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Cupane Francesco - 12 ottobre 1992
Botta e risposta tra di Gennaro e Maiolo
[Il Giorno/29-9-92 / 2-10-92]

Continua il dibattito sulla legalizzazione delle droghe. A un articolo di Giuseppe di Gennaro, superprocuratore antimafia provvisorio, risponde Tiziana Maiolo.

ROMA - Il dibattito sulla legalizzazione delle droghe si sposta sulle colonne del Il Giorno. In un articolo pubblicato in prima pagina il 29 settembre il superprocuratore antimafia reggente Giuseppe di Gennaro si dice contrario a ogni forma di legalizzazione e sostiene che questa misura non indebolirebbe la mafia.

Secondo di Gennaro la legalizzazione non determinerebbe un regime di libera concorrenza e quindi la fine del controllo da parte delle organizzazioni criminali per due ragioni. »La prima si fonda sul forte dubbio che imprenditori non criminali - scrive il magistrato - si intromettano nel mercato. Il traffico delle droghe, penalizzato o meno, resterà comunque un affare non pulito ed è pensabile che gente "per bene" non voglia immischiarsi in questo tipo di negozio. Ma il secondo argomento ha forza ancora maggiore. Le regole del libero mercato vigono, per definizione, dove vi è libertà di accesso alla gestione di certi affari. Si sa che la libertà è esclusa non solo dalle leggi proibitivo-protettive, ma anche, e ancor più, dalla forza dell'intimidazione e della violenza. Purtroppo noi italiani sappiamo bene quanto sia forte il monopolio della mafia, della 'ndrangheta e della camorra in settori di mercato che, per legge, dovrebbero essere liberi. Ma, a tutto concedere, chi può dirsi sicuro che le organizzazioni

criminali, private dei proventi delle droghe si impoverirebbero? .

Alle obiezioni del magistrato risponde in un suo articolo, pubblicato il 2 ottobre Tiziana Maiolo. »Agli argomenti razionali degli antiproibizionisti si obietta con argomenti moralistici. Imprenditori non criminali non si intrometterebbero nel mercato perché produzione e commercio di droghe resterebbero, indipendentemente dal regime legale, un affare non pulito in cui non si immischierebbe gente "per bene". L'affermazione sarebbe risibile se non provenisse da fonte così qualificata. E vale la pena di rispondere con un parallelo storico. Negli anni del proibizionismo sull'alcool, la produzione e il commercio di alcool erano in mano alle organizzazioni mafiose. L'alcool era considerato un affare per nulla pulito. Eppure questo non ha vietato, una volta caduto il regime proibizionista, che gente molto per bene si dedicasse alla produzione di bevande alcooliche. A meno che non si voglia considerare efferati criminali il signor Martini, il signor Campari o il signor Jack Daniel.. Vale poi la pena di ricordare che

ad esempio morfina ed eroina hanno oggi anche un uso farmacologico come antidolorifici e a questo scopo vengono legalmente prodotte da rispettabilissime case farmaceutiche, le stesse da cui si approvvigionerà il governo svizzero per il suo esperimento di distribuzione controllata che inizierà nelle prossime settimane .

»L'altro argomento, apparentemente più solido, è invece insieme profondamente falso e irresponsabile, visto soprattutto il ruolo ricoperto da chi lo sostiene. Chi può dirsi sicuro - si chiede di Gennaro - del fatto che le organizzazioni criminali, private dei proventi della droga si impoverirebbero? E si aggiunge: scomparsa la droga, le organizzazioni criminali si estenderebbero agli altri affari. questo un buon motivo per lasciare loro le ricchezze provenienti dal narcotraffico. E poi quali sarebbero questi »altri affari ? Quale è la dimensione economica di questi introiti, dato che 250 miliardi di dollari l'anno vengono definiti un »business opzionale ? A queste domande non si risponde. Quindi ci si assume la responsabilità di lasciare mano libera allo sviluppo delle organizzazioni criminali. Perché, si dice fatalisticamente, comunque queste si occuperebbero d'altro. Come a dire: sono invincibili, esisteranno sempre. Dietro questo ragionamento vi è solo una concezione lassista e rinunciataria e una visio

ne metafisica della mafia e della criminalità, la cui esistenza sarebbe frutto della »cattiveria di qualcuno e non delle condizioni che le leggi e le politiche determinano .

 
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