Da INTERNAZIONALE, di Nate Thayer, FAR EASTERN ECONOMIC REWIEW, HONG KONG
La ex repubblica comunista ha introdotto con entusiasmo la democrazia e il libero mercato. Ma l'economia vacilla sotto l'impatto delle riforme
I discendenti di Gengis Khan sono riusciti a portare a termine in modo incruento il passaggio dall'ex regime comunista alla democrazia. Dal 1990 sono stati eletti, secondo le disposizioni della Costituzione, due presidenti e due governi. Nel paese si affrontano gli ex comunisti del Partito rivoluzionario del popolo mongolo (Pnpm) e l'unione democratica, formata dal Partito nazionalista e da quello socialdemocratico. L'Unione democratica ha vinto le elezioni del 1996 e la coalizione, guidata dal primo ministro Enksaikhan, ha aperto definitivamente la strada alle privatizzazioni, alle riforme economiche di stampo liberista, e ai contatti con gli Stati Uniti. Ma la cosiddetta terapia shock ha avuto come effetti l'aumento dell'inflazione e della disoccupazione. Enksaikhan parla di un periodo transitorio, e la popolazione ha deciso di dargli il tempo per provarlo. Anche se la vittoria alle presidenziali del 18 maggio di N. Bagabandi, esponente del Prpm, potrebbe rivelare un po' di nostalgia per l'epoca comunista.
ULANBATOR, 27 MARZO 1997
I venti del cambiamento non spazzano spesso le steppe della Mongolia. Ma quando succede, soffiano con la stessa forza e la stessa furia delle tempeste artiche. Ed è una vera e propria bufera quella che dall'estate del 1996 ha travolto questa nazione di due milioni e trecento mila abitanti. In una terra dove per buona parte del nostro secolo il tempo si era fermato, gli ultimi otto mesi hanno segnato uno sconvolgimento così profondo da trasformare il carattere politico ed economico del paese.
"Siamo stati dominati da potenze straniere per decenni", spiega il quarantatreenne primo ministro M. Enksaikhan, che alla testa della coalizione Unione democratica ha vinto le elezioni di giugno. "Perciò oggi la Mongolia è veramente un paese nuovo". E' anche il primo esempio asiatico di transizione incruenta dal comunismo alla democrazia. L'ex satellite sovietico vanta decine di giornali, decine di partiti politici e un vivace dibattito parlamentare. Il suo esercito è una pattuglia di frontiera di 20mila uomini guidati da un civile; i servizi di sicurezza sono stati ufficialmente sciolti a dicembre. Sul fronte economico, il libero mercato sta rimpiazzando i dogmi socialisti.
I PRINCIPI DELLA TERAPIA SHOCK
Enksaikhan e il suo giovane governo stanno ridefinendo l'identità del loro paese, e guardano a ovest per le alleanze politiche e a est per i rapporti economici. Solo le loro posizioni sul Sud rimangono immutate: la "nuova" Mongolia, proprio come la vecchia, nutre profonda sfiducia nella Cina.
Il suo atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti, invece, è mutato radicalmente. In epoca sovietica, UlanBator trattava Washington con sospetto, mentre i democratici ora invocano ardentemente l'appoggio politico e gli investimenti americani, e non perdono occasione per lodare i loro "amici" di oltreoceano.
Fra gli amici in questione figurano il Partito Repubblicano e una sua organizzazione, l'International Republican Institute (Iri), che ha aiutato i democratici di Enksaikhan a vincere le elezioni del 1996. Ascoltando i suggerimenti dell'ex Segretario di Stato James Baker, gli strateghi dell'Iri hanno contribuito a riunire l'opposizione stracciona della Mongolia in una coalizione democratica e hanno elaborato la sua piattaforma elettorale.
Non sorprende che, una volta salito al potere il governo di Enksaikhan abbia abbracciato il libero mercato come suo mantra. Nel giro di poche settimane ha congelato le spese, abolito il controllo dei prezzi, liberalizzato il commercio interno e internazionale, e tagliato le pensioni. Ha anche istituito un comitato sulla proprietà statale per cedere i beni dello Stato. I leader del governo sostengono che queste misure rientrano in una "terapia shock" che deve scuotere l'economia dal torpore prodotto da 75 anni di pianificazione centralizzata in stile sovietico. Per il momento, la maggioranza dei mongoli è effettivamente sotto shock, ma non riesce ancora a vedere i vantaggi della terapia. Da quando i democratici hanno conquistato il potere, i prezzi e la disoccupazione sono saliti alle stelle mentre il tughrik, la moneta nazionale, è crollato. Nel 1996 la crescita del Pil è stata del 3 per cento rispetto al 6 per cento dell'anno precedente. Gli abitanti delle città sono stati colpiti così duramente dalle rif
orme che le tribù nomadi delle steppe sembrano cavarsela molto meglio di loro. La maggior parte dei leader di governo sostiene che le sofferenze della riforma non dureranno a lungo. "Sono assolutamente certo che le riforme avranno successo e daranno dei frutti", afferma Enksaikhan.
Il governo spera che gli investimenti stranieri contribuiranno a invertire la tendenza e sta ampliando i legami commerciali con il resto dell'Asia. Nel 1991, la Russia e gli altri satelliti sovietici assorbivano il 99 per cento delle importazioni del paese e il 94 per cento delle sue esportazioni. Oggi entrambi gli indicatori si aggirano attorno al 50 per cento, mentre Cina, Corea del Sud e Giappone si dividono quello che resta. Il Giappone è anche al primo posto per gli aiuti alla Mongolia - un fatto significativo se si considera che, prima del 1995, l'ultima visita ufficiale mongola in Giappone risaliva alla fallita invasione navale di Gengis Khan nel Dodicesimo secolo.
TRA RUSSIA, CINA E STATI UNITI
Mentre allaccia nuove relazioni commerciali all'interno dell'Asia e affronta le sfide della riforma economica, il governo cerca di rimodellare la statura internazionale del paese. Stretta fra due potenze nucleari, UlanBator crede che la linea più prudente consista nel rafforzare i legami con una terza, gli Stati Uniti. "Geograficamente la Mongolia si trova fra due superpotenze. Per avere un equilibrio più stabile abbiamo bisogno di una terza forza su cui contare, gli Usa" dichiara Enksaikhan, che afferma di considerare gli Stati Uniti "il nostro terzo vicino".
In effetti, fonti americane dichiarano che il governo mongolo ha addirittura sottoposto a Washington un piano che prevede un nuovo patto di sicurezza militare. La proposta è stata respinta perché ritenuta inapplicabile ed eccessivamente provocatoria nei confronti della Cina. "Non succederà", dice un diplomatico americano. "Nessuno in tutto il pianeta può garantire la sicurezza della Mongolia".
Ciononostante, Pechino guarda con sospetto al coinvolgimento americano nella politica della Mongolia. Dopo tutto, il Partito repubblicano è stato per lungo tempo una spina nel fianco della Cina. Molti congressisti repubblicani vorrebbero che gli Usa affrontassero apertamente la Cina su questioni come Taiwan, il Tibet e i diritti umani. Nelle elezioni di giugno, la Cina ha appoggiato il Partito rivoluzionario del popolo mongolo, il Partito comunista che aveva governato il paese - prima come fantoccio di Mosca e poi in proprio - per oltre 70 anni.
Pechino è anche preoccupata per quello che una Mongolia libera potrebbe rappresentare agli occhi della minoranza mongola, presente in Cina con oltre 4 milioni di persone. E' noto che nella Mongolia Interna, controllata dalla Cina, è attivo un piccolo movimento separatista armato, e i ribelli sperano di resuscitare l'alleanza Panmongola con UlanBator.
Enksaikhan ha già lasciato intendere che UlanBator seguirà con grande interesse il trattamento riservato ai mongoli residenti in Cina. "L'atteggiamento dei paesi stranieri nei confronti degli abitanti di etnia mongola è una questione che ci sta molto a cuore", afferma. E' nostra intenzione rafforzare i legami storici e culturali con i mongoli che vivono all'estero". Poi si affretta ad aggiungere che "noi siamo perfettamente consapevoli che queste attività dovrebbero basarsi sui principi delle relazioni internazionali", ma la sua dichiarazione non è troppo rassicurante per Pechino.
D'altra parte, i mongoli non nascondono la loro profonda sfiducia nella Cina. Per dirla con le parole di un diplomatico cinese a UlanBator: "I mongoli ci odiano". La stampa mongola riversa costantemente un fiume di veleni anticinesi, e non esita ad accusare Pechino di ogni possibile misfatto, dall'epidemia del colera alla contaminazione fecale dei prodotti alimentari importati dalla Cina.
E per amareggiare ulteriormente Pechino, la Mongolia offre un'accoglienza in guanti bianchi alle frequenti visite del Dalai Lama: il 90 per cento circa dei mongoli è buddista.
Tutto questo dimostra che i rapporti fra la "nuova" Mongolia e il suo vecchio avversario si trovano in una fase particolarmente delicata. "Anche se recentemente nelle relazioni sinomongole si riscontrano molte novità positive, non mancano i segnali allarmanti", ha dichiarato a dicembre l'ambasciatore cinese, Chi Jisia.
E alludendo agli atteggiamenti anticinesi della stampa ha aggiunto: "Noi pensiamo che questi commenti negativi, privi di fondamento, sul nostro paese nuocciano alle relazioni bilaterali e speriamo che in futuro possano essere evitati". La reazione del primo ministro è stata secca; "Quale che sia la via di sviluppo da noi scelta, la questione non riguarda i nostri vicini".
Altri mongoli esprimono i loro sentimenti nei confronti della Cina con maggiore passione. Secondo un giornalista di UlanBator: "Non possiamo dimenticare le ostilità fra la Mongolia e la Cina. I rapporti fra i nostri paesi sono stati inesistenti. La fine della guerra fredda in Europa è stata anche la fine della guerra fredda in Mongolia, e noi abbiamo scelto questa strada per il futuro - democrazia e capitalismo invece del modello cinese". Le relazioni fra i due paesi potrebbero peggiorare? Gli analisti sottolineano che, con la sua minuscola popolazione, la Mongolia non può rappresentare una minaccia diretta per la Cina. Ma se l'economia dovesse migliorare, il paese potrebbe esercitare una certa attrattiva sui mongoli della Cina, minando il severo controllo di Pechino alla frontiera.
DEMOCRAZIA, POVERTA' E DISOCCUPAZIONE
Per il momento, tuttavia, questa sembra una possibilità alquanto remota. Con la "terapia shock" del governo che ha fatto crollare il tenore di vita della popolazione, la Mongolia non è propriamente una calamita per gli emigranti, o almeno per quelli mossi da considerazioni economiche.
Secondo la Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, attualmente un terzo della popolazione mongola è sottoalimentata. Migliaia di bambini senza tetto chiedono l'elemosina sulle strade di UlanBator. "La gente qui muore di fame e di freddo", dichiara il capo di un organizzazione non governativa straniera.
Il rapporto Fao raccomanda "aiuti alimentari d'emergenza", in previsione di un "ulteriore peggioramento nella capacità del paese di sfamare il suo popolo. Fame e povertà sono concetti nuovi per la Mongolia", dice il rapporto, accusando apertamente le misure di riforma economica. "Coloro che devono sopportare il costo sociale della transizione soffrono un calo drammatico dei livelli nutrizionali dovuto al peggioramento delle loro condizioni economiche". La disoccupazione si aggrava.
Stando alle cifre ufficiali, il problema interessa il 20 per cento di una forza lavoro di 250mila persone, ma alcune stime non ufficiali parlano addirittura del 50 per cento. Oltre 100mila donne sono state sommariamente private della loro pensione nel febbraio scorso. I prezzi al consumo hanno cominciato a lievitare non appena i democratici sono saliti al potere, con un aumento che è passato dal 3,2 per cento mensile nella prima metà del 1996 quando era ancora in carica il vecchio governo - al 7,3 per cento mensile nella seconda metà. I redditi reali sono diminuiti del 30 per cento nei primi quattro mesi di attività del nuovo governo. L'inflazione, che sotto il regime comunista era al 16 per cento, ha raggiunto il 66 per cento fra agosto e novembre. Il valore della divisa mongola, il tughrik, è crollato: se a giugno bastavano 550 tughrik per acquistare un dollaro statunitense, alla fine dell'anno ne occorrevano 700.
Gli sforzi del governo per imprimere una svolta all'economia sono stati ostacolati dal crollo dell'agricoltura collettivistica - e quindi della produzione di cereali - e dalla drammatica caduta dei prezzi mondiali del rame e del cashmere, le due maggiori entrate del paese.
Eppure, anche se le conseguenze immediate sono state disastrose, molti osservatori internazionali lodano la politica economica del governo affermando che queste sofferenze a breve termine promuoveranno uno sviluppo a lungo termine. All'interno del paese le reazioni sono contrastanti. "Non abbiamo la certezza che queste riforme economiche funzionino. E se non funzioneranno ci troveremmo nei guai fino all collo", osserva Luvsandorjiin Dawagiv, ex ambasciatore a Washington e attuale responsabile del dipartimento Asia e Nord America al ministero degli esteri, "potrebbero scoppiare disordini. Se le riforme funzioneranno, questo governo sopravviverà, ma dovrebbe riuscire a mostrare la sua efficacia sin da quest'anno o al più tardi nel 1998".
Molti mongoli sono disposti a concedere un altro periodo di prova al nuovo governo perché abbia il tempo di migliorare l'economia, ma alcuni cominciano già a rimpiangere i bei vecchi tempi del comunismo. Nella sua jurta sulla steppa della Mongolia centrale, il sessantaduenne Pagan parla dei sacrifici imposti dalle riforme mentre sua moglie singhiozza mestamente al suo fianco, sopraffatta da quei discorsi. "La vita è senz'altro più dura di una volta", dice Pagan. "Non ci resta che la speranza".
Le loro due pensioni, decurtate dalla liberalizzazione dei prezzi e dalla svalutazione della moneta, non bastano per comprare cibo a sufficienza.
"Vede quel sacco di farina", dice Pagan indicando la stufa a carbone al centro della Jurta, "costa 6.600 tughrik. La nostra pensione è di 6.500 tughrik al mese. Se riuscirò a sopravvivere per altri quattro anni, voterò per il partito che avrà fatto delle buone cose. Ma se il governo fallisce, allora io e il resto della Mongolia voteremo per il partito comunista, che conosciamo da tanto tempo.