun", Micheal Wilson, si sente minacciato: "Il mio film è stato interamente prodotto e finanziato dalla compagnia francese Canal Plus e ancora non ha un distributore americano".

Ma nonostante le minacce l'ondata dei film sul Tibet non si arresta. La produttrice Denise Di Novi ("Batman") sta lavorando su un film intitolato "Buddha from Brooklyn" che definisce "epico, tragico, di ispirazione". La storia ricorda quella del "Piccolo Budda" di Bertolucci: protagonista una ragazzina ebrea di New York che scopre di essere una "tulku", la reincarnazione di una santa del 17 secolo, e finanzia un monastero nel Maryland con i proventi di una cuffia balsamica per capelli da lei inventata e promossa tramite le televendite. In lavorazione anche una produzione minore intitolata "The wind horse", su un cantante pop tibetano che ha una crisi di coscienza dopo che i cinesi imprigionano e torturano la cugina, una suora buddista. Il prossimo autunno la Imax, specializzata in documentari per schermi giganti ad alta definizione, distribuirà un film sul monte Everest: protagonista un esploratore tibetano che raggiunge la vetta più alta del mondo per sventolare la bandiera patria, considerata un tabù dall

a Cina. Ci sono inoltre almeno altri tre progetti sul disastro dell'Everest dello scorso anno (12 scalatori di diverse spedizioni morti nel giro di pochi giorni), tutti ispirati al libro-cronaca di Jon Krakauer "Into the air", appena pubblicato negli Stati Uniti. Ma non è finita qui. La Marchant-Ivory Production, famosa per raffinati film dell'ambiente coloniale, ha acquistato la sceneggiatura di due giovani americani, testimoni negli anni Ottanta della violenta escalation repressiva in Tibet da parte cinese. E Richard Gere, da anni ambasciatore ufficiale del Dalai Lama, sta girando un film a Los Angeles in cui recita il ruolo di un giornalista arrestato e detenuto per attività pro-tibetane, difeso da un avvocato cinese.

Difficilmente la Cina riuscirà a fermare quest'ondata di film sul Tibet virtuale. Ed è probabile che per questo abbia deciso di produrne finalmente uno anche lei. Questa volta girato nel Tibet vero. S'intitola "Red river valley": una love story ambientata durante l'invasione britannica degli inizi del secolo. Con gli inglesi, questa volta nel ruolo di cattivi. Il regista Feng Xiao Ning si è impegnato a fondo per ricostruire l'attacco delle truppe britanniche che, nel 1904, massacrarono centinaia di tibetani, asserragliati in un monastero. Ma, stando alle informazioni del Tibet Information Network di Londra, sembra che abbia esagerato nello zelo, facendo saltare in aria uno degli ultimi monasteri del XII secolo scampati alla distruzione.

 
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